Craxi e Sánchez. Due leader socialisti, due «no» agli USA


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di Federica Cannas  

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón de la Frontera per le operazioni militari contro l’Iran. Una scelta che ha provocato la furia immediata di Donald Trump, minacce di embargo commerciale, il ritiro di una quindicina di aerei cisterna americani dalla penisola iberica e una frattura diplomatica senza precedenti nella storia recente dell’alleanza atlantica.

Quarant’anni prima, nell’ottobre del 1985, un altro leader socialista europeo, Bettino Craxi, durante la crisi di Sigonella, aveva osato dire no a Washington su una questione di sovranità e di legalità internazionale. Anche per lui seguirono anni difficili. La storia non si ripete mai meccanicamente, ma talvolta produce assonanze che vale la pena esaminare con rigore, senza cadere nella tentazione della profezia né del romanzo.

L’operazione militare congiunta statunitense e israeliana contro l’Iran, avviata il 28 febbraio 2026, ha immediatamente posto Madrid di fronte a una scelta politica netta. Le basi di Rota e Morón, concesse in uso agli Stati Uniti in base all’Accordo di Difesa bilaterale del 1988, sono infrastrutture cruciali nel sistema logistico atlantico. Rota ospita il più grande deposito di armi e carburante d’Europa. Eppure il governo Sánchez ha deciso di non autorizzarne l’utilizzo per le operazioni in corso.

La giustificazione del premier spagnolo è stata chiara. L’attacco americano-israeliano all’Iran costituisce una violazione del diritto internazionale, avvenuta senza mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e senza consultazione della comunità internazionale. Sánchez ha precisato esplicitamente di non difendere il regime degli ayatollah, ma di opporsi a un’azione unilaterale che considera illegittima. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha ribadito la stessa posizione in sede diplomatica.

La risposta americana è stata rapida e dura. Trump ha definito la Spagna un “pessimo partner” della NATO, ha minacciato dazi e l’interruzione di tutte le relazioni commerciali, ha dichiarato che gli Stati Uniti potevano “semplicemente volare” nelle basi spagnole a prescindere dal diniego. Come conseguenza immediata, una quindicina di aerei da rifornimento sono stati trasferiti dalla Spagna a Ramstein, in Germania, e ad altri paesi europei più compiacenti.

La Spagna ha anche annullato la propria partecipazione all’esercitazione aerea Red Flag negli USA, per la seconda volta consecutiva. È un episodio senza precedenti nella storia post-bellica della Spagna come membro NATO. Nessun altro paese dell’Unione Europea ha preso una posizione analoga. Francia, Germania e Regno Unito hanno mantenuto un profilo ben più accomodante verso Washington.

Il 7 ottobre 1985, un commando palestinese del Fronte per la Liberazione della Palestina dirottò la nave da crociera italiana Achille Lauro nelle acque egiziane, uccidendo un cittadino statunitense. Dopo due giorni di trattative condotte da Craxi e dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti, i terroristi furono imbarcati su un aereo egiziano diretto a Tunisi.

Washington rifiutò l’accordo. Caccia F-14 americani intercettarono il Boeing egiziano sopra il Mediterraneo e lo costrinsero ad atterrare nella base NATO di Sigonella, in Sicilia. In quella notte tra il 10 e l’11 ottobre, la Delta Force americana si schierò sulla pista attorno all’aereo. I carabinieri e gli avieri italiani li circondarono a loro volta. Per ore, due eserciti alleati rimasero faccia a faccia, armi in pugno, sull’asfalto di una base siciliana.

Craxi non cedette. Ordinò al capo del SISMI, Ammiraglio Fulvio Martini, di assumere il controllo delle operazioni in nome della sovranità italiana. Il ragionamento giuridico era inattaccabile. La nave Achille Lauro batteva bandiera italiana, dunque il delitto era avvenuto in territorio italiano e spettava alla magistratura italiana giudicare i responsabili. Reagan chiamò Craxi nel cuore della notte. Il premier italiano non modificò la sua posizione. Alle 5:30 del mattino, i militari americani si ritirarono.
Come documentato dall’ammiraglio Martini nel suo libro “Nome in codice Ulisse” e confermato da fonti diplomatiche dell’epoca, il confronto fu di altissima tensione ma non degenerò. Craxi ottenne la fiducia della Camera il 6 novembre 1985 con 347 voti favorevoli. Reagan lo invitò a Washington per ricucire i rapporti. I due si strinsero la mano e dichiararono l’amicizia tra i due paesi “salda”. Diplomaticamente, la crisi si risolse in poche settimane.

