di Federica Cannas
C’è una strana puntualità nella storia latinoamericana. A volte impiega due secoli per tornare nello stesso punto e porre, con parole nuove, quasi la stessa domanda.
Nel 1826 Simón Bolívar convocò a Panamá le giovani repubbliche americane perché provassero a immaginarsi insieme. Non bastava essersi liberati dalla Spagna. Bisognava capire cosa fare della libertà, come difenderla e soprattutto come evitare che l’indipendenza appena conquistata diventasse soltanto il passaggio da una dipendenza a un’altra.
Duecento anni dopo, il 21 agosto 2026, a Montevideo quella domanda è tornata a circolare.
Non nelle stesse forme, naturalmente. Non ci sono eserciti di liberazione, né territori appena sottratti alla Corona. Ci sono algoritmi, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, guerre commerciali, migrazioni, nuove concentrazioni della ricchezza e un ordine internazionale che mostra crepe sempre più profonde. Ma sotto questa superficie contemporanea rimane una questione antica. Quanto può essere sovrana l’America Latina se continua a pensare il proprio futuro dentro categorie, tecnologie e rapporti di forza decisi altrove?
È difficile considerare casuale che proprio nell’anno del bicentenario del Congresso Anfictiónico di Panamá oltre 150 esponenti progressisti provenienti da 15 paesi e territori delle Americhe si siano ritrovati nella capitale uruguaiana per la terza edizione del Congresso Panamericano. Le precedenti erano state Bogotá, nel 2024, su impulso dell’allora presidente Gustavo Petro, e Città del Messico nel 2025, accolta dalla presidente Claudia Sheinbaum. Montevideo rappresenta dunque la terza tappa di un esperimento ancora giovane: costruire uno spazio politico permanente capace di far dialogare Nord, Centro, Sudamerica e Caraibi senza assumere Washington come inevitabile centro di gravità.
Il luogo scelto per l’apertura aggiunge qualcosa al significato dell’incontro. Il Palazzo Legislativo di Montevideo appartiene a un paese che ha fatto della continuità democratica, dopo la dittatura, una parte essenziale della propria identità politica. E su quelle sale aleggia inevitabilmente l’assenza di José Mujica.
Mujica non c’è più, eppure sembra difficile parlare del futuro della sinistra latinoamericana in Uruguay senza incontrarlo da qualche parte.
Nelle parole, nei ricordi.
Il presidente Yamandú Orsi ha aperto il Congresso; la vicepresidente Carolina Cosse guida la delegazione uruguaiana, insieme al segretario della Presidenza Alejandro “Pacha” Sánchez e a una nutrita rappresentanza parlamentare. Sono arrivati l’ex presidente cileno Gabriel Boric e l’ex presidente colombiano Ernesto Samper; il governatore della provincia di Buenos Aires Axel Kicillof; il senatore brasiliano Humberto Costa, responsabile delle relazioni internazionali del Partido dos Trabalhadores; dagli Stati Uniti le parlamentari e i parlamentari democratici Pramila Jayapal e Jesús “Chuy” García; dal Messico, tra gli altri, Alfonso Ramírez Cuéllar e Carolina Rangel.
La delegazione cilena è particolarmente significativa. Accanto a Boric sono arrivati Jeannette Jara, Camila Vallejo e Giorgio Jackson, tre figure centrali della stagione politica iniziata con il movimento studentesco e arrivata alla Moneda nel 2022. È quasi una fotografia, a distanza di qualche anno, di una generazione che aveva promesso di cambiare il Cile e che oggi deve interrogarsi su ciò che di quella promessa è sopravvissuto.
Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti di Montevideo. Non è soltanto il tentativo di organizzare una risposta all’avanzata delle destre. È anche un luogo nel quale la sinistra latinoamericana prova, almeno in parte, a guardare le proprie sconfitte senza attribuirle tutte a qualcun altro.
Gabriel Boric lo ha fatto con parole insolitamente nette.
Ha rivendicato l’appartenenza alla sinistra, ma ha rifiutato l’idea che la fedeltà a una parte politica imponga di chiudere gli occhi davanti ai suoi errori. Parlando del Venezuela, ha tenuto insieme due affermazioni che spesso nel dibattito latinoamericano vengono artificiosamente separate. Ha definito illegittimo l’interventismo statunitense e, contemporaneamente, ha affermato che Nicolás Maduro aveva sottratto le elezioni e che la sinistra perde credibilità quando non riesce a riconoscere ciò che accade «nella propria famiglia».
