A sei mesi dall’apertura del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, la partita sta entrando in una fase diversa. La superiorità militare americana si è tramutata paradossalmente in una “non vittoria” per Trump e non si è tradotta in una resa politica di Teheran: Washington sta ora spostando il baricentro dello scontro dal campo di battaglia ai circuiti finanziari, commerciali ed energetici. L’obiettivo non è soltanto impoverire l’Iran, ma rendere sempre più costoso per il resto del mondo continuare a tenerlo economicamente in vita.
È questa la logica della nuova offensiva, annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha presentato una nuova campagna di sanzioni, denominata “Operation Economic Outcast”, estendendo la pressione a criptovalute, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi. Il Tesoro americano ha colpito quasi 60 individui, società e navi legati all’economia iraniana, compresi operatori della cosiddetta shadow fleet e intermediari accusati di sostenere le esportazioni petrolifere di Teheran.
La novità, tuttavia, non sta tanto nell’ennesimo pacchetto di sanzioni quanto nel messaggio rivolto ai Paesi terzi: fare affari con l’Iran può significare perdere l’accesso al sistema finanziario americano. È la leva più potente di cui dispone Washington e, allo stesso tempo, quella che può produrre le conseguenze geopolitiche più profonde.
Il vero campo di battaglia è il Golfo
La strategia americana si confronta infatti con una realtà che la guerra ha reso evidente: l’Iran non è soltanto un problema di sicurezza regionale (per gli Stati Uniti e i suoi alleati del Golfo), ma occupa una posizione centrale nell’architettura energetica mondiale. Lo Stretto di Hormuz è il punto di passaggio di circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Dopo mesi di conflitto, il traffico marittimo è drasticamente diminuito e la guerra si è trasformata in una sorta di logoramento energetico, nel quale il controllo dei flussi commerciali è diventato importante quanto il controllo del territorio.
È qui che emerge la contraddizione fondamentale della strategia americana. Washington può permettersi, almeno più facilmente degli Stati del Golfo, di sostenere una prolungata pressione economica. Ma Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman non possono permettersi un Golfo permanentemente instabile. Il caso del Qatar è particolarmente significativo. La forte dipendenza dalle rotte attraverso Hormuz ha provocato un crollo del 96% delle esportazioni di LNG del Paese nei sei mesi di guerra, con perdite stimate in circa 24 miliardi di dollari. La crisi energetica, dunque, non è più una conseguenza collaterale del conflitto: è diventata uno dei suoi principali strumenti di pressione.
Il dilemma degli alleati arabi
Gli Stati del Golfo sono così stretti fra due esigenze apparentemente inconciliabili: la protezione americana e la necessità di mantenere una relazione gestibile con Teheran. Gli Emirati hanno scelto la strada più vicina a Washington. Abu Dhabi ha annunciato la sospensione dei rapporti finanziari ed economici con l’Iran dopo nuove minacce missilistiche attribuite a Teheran. La decisione è particolarmente significativa perché Dubai è da decenni uno dei principali snodi commerciali attraverso cui l’Iran mantiene un collegamento con l’economia internazionale.
Ma sarebbe un errore considerare gli Emirati il modello destinato a essere seguito automaticamente dagli altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo.
L’Arabia Saudita ha interesse a un Iran più debole, ma non necessariamente a un Iran destabilizzato. Dopo la riapertura delle relazioni diplomatiche con Teheran nel 2023, mediata dalla Cina, Riyadh ha investito in una politica di de-escalation regionale. La priorità saudita è oggi la trasformazione economica interna e la stabilità necessaria a sostenerla. Una nuova guerra regionale, soprattutto se accompagnata da attacchi alle infrastrutture energetiche, sarebbe in aperta contraddizione con questo progetto.
Ancora più delicata è la posizione del Qatar, che deve proteggere la propria industria del gas, e dell’Oman, il cui valore strategico deriva anche dalla capacità di mantenere aperti canali di comunicazione tra Washington e Teheran.
Per questi Paesi, quindi, la neutralità non è equidistanza politica: è una strategia di sopravvivenza.
