Dalla moneta alla piazza: le radici economiche dell’instabilità iraniana


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La svalutazione del rial ha fatto esplodere i prezzi dei beni essenziali. E ha rimesso al centro una frattura: chi vive di reddito fisso e chi prova a sopravvivere in un’economia “a più cambi”, tra sanzioni, deficit e rendite.

Nel grande bazar di Teheran – un luogo che in Iran è insieme termometro economico e barometro politico – la protesta è ripartita da un fatto semplice: la moneta non “regge” più. Quando il rial scende, i prezzi salgono quasi in tempo reale, perché l’economia iraniana, anche quando produce localmente, è piena di input importati: componenti, imballaggi, fertilizzanti, medicinali, additivi alimentari. La svalutazione diventa inflazione; l’inflazione diventa rabbia. E la rabbia, nel 2026, si è trasformata di nuovo in mobilitazione, con epicentro proprio nelle aree commerciali di Teheran e diffusione in molte province.

Un Paese “a più velocità”: sanzioni, scarsità di valuta e cambio multiplo

Per capire perché una crisi valutaria in Iran si trasformi in crisi sociale bisogna partire da un nodo tecnico: la scarsità strutturale di valuta estera e il sistema di cambi multipli. In un’economia normale, un tasso di cambio (più o meno fluttuante) organizza incentivi e prezzi. In Iran, da anni, convivono diverse “porte” di accesso al dollaro: canali ufficiali e semi-ufficiali per importazioni “prioritarie”, piattaforme dedicate al commercio, e un mercato libero che fissa di fatto la percezione pubblica del valore della moneta. Questa architettura nasce come difesa: razionare il dollaro quando entrate petrolifere e accesso ai pagamenti internazionali sono limitati. Ma produce un effetto collaterale devastante: rendite, arbitraggi, e la sensazione – spesso fondata – che chi è vicino a centri di potere possa comprare valuta “a sconto” e trasformarla in profitti privati, mentre famiglie e piccole imprese pagano il conto dei prezzi al dettaglio.

È qui che la politica economica diventa politica pura. Quando un governo prova a “chiudere” uno dei canali agevolati, non sta solo correggendo una distorsione: sta redistribuendo perdite e guadagni tra gruppi sociali, settori industriali, reti commerciali, e apparati para-statali. In altre parole: ogni riforma del cambio è una riforma del potere.

Il meccanismo che collega svalutazione e inflazione

Djavad Salehi-Isfahani – economista iraniano-americano tra i più ascoltati negli studi sul welfare e sul mercato del lavoro iraniano – insiste su un punto spesso trascurato fuori dall’Iran: la svalutazione del rial è allo stesso tempo causa e sintomo. È causa perché aumenta il costo degli input importati e dunque dei beni finali; è sintomo perché l’inflazione interna, a sua volta, erode il valore reale della moneta e alimenta aspettative di ulteriori cadute, spingendo famiglie e imprese verso dollaro e beni rifugio. In questo circolo vizioso, la “fiducia” diventa variabile macroeconomica: quando si rompe, la dinamica dei prezzi accelera.

A livello macro, gli organismi internazionali descrivono un contesto coerente con questa spirale: inflazione molto elevata e crescita debole, con rischi amplificati da tensioni geopolitiche e dal possibile irrigidimento delle sanzioni. La Banca Mondiale, nei suoi aggiornamenti macroeconomici, segnala esplicitamente il pericolo che il finanziamento monetario dei disavanzi fiscali riaccenda ulteriormente l’inflazione e peggiori il benessere delle famiglie.

Deficit, moneta e credibilità: il “cuore” domestico della crisi

L’errore frequente è attribuire tutto alle sanzioni. Le sanzioni contano enormemente: riducono export, limitano incassi, ostacolano l’accesso alle riserve e ai pagamenti. Ma il canale domestico è altrettanto decisivo: il deficit pubblico e il modo in cui viene finanziato.