È un passaggio importante perché sposta la discussione.
La questione non è scegliere tra l’obbedienza a Washington e la giustificazione automatica di qualunque governo si proclami antiamericano. Esiste una terza possibilità, molto più difficile: difendere contemporaneamente la sovranità dei popoli e la democrazia dentro quei popoli.
Boric ha chiesto inoltre ai partecipanti di non trascorrere tre giorni semplicemente elencando quanto sia pericolosa la destra. Sarebbe, ha detto in sostanza, un’occasione perduta. Ha indicato l’intelligenza artificiale, il superamento dell’estrattivismo, nuovi modelli di sviluppo e l’autonomia strategica sudamericana come terreni sui quali il progressismo deve tornare a produrre idee.
Ed è qui che Montevideo diventa particolarmente interessante.
Perché mentre una parte della politica continua a discutere con il vocabolario del Novecento, il potere ha già cambiato indirizzo.
Oggi la sovranità passa anche dai server.
Passa dai dati di milioni di persone, dalle infrastrutture digitali, dai modelli linguistici, dai sistemi di pagamento, dai satelliti, dai cavi sottomarini, dalle piattaforme attraverso le quali una parte crescente dell’umanità lavora, compra, legge, discute e forma le proprie opinioni.
Camila Vallejo lo ha scritto nel messaggio pubblicato da Montevideo. Nella giornata inaugurale il suo intervento ha riguardato la disinformazione, l’intelligenza artificiale e la necessità di avanzare verso una sovranità digitale, insieme alle politiche di benessere e di cura, alla pace e allo sviluppo sostenibile. Il suo post termina con una frase volutamente politica: l’America non appartiene a Trump, a Elon Musk o a Peter Thiel, ma agli americani e alle americane, e il compito è difenderla attraverso sovranità, democrazia e giustizia sociale.
Forse è proprio questa la versione contemporanea della vecchia domanda di Bolívar.
Nel 1826 si temeva che le repubbliche appena nate fossero troppo fragili per resistere alle potenze. Nel 2026 la fragilità ha forme meno visibili. Uno Stato può avere una bandiera, un Parlamento e libere elezioni e scoprire comunque che una parte decisiva della propria infrastruttura tecnologica, delle informazioni dei cittadini e persino degli strumenti attraverso i quali si costruisce il consenso appartiene a società private situate migliaia di chilometri più a nord.
Per questo non è marginale che uno dei quattro grandi tavoli di Montevideo sia dedicato proprio a sovranità digitale e intelligenza artificiale. Gli altri riguardano pace, sicurezza e multilateralismo; sviluppo economico sostenibile e integrazione regionale; benessere e politiche di cura. Non è un catalogo casuale. È il tentativo di aggiornare l’idea stessa di sovranità.
Anche la presenza colombiana racconta qualcosa di questo passaggio generazionale. Tra gli invitati c’è María Fernanda “Mafe” Carrascal, deputata del Pacto Histórico e una delle figure che hanno lavorato sulla riforma del lavoro colombiana. Carrascal era già stata protagonista della precedente edizione messicana del Congresso, dove aveva insistito sulla necessità di costruire l’integrazione «dal basso», attraverso popoli che condividono lotte e trasformazioni. A Montevideo è tra le protagoniste dell’incontro pubblico Esto es América insieme a Lucía Topolansky, Alejandro Sánchez, Boric, Kicillof, Pramila Jayapal, Ofelia Fernández e Humberto Costa.
Il titolo scelto per quell’incontro al Teatro Solís sembra quasi elementare. Esto es América.
Eppure contiene forse la domanda più difficile di tutte.
Quale America?
Quella immaginata per decenni come il cortile di casa degli Stati Uniti? Quella delle dittature militari e dell’Operazione Condor? Quella delle rivoluzioni sconfitte, delle transizioni democratiche, delle crisi del debito, delle privatizzazioni, delle nuove sinistre e delle loro contraddizioni? Oppure un continente ancora incompiuto, capace finalmente di riconoscere che la propria unità non significa uniformità?
