di Bruno Scapini
La dissacrazione dei valori cristiani, un processo purtroppo al quale stiamo oggi assistendo in varie parti del Pianeta, conosce certamente varie forme e modalità. Tra queste spicca però, per entità dell’effetto impattivo sulla tenuta della società, il metodo offerto dalla politica. Pervenire ad un diretto scontro tra Stato e Chiesa sembrerebbe oggi un’esperienza del tutto impensabile, un fenomeno datato, le cui reminiscenze ci riconducono a tempi che ritenevamo per sempre superati. Ma evidentemente ci sbagliavamo. La demolizione dell’istituzione ecclesiastica può essere ancora esperienza dei nostri giorni e ce lo dimostra con ostentata evidenza mefistofelica proprio quanto sta accadendo oggi in Armenia.
Indotto da una accentuata, e comprovata, sfiducia nell’esito delle ormai prossime elezioni parlamentari, prevedibilmente non in linea con le sue aspettative di un rinnovato mandato al Governo, il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, decide di promuovere un’azione penale – notificata ufficialmente il 14 febbraio scorso – contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Garegin II, Capo della Chiesa Apostolica armena. L’iniziativa, assunta con brutale calcolo politico e in disprezzo delle più elementari regole di decenza istituzionale, si inscrive in una sistematica negazione dell’autorità religiosa – concretizzatasi già nel recente passato con arresti condotti avverso alti prelati – che è stata assunta dal P.M. quale base per una sua azione di contrasto avverso le gerarchie ecclesiastiche accusate di voler sovvertire l’ordine istituzionale nel Paese. Pretesto per una tale condotta sarebbe l’appoggio fornito dalla Chiesa alle rimostranze messe in atto da una crescente opposizione che avrebbe preso corpo negli ultimi tempi a causa della deriva autocratica del Governo e della sua incapacità di difendere, nelle tuttora in corso trattative post-belliche con l’Azerbaijan, le due fondamentali cause storiche nazionali: la reintegrazione del Nagorno Karabagh (perso per disfattismo politico) e il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915 (non più perseguito in quanto abiurato oggi dal Governo quale obiettivo etico e storico-culturale percepito come ostacolo condizionante).
Orbene, proprio a riguardo di tali cause non va dimenticata, e tanto meno negata – incorreremmo altrimenti in un gravissimo errore di analisi storica – la predisposizione dell’attuale Governo a compiacere l’interesse di Baku e di Ankara, allineate entrambe su identiche posizioni, ad ottenere dall’Armenia il massimo delle possibili concessioni dopo la sua sconfitta nell’ultima guerra del Karabagh del 2020, come se non fosse bastato riprendersi le sette zone azere occupate dagli armeni fin dal 1992/94 e tutto il Nagorno Karabagh territorio conteso.
Pashinyan, del resto, viene accusato dall’opposizione di essere una pedina nella mani dell’Occidente, di quell’Occidente impegnato – e questo è l’elemento critico determinante – a fare dell’Armenia un secondo fronte in funzione anti-russa. Indicativi di tale prospettiva sarebbero, infatti, alcuni significativi elementi: la tendenza di Pashinyan a disimpegnarsi dai vincoli euro-asiatici che lo legano a Mosca, la sua ambiguità nel distaccarsi dalla alleanza militare offerta dalla CSTO, e, da ultimo, la firma di un Accordo di cooperazione con Washington e quella di un Trattato di Pace con l’Azerbaijan – le cui previsioni sarebbero ancora in corso di attuazione – costato all’Armenia la cessione di un corridoio strategico, quello di Zangezur, idoneo a collegare la Turchia direttamente con l’Azerbaijan attraverso la exclave azera del Nakishevan. Così, il gioco pro-occidentale in cui tutto dell’Armenia viene messo a rischio, perfino la restituzione dei prigionieri di guerra condannati giudizialmente con pretestuose accuse di collusione con la ex Repubblica del Nagorno Karabagh, non finisce ancora; anzi perdura, perché la partita, dal sapore amaro e deludente, continua oggi nell’azione demolitrice di quello che di più caro il popolo armeno possa conservare: la sopravvivenza della propria identità storica assicurata nei secoli dal ruolo determinante svolto dalla Chiesta cristiana.
Ma al di là di queste riflessioni sulla triste condizione in cui l’Armenia è venuta a trovarsi, a causa di uno scellerato intreccio di dinamiche geopolitiche, una questione di fondo tuttavia permane vergognosamente irrisolta: la ipocrisia di un Occidente che si ostina a non vedere le rivendicazioni di un popolo che aspira giustamente ad una pace vera ed equa quale unica via per evitare il rischio di una cancellazione della sua stessa memoria storica.
Vergognosa è, dunque, questa inerzia occidentale, e non solo di fronte alle continue pretese di Baku di ottenere ulteriori concessioni negoziali, ma anche, e soprattutto, a riguardo della grave farsa giudiziaria concepita avverso la Chiesa per inibirne ogni capacità di guida e di influenza sulla società del Paese. Se il Governo armeno è ora palesemente intrappolato in una imbarazzante scelta di campo, se sganciarsi definitivamente dai legami con Mosca – con prevedibile perdita di vantaggi economici – o se optare decisamente per una svolta occidentale dai dubbi benefici strategici, Aliyev, per contro, il Presidente azero, agisce e si muove con spavalda arroganza. E’ l’arroganza offertagli dalla certezza di godere di una assoluta impunità che gli verrebbe garantita dalle forniture di gas e, perché no, anche da qualche scatoletta di caviale del Caspio!



e poi