La Cina è la variabile decisiva
Il limite strutturale della nuova strategia americana è rappresentato dalla possibilità che l’Iran continui a commerciare con economie disposte ad assorbire il rischio delle sanzioni. La Cina è il nodo principale. Pechino rimane il maggiore acquirente del petrolio iraniano e rappresenta per Teheran un mercato essenziale. Ma la questione non riguarda soltanto il petrolio: riguarda la capacità di costruire circuiti finanziari alternativi, utilizzare valute diverse dal dollaro e aggirare progressivamente l’architettura sanzionatoria americana.
È un processo già in corso. Il Tesoro statunitense ha individuato reti iraniane che utilizzano società di copertura, intermediari asiatici, valute non occidentali e sistemi di shadow banking per trasferire le entrate petrolifere.
Washington dispone ancora di una leva straordinaria: l’accesso al dollaro. Ma ogni volta che questa leva viene utilizzata contro economie grandi e strategicamente importanti, aumenta anche l’incentivo di quelle stesse economie a costruire alternative.
La guerra economica contro l’Iran rischia così di diventare, indirettamente, una guerra sull’ordine finanziario internazionale.
La sanzione può sostituire la diplomazia?
È la domanda più importante della nuova fase. Le sanzioni possono ridurre le entrate, rendere più difficile l’approvvigionamento militare, aumentare il costo delle transazioni e comprimere lo spazio di manovra di un governo. Ma il loro successo politico dipende da una variabile molto più difficile da controllare: la disponibilità del regime colpito a cambiare comportamento.
L’esperienza della precedente politica americana di “massima pressione” dovrebbe invitare alla prudenza. L’obiettivo di costringere Teheran a un nuovo accordo attraverso l’isolamento economico non produsse, nel primo mandato Trump, una capitolazione iraniana. La pressione può indebolire un’economia senza necessariamente modificare le priorità strategiche di uno Stato.
Anzi, quando un governo percepisce la propria sopravvivenza come minacciata, può diventare più propenso a utilizzare gli strumenti asimmetrici a propria disposizione.
Ed è qui che Hormuz torna centrale.
Il rischio dell’escalation
La logica di Washington è relativamente semplice: se il costo economico imposto all’Iran supera quello sostenuto dagli Stati Uniti, il tempo diventa un alleato americano.
Ma il calcolo potrebbe essere più fragile di quanto sembri.
Teheran non deve necessariamente vincere la guerra per impedire agli Stati Uniti di vincerla. Può essere sufficiente rendere il conflitto abbastanza costoso da modificare il calcolo politico di Washington.
Attacchi contro navi, infrastrutture energetiche e basi militari americane nel Golfo avrebbero infatti un effetto sproporzionato rispetto al costo militare necessario per realizzarli. Il mercato petrolifero reagirebbe immediatamente; gli assicuratori aumenterebbero i premi; il traffico marittimo rallenterebbe; i governi del Golfo sarebbero costretti a intervenire per proteggere le proprie economie.
Il risultato potrebbe essere paradossale: più Washington cerca di isolare Teheran, più gli Stati del Golfo potrebbero essere spinti a mantenere aperti i propri canali con l’Iran per evitare una nuova escalation.
La partita oltre l’Iran
Per questo la nuova offensiva economica americana va letta non semplicemente come un altro capitolo della politica di “massima pressione”, ma come una prova dell’influenza geopolitica degli Stati Uniti.
Washington sta tentando di dimostrare che nessun Paese può commerciare liberamente con un avversario degli Stati Uniti senza accettare un costo. Il problema è che, quanto più questa minaccia viene estesa, tanto più aumenta la necessità per Cina, India, Russia e per gli stessi Stati del Golfo di diversificare i propri rapporti economici e finanziari.
Il paradosso è evidente. La forza delle sanzioni americane deriva dalla centralità del sistema finanziario statunitense; il loro uso sistematico può però accelerare la ricerca di un mondo in cui quella centralità sia meno assoluta.
Per l’Iran, intanto, la questione non è soltanto sopravvivere alle sanzioni. È dimostrare di poter sopravvivere abbastanza a lungo da trasformare la pressione economica in una leva negoziale.
Per gli Stati Uniti, invece, la sfida è opposta: dimostrare che l’alternativa alla guerra aperta non è una guerra economica infinita, ma un percorso credibile verso un accordo.
Ed è probabilmente questo il punto decisivo della nuova fase del conflitto. La vera partita non è stabilire chi possa infliggere più danni all’altro, ma chi riuscirà a convincere gli alleati, i mercati e soprattutto il nemico che il tempo sta davvero giocando a suo favore.




e poi