Quando lo Stato spende più di quanto incassa e non può finanziarsi in modo pienamente ordinario sui mercati internazionali, la tentazione è chiedere alla banca centrale di “coprire” il buco (direttamente o indirettamente). Il risultato, in qualunque paese, è aumento della base monetaria e pressione sui prezzi; in un paese già soggetto a shock valutari, l’effetto è più rapido e più visibile. L’Iran, con un’economia dove molti prezzi sono indicizzati informalmente al dollaro e la memoria collettiva dell’inflazione è fortissima, sperimenta un pass-through quasi immediato.

Qui entra un altro punto: la credibilità della politica economica. Se famiglie e imprese credono che il governo non sia in grado di stabilizzare prezzi e cambio, anticipano la crisi: comprano dollari, stockano beni durevoli, trasferiscono capitali. L’aspettativa diventa profezia che si autoavvera.

Pezeshkian e la riforma più rischiosa: togliere il “dollaro scontato”

Nel pieno delle proteste, il presidente Masoud Pezeshkian ha scelto una linea che molti economisti, in astratto, considerano inevitabile: ridurre/abolire alcuni regimi di cambio preferenziale (che alimentano corruzione e sprechi) e sostituirli con trasferimenti diretti alle famiglie per attenuare l’impatto sui beni essenziali. È l’idea “tecnica”: invece di sovvenzionare l’importatore tramite dollari a tasso agevolato – con forti rischi di arbitraggio – si aiuta il consumatore, in modo più trasparente.

Ma la tecnica, in Iran, sbatte contro tre problemi pratici.

  1. Timing: fare una riforma dei sussidi mentre il cambio è instabile significa quasi garantire un salto dei prezzi, anche se nel lungo periodo l’intervento riduce sprechi. Con la nuova impostazione, è previsto un trasferimento mensile di circa 7 dollari per l’acquisto di beni di base in negozi specifici; ma già nelle prime fasi alcuni beni essenziali (come olio da cucina e uova) hanno segnato aumenti sensibili. È il classico “shock di breve periodo” che può far saltare il consenso prima che arrivino i benefici di medio periodo.
  2. Fiducia: i trasferimenti funzionano se le famiglie credono che il sostegno reggerà e che l’inflazione non lo mangerà subito. In caso contrario, i trasferimenti diventano benzina sulla domanda, senza frenare i prezzi.
  3. Capacità amministrativa: distribuire sussidi mirati richiede registri affidabili, canali di pagamento solidi, controllo dei prezzi e dell’offerta. In un paese con segmenti informali ampi e pratiche di razionamento, ogni falla alimenta mercato nero e nuove rendite.

Perché “tutto è partito dal bazar” (di nuovo)

Il bazar non è solo un luogo simbolico: è un ecosistema di credito informale, import/export, stoccaggio e distribuzione. Quando il rial perde valore, i commercianti subiscono un doppio colpo: i costi si riallineano al dollaro (o alle aspettative sul dollaro), mentre la domanda dei consumatori – pagati in rial – si contrae. I margini scompaiono e la liquidità diventa il problema quotidiano. In questo contesto, la chiusura dei negozi e lo sciopero commerciale sono strumenti potenti: visibili, coordinabili, e immediatamente costosi per il governo. Non stupisce quindi che le proteste recenti siano state descritte da più fonti come innescate nel bazar e poi diffuse in molte aree del Paese.

L’effetto geopolitico: sanzioni, rischio di guerra e premio sul dollaro

Le crisi valutarie hanno quasi sempre una componente “di rischio”: quando aumenta la percezione di instabilità politica o di conflitto, cresce il premio richiesto per detenere attività in moneta locale. Nel caso iraniano, la geopolitica entra direttamente nei prezzi: timori di nuove sanzioni, interruzioni commerciali, limitazioni ai flussi finanziari e shock sull’export di petrolio alimentano la corsa al dollaro. Nei resoconti internazionali delle proteste di fine 2025 e inizio 2026 ricorre un nesso: valuta giù, prezzi su, piazza in fermento, risposta repressiva, e ulteriore incertezza.