Giorgio Napolitano, anni dopo, descrisse quel periodo come il passaggio dell’Italia da una “posizione di adesione acritica” verso gli USA a una “partnership più assertiva”. Sigonella fu il momento simbolico di questo cambiamento.

Le somiglianze strutturali tra le due vicende sono reali e meritano di essere esaminate. In entrambi i casi, un leader socialista europeo ha invocato il diritto internazionale per opporsi a un’azione unilaterale degli Stati Uniti giudicata illegittima. In entrambi i casi, la reazione americana è stata immediata, dura e pubblica. In entrambi i casi, il Paese in questione ha mantenuto formalmente la sua collocazione atlantica pur contravvenendo, su un punto specifico, alle aspettative di Washington.

C’è però una differenza di contesto importante. Nel 1985, la Guerra Fredda imponeva una logica di blocchi rigida. Sfidare gli USA era un atto eccezionale in un sistema dove la fedeltà atlantica era considerata quasi un imperativo esistenziale. Nel 2026, il contesto è più fluido. L’UE ha sviluppato una propria soggettività diplomatica, la dottrina della «autonomia strategica europea» è dibattuta, e diversi paesi hanno mostrato posizioni divergenti da Washington su Gaza e Medio Oriente. Sánchez agisce in un sistema più plurale.

Un’altra differenza. Craxi era coinvolto direttamente nella vicenda (l’Achille Lauro era una nave italiana, con cittadini italiani a bordo). Sánchez invece interviene su una crisi che non lo tocca direttamente come nazione, il che rende il suo gesto politicamente più netto ma anche potenzialmente più vulnerabile alle accuse di ingerenza ideologica.

C’e però una domanda che molti si pongono, e che riaffiora naturalmente nel confronto con Sánchez. La fine politica di Craxi, travolto da Tangentopoli tra il 1992 e il 1994, morto in esilio ad Hammamet nel 2000, è stata in qualche modo connessa al suo conflitto con Washington?
È una questione seria, che merita di essere trattata con la precisione che le fonti disponibili consentono, senza amplificazioni né minimizzazioni.

I fatti documentati sono i seguenti. Il console generale statunitense a Milano, Peter Semler, aveva contatti regolari con Antonio Di Pietro prima e durante le indagini di Mani Pulite. Come ha riferito Semler stesso in un’intervista a Maurizio Molinari de “La Stampa” nel 2012, Di Pietro lo informò con mesi di anticipo degli arresti imminenti e del fatto che le indagini avrebbero raggiunto Craxi e la DC. L’ambasciatore americano Reginald Bartholomew, successore del predecessore che aveva tollerato questi rapporti, li interruppe. Come dichiarò a Molinari, «d’ora in avanti tutto ciò con me cessò», ritenendo che i magistrati milanesi avessero «sistematicamente violato i diritti di difesa degli imputati».

Il giornalista Marcello Sorgi, nel suo libro “Presunto colpevole” (Einaudi, 2020), ha ricostruito in modo documentato questi intrecci, concludendo che “qualcosa ci sia stato” e che il lavoro del pool di Mani Pulite «abbia potuto essere monitorato dall’occhio attento degli osservatori USA». L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga aveva dichiarato che “l’azione della magistratura fu incoraggiata dall’FBI americano e dai poteri forti italiani”.

Non esiste una prova documentale che gli USA abbiano orchestrato o diretto Tangentopoli.
La lettura più equilibrata è che ci fu un interesse americano a monitorare e, in misura difficile da quantificare, ad accompagnare la transizione della Prima Repubblica italiana, in un momento in cui Washington stava ridisegnando le proprie priorità geopolitiche dopo la fine della Guerra Fredda. Se tale interesse abbia avuto un peso causale determinante nella caduta di Craxi, o se sia stato un fattore marginale rispetto alle responsabilità interne, resta una questione storicamente aperta.

Il parallelismo Sánchez-Craxi suggerisce una lezione ricorrente. I leader europei che sfidano Washington su questioni ritenute vitali dagli americani tendono a pagare un prezzo?
Ciò che i due episodi condividono è un interrogativo politico permanente. Fino a che punto un paese alleato degli Stati Uniti può esercitare una sovranità effettiva nelle proprie decisioni di politica estera e militare? È una domanda che riguarda non solo la Spagna di oggi o l’Italia degli anni Ottanta, ma l’intera architettura delle relazioni transatlantiche.

Craxi, a Sigonella, dimostrò che la risposta poteva essere “Fino a qui”. Sánchez, a Rota e Morón, ha tracciato la stessa linea. La storia dirà se, come nel 1985, questa linea verrà rispettata, o se il prezzo da pagare sarà più alto di quanto oggi si possa prevedere.


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