di Alessandro Aramu
La nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema rappresenta un passaggio delicato e altamente simbolico nella storia della Repubblica islamica. La conferma ufficiale della sua elezione da parte dell’Assemblea degli Esperti arriva in un momento di straordinaria tensione internazionale, con il Paese sotto bombardamenti da parte di Israele e Stati Uniti, mentre il confronto politico e mediatico tra Teheran e Washington si gioca anche sui canali televisivi, con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi che sfida pubblicamente il presidente americano Donald Trump. La nomina di Mojtaba non è dunque solo un atto formale di successione: è un segnale chiaro della direzione in cui si muove il regime, della sua resilienza e della sua capacità di consolidare la leadership anche sotto pressione esterna.
1. Una successione dinastica che sfida le tradizioni
La scelta di Mojtaba Khamenei segna un precedente: per la prima volta nella Repubblica islamica la guida suprema passa da padre a figlio. Alcuni ayatollah tradizionalisti considerano questa soluzione problematica, perché rischia di trasformare un sistema teocratico fondato sul principio del Velayat-e Faqih, concepito da Ruhollah Khomeini, in una successione quasi dinastica. I critici sottolineano che Mojtaba non possiede la stessa autorità religiosa del padre e manca della formazione teologica tradizionale richiesta per incarnare pienamente il ruolo di guida spirituale. Tuttavia, proprio in questa scelta simbolica risiede una logica pragmatica: garantire continuità, ridurre il rischio di fratture interne e inviare un messaggio chiaro sia alla popolazione sia agli avversari esterni che il sistema mantiene coesione e legittimità anche sotto attacco.
2. L’influenza crescente dei Pasdaran
Il sostegno delle Guardie della Rivoluzione Islamica è stato determinante nella conferma della successione. I Pasdaran rappresentano oggi non solo il cuore militare dello Stato, ma anche un centro di influenza politica ed economica, con il controllo su settori chiave dell’energia, delle infrastrutture e della gestione dei fondi strategici. La nomina di Mojtaba riflette questa centralità crescente: i suoi legami con l’apparato di sicurezza e con le reti di influenza economica e amministrativa hanno pesato più delle qualifiche religiose nella scelta finale. La Repubblica islamica sembra oggi operare attraverso una rete di potere complessa, in cui militari, élite economiche e istituzioni religiose interagiscono senza che nessuno blocco domini completamente.
3. Una nuova generazione alla guida
Mojtaba Khamenei appartiene a una generazione cresciuta all’interno dello Stato e delle sue strutture di sicurezza piuttosto che nei seminari teologici. Questo profilo gli conferisce vantaggi pratici: conosce i meccanismi del potere, sa muoversi tra apparato militare e politica statale, e può interagire direttamente con comandanti e gestori delle risorse nazionali. In un contesto di conflitto e pressione internazionale, una guida con queste caratteristiche può coordinare risposte rapide e pragmatiche, senza essere vincolata esclusivamente alla legittimazione religiosa. La sua nomina segna quindi un cambiamento generazionale e strategico: la politica, la sicurezza e l’economia diventano sempre più centrali rispetto al solo ruolo teologico.
4. Maggiore autonomia militare e flessibilità tattica
Secondo analisti e fonti interne, la nuova leadership ha concesso maggiore autonomia ai comandanti regionali e alle unità operative, consentendo loro di selezionare e colpire obiettivi senza attendere approvazioni centrali. Questa decisione risponde alla necessità di reagire rapidamente alle perdite subite dall’alto comando e ai danni alle infrastrutture di comunicazione durante le operazioni occidentali. Pur aumentando la flessibilità tattica, comporta rischi: maggiore imprevedibilità nelle operazioni, potenziale escalation accidentale e possibilità di colpire infrastrutture civili o obiettivi sensibili. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno già rafforzato la difesa nel Golfo Persico, consapevoli che la nuova autonomia delle unità locali può generare conseguenze difficili da controllare e complicare eventuali trattative di cessate il fuoco.
5. Gli effetti imprevedibili della guerra sulla società
I bombardamenti contro infrastrutture strategiche e aree civili sollevano interrogativi complessi sul piano politico interno. Alcuni analisti osservano che la pressione esterna potrebbe rafforzare il senso di resistenza nazionale, consolidando la legittimità della nuova guida agli occhi della popolazione. Allo stesso tempo, la reazione della società rimane difficile da prevedere: settori dell’opposizione già provati dagli attacchi possono reagire con rassegnazione, mentre altre fasce potrebbero mobilitarsi o trovare nuove forme di dissenso. Le operazioni israeliane, secondo fonti statunitensi, hanno già superato le aspettative, creando tensioni tra alleati e sottolineando quanto sia delicato calibrare la pressione militare senza rafforzare il consenso interno verso il regime.
La nomina di Mojtaba Khamenei non indica un indebolimento del sistema né un’apertura moderata. Al contrario, rafforza la continuità dinastica, conferma l’influenza strategica dei Pasdaran, introduce maggiore autonomia militare e mostra come il regime cerchi di trasformare la pressione esterna in uno strumento di legittimazione interna. L’Iran che emerge da questa transizione appare più compatto, militarizzato e pronto a sostenere uno scontro prolungato con i suoi avversari, pur mantenendo margini di imprevedibilità sul piano interno e regionale.

Alessandro Aramu – Giornalista professionista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon, reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). Per il quotidiano La Stampa ha pubblicato il reportage “All’ombra del muro di Porta di Fatima”, mostrando per la prima volta in Italia la nuova barriera che ha diviso il Libano da Israele. È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014) con la prefazione di Alberto Negri. E’ autore e curatore del volume Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti (2015), con Gian Micalessin e Anna Mazzone; e autore, insieme a Carlo Licheri del docufilm Storie di Migrantes, vincitore del premio speciale del pubblico all’ottava edizione dello Skepto International Film Festival.



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