AI Impact Summit di Nuova Delhi. Lula e la sfida al colonialismo digitale


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di Federica Cannas

Per la prima volta nella storia dei vertici globali sull’intelligenza artificiale, l’India ha ospitato l’AI Impact Summit 2026 a Nuova Delhi, e questa scelta ha già di per sé il peso di un argomento politico.
A coglierlo con più lucidità è stato il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Nel suo intervento alla sessione plenaria, Lula ha ricordato che furono matematici indiani a consegnarci, oltre duemila anni fa, il sistema binario che struttura ancora oggi l’informatica moderna. “Il mondo digitale ritorna alla sua patria”, ha detto. Ma dietro l’omaggio culturale c’era una tesi politica precisa. Se le radici del digitale affondano nel Sud, perché il suo governo è concentrato al Nord?

La risposta, implicita nel discorso di Lula, è la più scomoda: perché il potere segue il capitale, non la storia. “Quando pochi controllano gli algoritmi e le infrastrutture digitali”, ha detto il presidente brasiliano, “non stiamo parlando di innovazione, ma di dominazione.” I dati generati dai cittadini del Sud vengono estratti e monetizzati senza che nei loro territori resti un valore equivalente. È una forma di colonialismo, con strumenti diversi ma con la stessa logica estrattiva.

Lula ha paragonato l’impatto dell’intelligenza artificiale a quello dell’energia nucleare e dell’ingegneria genetica. Tecnologie a doppio uso, il cui carattere trasformativo dipende interamente da chi le governa. Il modello di business attuale delle grandi corporation tecnologiche si regge sulla monetizzazione dei dati personali e sull’amplificazione algoritmica della radicalizzazione politica, con effetti già visibili sui processi elettorali in tutto il mondo. L’avanzata della Quarta Rivoluzione Industriale coincide con un indebolimento della cooperazione internazionale. Un bivio storico che rende urgente costruire regole condivise.

La proposta brasiliana parte da un’architettura precisa. Al centro c’è la richiesta di una governance multilaterale guidata dalle Nazioni Unite, unico foro con la legittimità universale necessaria per regolare tecnologie che non conoscono confini. A questa si affianca il sostegno all’iniziativa promossa dalla Cina per creare un’organizzazione internazionale di cooperazione sull’AI orientata ai paesi in sviluppo. Un segnale, questo, di come il Sud globale stia iniziando a costruire coalizioni proprie, senza aspettare il permesso. Il tutto sorretto da un principio che Lula ha già radicato nella dichiarazione dei BRICS a Rio de Janeiro: l’essere umano al centro di ogni decisione tecnologica, prima del profitto e prima della competizione geopolitica.

Sullo sfondo, un dato che nessun vertice può permettersi di ignorare. 2,6 miliardi di persone sono ancora escluse dal mondo digitale, e milioni di altre non hanno accesso all’elettricità di base. Un’intelligenza artificiale che non riduce questo divario, non è progresso, è una nuova forma di disuguaglianza.

Il Summit di Nuova Delhi non ha prodotto trattati vincolanti, ma ha reso visibili le contraddizioni di un sistema che stenta a riformarsi. La delegazione americana è arrivata con un’agenda centrata sulla “dominazione” nel confronto geopolitico con la Cina, le multinazionali tecnologiche hanno ottenuto un peso istituzionale equivalente a quello degli stati sovrani, e la società civile è rimasta ai margini senza una piattaforma di alto livello. Eppure qualcosa si è incrinato, ed è difficile ignorarlo. Per la prima volta, il Sud non era invitato come ospite al tavolo dove si discute del suo futuro digitale. Era il padrone di casa.


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