Dazi Usa al 25%, il Brasile contrattacca: “Misure unilaterali inaccettabili, difenderemo la sovranità”


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di Federica Cannas

Washington lo chiama dazio. Brasilia lo chiama con il suo nome: ingerenza.

Il prossimo 22 luglio entreranno in vigore dazi del 25% su una parte consistente delle esportazioni brasiliane verso gli Stati Uniti. Il provvedimento, annunciato dall’amministrazione Trump il 15 luglio, nasce da un’inchiesta condotta dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) aperta nel luglio 2025 sulla base della Sezione 301 di una legge del 1974 che consente a Washington di imporre tariffe unilaterali senza passare dai meccanismi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Sotto accusa, secondo il dossier statunitense, ci sarebbero pratiche commerciali “sleali” del Brasile. Dal sistema di pagamenti istantanei Pix, sviluppato dalla Banca Centrale brasiliana e utilizzato ormai da oltre 170 milioni di persone, alla regolazione del commercio digitale, dalla proprietà intellettuale all’accesso al mercato dell’etanolo, fino alla deforestazione illegale. Una seconda indagine parallela, che riguarda il lavoro forzato nelle filiere produttive di sessanta economie diverse, potrebbe aggiungere dal 24 luglio un’ulteriore sovrattassa del 12,5%.

La risposta di Brasilia è arrivata nel giro di poche ore, prima ancora della pubblicazione ufficiale dell’atto della Casa Bianca. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva si è riunito nel Palácio do Planalto con il ministro degli Esteri Mauro Vieira per definire la reazione, mentre l’Ufficio della presidenza affidava a una nota su X le parole destinate a restare: “Non vi è alcuna giustificazione per misure unilaterali contro il nostro Paese”. Il governo brasiliano ha ricordato che negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno accumulato con il Brasile un surplus commerciale di 424,5 miliardi di dollari. Un dato che, agli occhi di Brasilia, smentisce da solo la tesi del danno subito dall’economia americana su cui si fonda l’intera inchiesta Section 301. Sul piano operativo, il Brasile ha annunciato l’attivazione della Legge di Reciprocità Economica approvata l’anno scorso dal Parlamento, misure di protezione mirate per i settori più esposti, tra cui aeromobili ed Embraer, ferro e acciaio, cellulosa, caffè e succo d’arancia, e il ricorso al meccanismo di risoluzione delle controversie dell’OMC, nonostante gli Stati Uniti abbiano scelto fin dall’inizio di aggirare proprio quella sede multilaterale.

C’è poi un secondo livello dello scontro, più scomodo e più rivelatore, che riguarda la politica interna brasiliana a tre mesi dalle elezioni presidenziali di ottobre, in cui Lula cerca la rielezione. Il governo ha collegato esplicitamente il tarifaço alla famiglia dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che sta scontando una condanna a 27 anni per il tentato colpo di Stato del 2022. Il senatore Flávio Bolsonaro aveva presentato all’USTR un documento di 86 pagine in cui chiedeva di rinviare l’entrata in vigore dei nuovi dazi di 180 giorni, cioè fino a dopo il voto d’ottobre, sostenendo che le tariffe imposte nel 2025 avevano finito per rafforzare politicamente Lula presentandole come un attacco alla sovranità nazionale. P

er il governo brasiliano si tratta di un atto di sudditanza inaccettabile. “È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui social, definendo la vicenda “un atteggiamento da traditori della Patria”. Un sondaggio dell’istituto Quaest pubblicato il mese scorso restituisce la misura della polarizzazione: il 47% dei brasiliani concorda con la lettura di Lula, il 35% con quella di Bolsonaro, che nega di aver mai chiesto un rinvio elettorale e ribalta l’accusa sostenendo che siano proprio le tariffe, in un anno di voto, a regalare a Lula “un nemico esterno” a cui puntare il dito.

Resta il fatto, verificabile e non negoziabile, che l’iniziativa parte da Washington e non da Brasilia. Il Segretario di Stato Marco Rubio, rispondendo mesi fa a una lettera dello stesso Flávio Bolsonaro che chiedeva di congelare le misure, aveva scritto che l’amministrazione statunitense “continua ad avere divergenze sostanziali” sulle questioni sollevate, una formula diplomatica che, tradotta, significa che i dazi sarebbero comunque arrivati. Il Brasile, dal canto suo, non ha mai smesso di negoziare. Nelle stesse ore in cui si preparava alla ritorsione, il governo ribadiva la propria disponibilità a un accordo bilaterale, ma “non a qualunque condizione”. È la stessa linea che Lula aveva già tracciato mesi prima, in un editoriale pubblicato sul New York Times dopo un precedente tariffario al 50%, quando aveva definito la misura “non solo sbagliata ma illogica” e aveva fissato un confine che oggi torna, identico, al centro della crisi: la democrazia e la sovranità brasiliane non sono in discussione.

Dietro il linguaggio tecnico della Sezione 301, inchieste, esclusioni tariffarie, liste di prodotti, audizioni pubbliche a Washington a cui il governo brasiliano si è rifiutato persino di partecipare, ritenendole una sede riservata al settore privato, si consuma in realtà un confronto più antico, quello tra un Paese che rivendica il diritto di scegliere il proprio sistema di pagamenti, la propria magistratura e la propria politica industriale, e una potenza che tratta quelle stesse scelte sovrane come ostacoli da rimuovere per decreto. Il Pix, nato come strumento di inclusione finanziaria per milioni di brasiliani esclusi dal sistema bancario tradizionale, è diventato suo malgrado il simbolo di questa disputa: agli occhi di Washington un’anomalia da correggere, per Brasilia una conquista di autonomia tecnologica non negoziabile.

Nei giorni precedenti alla decisione, le due maggiori confederazioni industriali dei due Paesi avevano tentato una mediazione dal basso, proponendo congiuntamente un accordo in due fasi che partisse dai nodi commerciali più immediati per allargarsi poi a energia, economia digitale, agricoltura e decarbonizzazione. Tentativo che Washington ha lasciato cadere. Circa 4.200 prodotti brasiliani, per un valore stimato di 15 miliardi di dollari di esportazioni, sono ora nel mirino. Qualunque cosa accada dopo il 22 luglio, la vicenda avrà già detto qualcosa di essenziale su chi, in questa storia, tratta la sovranità altrui come un capitolo di un negoziato commerciale.


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