ANALISI/ Somaliland crocevia e punto di frattura del Corno d’Africa?


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di Franz di Maggio

Esiste un’area di interesse nell’Africa equatoriale che può, per diverse ragioni essere rapportata ai Balcani europei ed è il Corno d’ Africa.  Un’area complessa per composizione etnica e religiosa, poco interessante dal punto di vista delle risorse se non per quell’area costiera che dall’Oceano Indiano e dal Mar Rosso converge verso il canale di Suez. Storicamente territorio di pirateria, nel secolo scorso ha visto, nella sua parte estrema costiera la divisione coloniale tra Regno Unito (a nord) e Italia a sud che ha determinato la nascita di uno stato post-coloniale unico, la Somalia (1960).  Paese che trent’anni fa ha visto staccarsi la parte ex-britannica in uno stato indipendente “de facto”, il Somaliland, riconosciuto solo recentemente dall’Etiopia, che vede un possibile sbocco al mare alternativo a Gibuti, e nei giorni scorsi da Israele.

Sul Somaliland pende il consueto problema dello scontro tra il riconoscimento di un’autodeterminazione del popolo e il mantenimento dei confini stabiliti. Questa seconda regola fondamentale del diritto internazionale contemporaneo può apparire come una rigidità, in realtà è un limite spesso necessario – specie in Africa – per evitare la iper frammentazione in piccoli stati di natura tribale o peggio asserviti alle mire del neo-colonialismo.

Ecco cosa succede in Somaliland: se l’Etiopia vede uno sbocco al mare, Israele che controlla il mar Rosso da Eilat si installa con tutta la sua potenza di fuoco (e commerciale) nel golfo di Aden, a un passo dallo Yemen. Non solo, sposta pericolosamente gli equilibri della regione, già minata da un conflitto silente tra Egitto e Etiopia per lo sfruttamento delle acque del Nilo Azzurro con la costruzione da parte degli etiopi di una grandiosa diga che riduce notevolmente la portata delle acque del sud dell’Egitto. In effetti alti funzionari del governo egiziano hanno già dichiarato la loro irritazione per questa mossa di Netanyahu nello scacchiere dell’area.

Non vogliamo credere che il Somaliland possa essere indicato come possibile destinazione della deportazione dei palestinesi di Gaza, ma a questo genere di “sorprese” ci siamo ormai abituati. L’innesto sulla popolazione di un Paese già abbondantemente oltre la soglia della povertà del vissuto dei gazawi produrrebbe potenzialmente una miscela altamente esplosiva (ricordo che nel corno d’Africa è presente Al-Shabaab che nel nord del Kenya si è reso responsabile “in nomine dei” di atti di terrorismo e rapimenti di massa e in Somalia controlla il 30% del territorio).

Quando si parla di “balcanizzazione” del Corno d’Africa (e su Sponda Sud se ne è discusso a proposito del Sudan e Sud Sudan), c’è da evidenziare anche un altro attore sottovalutato: il Puntland. Regione a cavallo tra Somalia e Somaliland, situata sulla punta estrema del Corno d’Africa, contesa più volte, si è a sua volta dichiarata autonoma dalla Somalia nel 1998 in piena guerra civile, ottenendo in seguito pieno riconoscimento come “stato federato” della Somalia, senza mai richiedere la piena indipendenza, ma avanzando richieste territoriali nei confronti del Somaliland nel tentavo di riunificare quel territorio chiamato “Ciid” situato ad ovest che storicamente faceva parte del Puntland.

Il Puntland ha un’agricoltura e una pesca di sussistenza, ma è strategicamente fondamentale per il passaggio delle grandi navi commerciali da e per il canale di Suez. Stimati in 30 milioni di dollari (fonte UN) gli atti di pirateria che partono dalla regione contro i quali il governo locale si è mosso con i mezzi a sua disposizione.

Anche su quest’area è necessario valutare il contraccolpo dell’accordo Israele-Somaliland che può facilmente riaprire questioni mai sopite e ferite mai cicatrizzate.  E, soprattutto, portare alla disperazione milioni di persone che hanno già subito decenni di guerre e l’impoverimento totale delle proprie risorse, l’impossibilità di fatto di risollevarsi dal disastro a cui li hanno condotti la politica neo-colonialista e l’imperialismo senza scrupoli ammantato da comode bandiere di guerre religiose.


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