L’asse Trump-Milei-Netanyahu e la partita brasiliana


Condividi su

(Federica Cannas) – Il 25 luglio, a San Paolo, Flavio Bolsonaro ha aperto ufficialmente la sua corsa alla presidenza del Brasile con un evento in cui ogni elemento sembrava rispondere a una precisa strategia comunicativa. Un videomessaggio generato con l’intelligenza artificiale del padre Jair, che non poteva essere presente perché agli arresti domiciliari, condannato in via definitiva a 27 anni e tre mesi per il tentato golpe del 2022-2023, ha accompagnato la presenza sul palco di Javier Milei, arrivato in Brasile la sera prima e ricevuto anche dal governatore di San Paolo Tarcísio de Freitas. A completare il quadro, un videomessaggio di congratulazioni del primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre al procedimento per genocidio aperto dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Non è un dettaglio da poco. Un capo di governo formalmente sotto mandato d’arresto internazionale che si intromette, con un video di sostegno esplicito, nella campagna elettorale di un altro paese sovrano è un fatto politico grave, che meriterebbe ben più attenzione di una notizia di colore. Lo stesso vale per Milei che, dal palco, non si è risparmiato. Ha definito Lula un “ladro” e ha invocato la fine di quella che ha chiamato “spazzatura socialista”, presentando Flavio Bolsonaro come l’unico in grado di fermare il cosiddetto “Rischio Lula” per l’economia brasiliana. Ma l’affondo più duro lo ha riservato al giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, che aveva negato a Milei il permesso di visitare Jair Bolsonaro nella sua residenza di Brasilia. Il presidente argentino lo ha apostrofato come “spazzatura calva”, promettendo a distanza un abbraccio al suo “amico ingiustamente incarcerato”.

Il governo brasiliano ha richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Buenos Aires, Julio Bitelli, una decisione presa dopo che il ministro degli Esteri Mauro Vieira si è consultato con Lula. Fonti diplomatiche brasiliane hanno definito le parole di Milei un “affronto diretto”, sottolineando che l’argentino aveva insultato due poteri dello Stato, il popolo brasiliano e la democrazia del Paese. Non era mai accaduto prima, nella storia delle relazioni tra i due paesi, che Brasilia richiamasse il proprio ambasciatore da Buenos Aires per consultazioni, nemmeno negli anni delle dittature militari, quando i due regimi condividevano dottrina e metodi repressivi, i rapporti bilaterali erano arrivati a una rottura formale di questo tipo. Il gesto va letto per quello che è, la certificazione che tra i due maggiori soci del Mercosur non esiste più, di fatto, un canale diplomatico ordinario, sostituito da una sequenza di provocazioni pubbliche che nessuno dei due governi sembra più intenzionato a contenere.

È un linguaggio che, a prescindere dal bersaglio, trasforma l’avversario politico in nemico assoluto, funzionale non al confronto democratico ma alla sua erosione. Non è la prima volta che il presidente argentino usa questo registro per descrivere i leader progressisti della regione, ma la sistematicità con cui lo fa, sempre più spesso fuori dai confini argentini, direttamente sui palchi elettorali altrui, pone un problema di ingerenza che va ben oltre la simpatia ideologica tra affini. Ed è un problema che il Mercosur non può permettersi di ignorare a lungo. Un blocco commerciale retto sulla cooperazione tra Stati sovrani regge male se il presidente di uno dei suoi membri fondatori tratta l’altro come un avversario da abbattere piuttosto che come un partner con cui negoziare, proprio nella fase in cui il blocco cerca di consolidare l’accordo con l’Unione europea.

Il lancio della candidatura di Flavio Bolsonaro non nasce dal nulla. A maggio il senatore era stato ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump, in un incontro chiuso alla stampa che arrivava in un momento delicato. La sua campagna era stata scossa da uno scandalo legato al finanziamento di un biopic sul padre, proposto dal banchiere Daniel Vorcaro, arrestato poco prima per una frode multimiliardaria. Trump, dopo l’incontro, aveva scritto su Truth Social di aver ricevuto “un giovane intelligente che ama molto il suo Paese, il Brasile”. Parole che la propaganda della destra brasiliana ha subito trasformato in endorsement presidenziale. Lo stesso Trump, va ricordato, aveva definito “inaccettabile” la condanna di Jair Bolsonaro, arrivando a imporre dazi al 50% sulle merci brasiliane e sanzioni contro il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, in un episodio che ha reso ancora più esplicito il tentativo di pressione esterna sul sistema giudiziario e politico brasiliano.


Condividi su