Cile, l’ora di Kast. La prima rottura con il consenso democratico anti-pinochetista


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di Federica Cannas

Per la prima volta dal ritorno della democrazia nel 1990, il Cile ha visto insediarsi alla Moneda il presidente più a destra nella storia del paese dalla fine della dittatura del generale Augusto Pinochet. José Antonio Kast, avvocato cattolico, fondatore del Partito Repubblicano, ha vinto le elezioni presidenziali dello scorso dicembre battendo al ballottaggio la candidata comunista Jeannette Jara con oltre il 58% dei consensi.

Non è ancora il momento di valutare l’azione di governo, Kast è appena entrato in carica e il suo operato sarà materia di analisi future. Ciò che è già leggibile, con chiarezza, è la sua collocazione politica e ideologica. E questa collocazione rappresenta una discontinuità profonda, inedita nel panorama democratico cileno degli ultimi trentasei anni.

Dal 1990 a oggi, i presidenti cileni, di centrosinistra e anche di centrodestra, avevano tutti condiviso, pur con accenti diversi, un punto fermo: la condanna della dittatura di Pinochet e il riconoscimento delle violazioni dei diritti umani commesse dal regime militare. Dall’insediamento di Patricio Aylwin fino alle presidenze di Eduardo Frei Ruiz-Tagle, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet, tutti espressione della coalizione Concertación, fino al conservatore Sebastián Piñera, nessun presidente aveva fatto eccezione a questo patto fondativo della democrazia cilena.

Un momento emblematico di questo consenso trasversale si registrò nel settembre 2023, in occasione del cinquantesimo anniversario del golpe del 1973. Il documento “Por la democracia, siempre” fu firmato dal presidente Boric insieme ai quattro ex presidenti ancora in vita: Eduardo Frei, Ricardo Lagos, Michelle Bachelet e Sebastián Piñera. Quest’ultimo si dissociò persino dalla sua stessa coalizione di centrodestra, che rifiutò di aderire. I partiti della destra più vicina a Kast si tennero fuori. Un segnale già allora inequivocabile della frattura in corso.

Kast è il primo presidente del Cile dal ritorno della democrazia nel 1990 ad arrivare a La Moneda senza aver preso le distanze dal dittatore Augusto Pinochet. Anzi, da studente universitario apparve in uno spot televisivo a sostegno del “sì” nel plebiscito del 1988, quello che avrebbe dovuto prolungare di altri otto anni il governo militare. Non si tratta di una sfumatura. È un dato biografico e politico che lo colloca fuori da qualsiasi precedente presidenziale democratico cileno.

Figlio di migranti tedeschi, con il padre Michael iscritto al Partito Nazista e ufficiale della Wehrmacht, e il fratello Miguel ministro del Lavoro e presidente della Banca Centrale sotto Pinochet, Kast ha costruito nel tempo un profilo ideologico che non lascia spazio a interpretazioni. Contrario all’aborto e al matrimonio tra persone dello stesso sesso, favorevole a politiche di espulsione di massa dei migranti irregolari, sostenitore di drastici tagli alla spesa pubblica. I tre pilastri della sua visione politica sono “Dio, patria e famiglia”.

Sul piano internazionale, la sua rete di riferimento è altrettanto esplicita. Vicino ideologicamente al presidente argentino Javier Milei e alla premier italiana Giorgia Meloni, e naturale alleato dell’amministrazione Trump nella sua nuova applicazione della dottrina Monroe in America Latina.
In Cile funziona il cosiddetto péndulo. Storicamente c’è una perfetta alternanza al potere tra i blocchi conservatore e progressista, anche perché il presidente in carica non può ripresentarsi immediatamente per un secondo mandato. La vittoria di Kast si inserisce dunque in una dinamica conosciuta, accelerata dal fallimento del processo costituente avviato dopo le proteste del 2019 e dalla crescente insicurezza percepita dalla popolazione.

Ma l’alternanza, questa volta, non è un semplice cambio di orientamento politico. È una rottura del perimetro democratico che aveva tenuto per tre decenni e mezzo. Tutti i predecessori di Kast, compreso Piñera, esponente della destra moderata, avevano accettato quel patto fondativo. Kast no. Lui era dall’altra parte nel 1988, quando il Cile scelse la democrazia.

È presto per valutare l’azione di governo. Ma alcune domande si pongono già ora. Come si comporterà Kast sui temi della memoria e dei diritti umani, in un paese dove le due Commissioni della Verità hanno accertato oltre quarantamila vittime tra uccisi, desaparecidos, prigionieri politici e torturati? Come si muoverà sui meccanismi istituzionali che garantiscono il pluralismo? E quale segnale manderà al Cono Sur e all’intera America Latina, in un momento in cui la democrazia è sotto pressione in tutto il continente?

La risposta a queste domande è ancora da costruire. Ciò che è già scritto è l’inizio. Per la prima volta dal 1990, alla Moneda siede una riabilitazione implicita dell’eredità pinochetista. È una novità che va guardata con attenzione e con la lucidità che la storia di Salvador Allende, e di tutto ciò che rappresenta, esige.


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