Il Congresso nasce anche da questa insofferenza. Il suo coordinatore David Adler l’ha espressa attraverso un’immagine efficace: Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione degli Stati Americani hanno entrambi sede a Washington, dentro un’architettura nella quale troppo spesso il Nord parla e il Sud ascolta. Montevideo vorrebbe provare a invertire la direzione della conversazione: che il Sud parli e il Nord ascolti.
Non sappiamo ancora se ci riuscirà.
Ed è bene non trasformare un congresso politico in qualcosa che non è. Centocinquanta dirigenti riuniti per tre giorni non modificano i rapporti di forza del continente. Una dichiarazione comune non arresta l’autoritarismo, non riduce le disuguaglianze, non restituisce automaticamente credibilità alle sinistre che l’hanno perduta. L’America Latina conosce fin troppo bene la distanza che può esistere tra le grandi dichiarazioni di unità e la difficoltà quotidiana di costruirla.
Ma gli incontri politici diventano importanti quando riescono a formulare la domanda giusta prima ancora di trovare la risposta.
E a Montevideo una domanda sta emergendo con chiarezza.
Che cosa significa essere progressisti nel 2026?
Non può significare soltanto custodire ciò che è stato conquistato. Perché mentre si difendono i diritti del Novecento stanno nascendo i poteri del XXI secolo. Non può significare soltanto opporsi a Trump, Milei o alle nuove destre. Una politica che esiste esclusivamente in funzione del proprio avversario finisce per consegnargli perfino il privilegio di scegliere gli argomenti di cui discutere.
E non può nemmeno significare rifugiarsi nella nostalgia.
Mujica viene citato continuamente in questi giorni a Montevideo. Ma il modo peggiore di ricordarlo sarebbe trasformarlo in una fotografia appesa alla parete. Mujica apparteneva a una tradizione politica che aveva conosciuto la prigione, la sconfitta, il governo e infine il limite del governo. Sapeva che la politica vale quando riesce a parlare alla vita concreta delle persone, non quando contempla la propria purezza.
Forse per questo la sua assenza si sente tanto.
Fuori dal Palazzo Legislativo c’è Montevideo, con il Río de la Plata davanti e Buenos Aires dall’altra parte, invisibile ma vicinissima. Una geografia che sembra fatta apposta per ricordare che in Sudamerica le frontiere sono spesso molto più recenti delle storie che dividono.
Duecento anni fa Bolívar convocò un congresso perché aveva intuito una cosa semplice e terribile: essere liberi separatamente poteva non bastare.
Il suo progetto fallì.
Le repubbliche presero strade diverse, arrivarono le guerre, i confini, le rivalità, le interferenze straniere. Dell’America immaginata a Panamá rimase soprattutto una possibilità incompiuta.
Ora, due secoli dopo, nessuno a Montevideo può fingere di ricominciare da zero. Ci sono stati Allende e il golpe cileno, le Madres de Plaza de Mayo, le dittature del Cono Sud, Lula operaio diventato presidente, Mujica uscito da un pozzo e arrivato alla presidenza dell’Uruguay, Petro, Boric, le vittorie e le sconfitte di una generazione che aveva creduto di poter aprire un nuovo ciclo.
Tutto questo entra nelle sale insieme ai delegati.
E forse il significato più interessante di Montevideo 2026 è proprio qui. L’America progressista si ritrova dopo aver scoperto che vincere un’elezione non significa aver vinto la storia.
Deve imparare nuovamente a convincere, organizzare, governare, ammettere i propri errori e soprattutto immaginare qualcosa che ancora non esiste.
Bolívar, nel 1826, non sapeva se il suo progetto avrebbe funzionato.
Non funzionò.
Eppure, duecento anni dopo, siamo ancora qui a discutere della sua domanda.
Forse perché alcune sconfitte non cancellano un’idea. La lasciano semplicemente in eredità a quelli che vengono dopo.
A Montevideo, in questi giorni d’agosto, quell’eredità è di nuovo sul tavolo.
E questa volta accanto alle vecchie parole — libertà, uguaglianza, democrazia, sovranità — ce ne sono di nuove: algoritmi, dati, intelligenza artificiale, clima, cura.
È cambiato il mondo.
La domanda, ostinatamente, è ancora quella. Riuscirà l’America a decidere da sé che cosa vuole diventare?




e poi