Argentina. Il secondo golpe è contro la memoria


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di Federica Cannas

C’è una fotografia che circola da mesi sui social argentini. Sei deputati di La Libertad Avanza, il partito di Javier Milei, sorridono accanto a un gruppo di anziani in tuta carceraria. Tra questi ultimi si riconosce Alfredo Astiz, l’Ángel de la Muerte, l’angelo della morte, l’uomo che si infiltrò tra le Madres de Plaza de Mayo, fingendosi fratello di un desaparecido, e che consegnò alla morte alcune delle fondatrici di quel movimento.

A cinquant’anni dal 24 marzo 1976, quando la giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla rovesciò il governo costituzionale di Isabel Perón, l’Argentina combatte una battaglia sul significato di quel giorno. E questa battaglia, più di quanto sembri, riguarda anche noi.

Per comprendere il revisionismo di Milei bisogna partire da ciò che nega. La dittatura argentina (1976-1983) non fu, come sostiene l’attuale presidente, una “guerra” tra forze dello Stato e guerriglieri marxisti in cui i militari commisero qualche “eccesso”. Fu un progetto sistematico di sterminio pianificato ai vertici dello Stato, con centri clandestini di detenzione e tortura, sequestri di neonati, sparizioni di massa.

I processi celebrati in Argentina dal 1985 in poi, una delle esperienze di giustizia transizionale più rigorose al mondo, hanno condannato per crimini contro l’umanità oltre 1.200 tra militari, agenti di sicurezza e civili. E questa è una verità giudiziaria accertata in più di trecento dibattimenti. Fino all’elezione di Milei, quella condanna era l’unico punto di consenso trasversale nella tormentata politica argentina.
Le organizzazioni per i diritti umani, a partire dalla storica ricerca della CONADEP nel 1984, hanno documentato circa 30.000 desaparecidos. Il governo Milei ha contestato questo numero con un video diffuso ufficialmente dalla Casa Rosada il 24 marzo 2024, nel giorno stesso dell’anniversario, sostenendo che la cifra sia “inventata”.

Il negazionismo di Milei non è una provocazione estemporanea, è una costruzione sistematica con pilastri precisi.

L’argomento centrale del governo è che negli anni Settanta in Argentina ci fosse una “guerra civile”tra due forze violente, la guerriglia di sinistra e l’esercito, e che entrambe abbiano commesso crimini. Questa “teoria dei due demoni” era già stata smontata dai tribunali argentini. I processi hanno dimostrato che la repressione era pianificata, sistematica e sproporzionata rispetto a qualsiasi minaccia reale. Ma Milei la ripropone con nuovo vigore, aggiungendo un elemento inedito: non solo i militari erano “combattenti”, ma le organizzazioni per i diritti umani sarebbero state uno strumento di una “corporazione” che ha lucrato sulla memoria.

Accanto alla battaglia narrativa, procede quella materiale. In meno di due anni l’amministrazione Milei ha tagliato del 40% il bilancio dell’area Diritti Umani, declassandola da Ministero a semplice Sottosegreteria con il licenziamento di oltre 400 dipendenti. Ha chiuso l’Unidad Especial de Investigación incaricata di rintracciare i figli dei desaparecidos, quella struttura che in vent’anni di lavoro ha restituito l’identità a oltre 130 persone. Ha ridotto i finanziamenti ai siti di memoria, i vecchi centri clandestini di detenzione trasformati in luoghi di testimonianza. Ha ostacolato l’accesso ai documenti ufficiali.
Forse il segnale più grave, sul piano giuridico e internazionale, è il ritiro dello Stato argentino dalle parti civili nelle cause ancora in corso per delitti di lesa umanità. Dove per decenni la Segreteria per i Diritti Umani si costituiva parte nelle istruttorie, oggi si assiste a un disimpegno programmato. È come se lo Stato si tirasse fuori dalla propria storia giudiziaria.

C’è una ragione più profonda e più geopolitica per cui il revisionismo di Milei non è solo questione interna argentina. Il golpe del 1976 non fu soltanto una dittatura militare, fu anche, e forse soprattutto, un laboratorio economico. José Alfredo Martínez de Hoz, il ministro dell’Economia di Videla, applicò il primo programma di shock neoliberale dell’America Latina, liberalizzando i mercati finanziari, aprendo il paese al capitale speculativo internazionale, comprimendo i salari reali. Era, in nuce, il modello che il Fondo Monetario Internazionale avrebbe poi esportato in tutta la regione.