“Resilienza” non significa benessere: adattamento industriale e costi sociali

Una parte della letteratura più seria sull’Iran (e sul tema sanzioni) invita a non confondere la capacità di adattamento del sistema produttivo con il miglioramento delle condizioni di vita. Esfandyar Batmanghelidj, che ha lavorato a lungo sugli effetti delle sanzioni e sulle strategie delle imprese, ha descritto come diversi settori manifatturieri abbiano mostrato resilienza attraverso adattamenti micro (sostituzione di fornitori, riorganizzazione delle filiere, protezionismo di fatto) più che grazie a una pianificazione statale efficace. Ma questo tipo di resilienza spesso scarica i costi su consumatori e lavoratori: qualità più bassa, prezzi più alti, salari reali in calo, e maggiore disuguaglianza nell’accesso a beni importati e servizi.

In altre parole: l’economia “non crolla” necessariamente, ma può diventare una macchina che produce stabilità per alcuni e precarietà per molti.

Dal 2022 al 2026: quando la domanda economica diventa politica

La rivolta del 2022 (scatenata da un evento simbolico e dai temi dei diritti) ha mostrato quanto sia ampia la base del malcontento. Dal punto di vista economico, il legame è chiaro: quando l’inflazione resta alta per anni, e la moneta si indebolisce a ondate, le famiglie vivono una “tassa invisibile” permanente. Il disagio economico, però, non resta confinato ai consumi: entra nel lavoro (salari reali), nella casa (affitti e prezzi immobiliari), nei servizi (sanità e istruzione), e soprattutto nella percezione di equità. Se l’idea diffusa è che esistano canali privilegiati per ottenere valuta, licenze, importazioni o rendite, l’inflazione non è solo un problema tecnico: diventa prova quotidiana dell’ingiustizia.

Per questo le proteste nate come reazione al carovita e al cambio possono rapidamente assumere toni più radicali. Le manifestazioni, del resto, si sono allargate ben presto oltre le rivendicazioni economiche e la risposta dello Stato alterna promesse di riforma e repressione.

Che cosa può “rompere” la spirale

In teoria, una crisi valutaria può essere stabilizzata con un mix di: credibilità, riserve, politica monetaria restrittiva, consolidamento fiscale e – spesso – un ancoraggio esterno (accordi finanziari, normalizzazione commerciale, accesso ai mercati). L’Iran oggi ha difficoltà su quasi tutti i fronti: 1) Credibilità, minata dalla storia di inflazione e da shock ricorrenti; Riserve e accesso ai pagamenti, limitati dalle sanzioni e dal rischio geopolitico; 3) Fisco, sotto pressione, con rischio di monetizzazione del deficit; 4) Riforme, politicamente esplosive, perché toccano rendite e sussidi.

Il risultato è un equilibrio instabile: ogni tentativo di aggiustamento (taglio sussidi, riforma cambi, aumento tasse) può migliorare la sostenibilità economica nel medio periodo, ma peggiorare la sostenibilità sociale nel breve. Pezeshkian lo ha riconosciuto apertamente parlando di vincoli di bilancio e di riforme strutturali necessarie; ma riconoscerlo non basta, se la sequenza di interventi non protegge rapidamente il potere d’acquisto.

La crisi valutaria come crisi di contratto sociale

In Iran, il cambio non è un numero. È un indice del contratto sociale. Quando il rial perde valore, le famiglie capiscono che il loro lavoro vale meno; i piccoli commercianti vedono evaporare capitale circolante; i giovani leggono nel dollaro la distanza tra il “qui” e un altrove possibile; e gli apparati statali temono che la protesta economica diventi politica.

La crisi valutaria, dunque, non è solo “colpa delle sanzioni” né solo “colpa della cattiva gestione”. È l’intersezione tra vincoli esterni e fragilità interne: scarsità di valuta + deficit + cambi multipli + sfiducia. E finché questa intersezione non viene sciolta con una strategia credibile – capace di ridurre rendite, stabilizzare aspettative e creare un minimo di prospettiva – l’Iran resterà esposto a un ciclo che si ripete: svalutazione, inflazione, protesta, repressione, e nuova svalutazione.


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