Milei è l’erede intellettuale di quella tradizione economica. Lui stesso non ne fa mistero. Cita Hayek e Friedman, esalta la libertà dei mercati contro lo Stato, propugna la dollarizzazione, ha avuto rapporti diretti con ambienti della destra libertaria nordamericana. La sua ostilità alla memoria della dittatura non è casuale. Riabilitare il regime di Videla sul piano della narrativa significherebbe anche riabilitare il modello economico che lo accompagnò, il cui fallimento, con la crisi del debito degli anni Ottanta, portò al crollo della stessa dittatura.

C’è dunque una continuità che Milei deve spezzare o occultare: quella tra il terrorismo di Stato e l’esperimento neoliberale che gli diede copertura. Il revisionismo storico è, in questo senso, anche un revisionismo economico.

Il caso argentino non va letto in isolamento. Milei si è inserito consapevolmente nella rete internazionale delle destre populiste, quella che va da Trump a Orbán, da Bolsonaro a Meloni, che ha come uno dei suoi tratti comuni la revisione critica della memoria delle dittature del Novecento. Si tratta di una convergenza culturale: lo Stato che si ritira dalla tutela dei diritti, il passato che non deve più essere giudicato.
In questo quadro, la vicepresidente Victoria Villarruel, figlia e nipote di militari, attivista da vent’anni in organizzazioni che rivendicano le azioni delle forze armate negli anni Settanta, è molto più di un’alleata scomoda. È la figura che dà al revisionismo una genealogia familiare, emotiva, identitaria. Il suo libro Los otros muertos (Gli altri morti), dedicato alle vittime dei gruppi guerriglieri e non a quelle della dittatura, è il manifesto ideologico di questa operazione: un’inversione dello sguardo storico che non nega i morti, ma ne cambia la gerarchia simbolica.

L’Argentina di Milei si candida così a diventare, di nuovo, un laboratorio. Ma non più del neoliberismo economico: del negazionismo istituzionalizzato. E i laboratori argentini, storicamente, hanno esportato i loro modelli.

Il 24 marzo 2025, quarantanovesimo anniversario del golpe, primo sotto il governo Milei, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a Buenos Aires e in altre città argentini sotto lo slogan Nunca Más. È stata una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni. Le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo erano in prima fila, con le loro storiche fasce bianche; accanto a loro, i giovani di H.I.J.O.S., figli e figlie di desaparecidos. Era un segnale inequivocabile: la società argentina non ha ancora ceduto.
Anche da fuori sono arrivati segnali importanti. Un gruppo di storici argentini e internazionali ha firmato una lettera aperta, Milei ante la historia, denunciando l’uso strumentale del passato da parte del governo. Il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel ha parlato di un paese che viene riportato indietro di cinquant’anni.

Papa Francesco aveva ricevuto in udienza nell’agosto 2024 Anita Fernández, nipote di Esther Ballestrino, una delle fondatrici delle Madres e sua amica personale. In quell’occasione, il Pontefice inviò un messaggio nel quale esortava a sostenere la memoria e le testimonianze. Centinaia di organizzazioni in Europa, dall’America Latina, dalla Svizzera, hanno firmato dichiarazioni di solidarietà.

La battaglia sulla memoria della dittatura argentina non è una questione interna, né un’eredità del passato. È una questione del presente, e ha una dimensione internazionale. Perché il negazionismo produce effetti giuridici reali: processi rallentati, archivi chiusi, identità negate, giustizia sospesa.
C’è una frase del procuratore Julio César Strassera al termine del processo alle giunte nel 1985, che è diventata il simbolo della memoria argentina: “Señores jueces: Nunca Más”. Era la definizione di un confine civile: ciò che una democrazia non può permettere che accada di nuovo, né che venga giustificato a posteriori.

A cinquant’anni dal 24 marzo 1976, quel confine è sotto assedio. Un governo eletto democraticamente usa gli strumenti della democrazia, la retorica, il bilancio, per smontare le istituzioni della memoria. È, a tutti gli effetti, un secondo golpe contro la verità.

E qui sta la questione geopolitica che anche l’Europa e il mondo latino-mediterraneo dovrebbero porsi. Quando un governo democraticamente eletto inizia a riabilitare una dittatura, non si tratta più solo di storia interna. Si tratta di un test sulla tenuta delle democrazie contemporanee di fronte al populismo revisionista. L’Argentina, come sempre, è in anticipo.

Videla è morto in carcere nel 2013, condannato per crimini contro l’umanità. I suoi complici più anziani scontano pene detentive. Ma le idee che li sorreggevano, l’ordine sopra la libertà, il mercato sopra i diritti, la sicurezza sopra la giustizia, sono tornate al potere con un profilo sui social e un discorso sull’efficienza economica.

Nunca Más. Due parole che valgono ancora. Ma tenerle in vita richiede, oggi come allora, qualcosa di più di una commemorazione.


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