Etiopia: stupri di gruppo tra silenzio e responsabilità


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Franz Di Maggio

Una nuova pesante accusa emerge in Etiopia coinvolgendo governo, esercito governativo e milizia locale della più grande regione del Paese, la Oromo Liberation Army (OLA).

Il clima di violenza scatenatosi ai confini nord ed ovest del Paese, nell’area del Tigrai, e successivamente dell’Afar e dell’Amara ai confini con il Sud Sudan, si sta estendendo a macchia d’olio. Nuovi atroci report sia di Amnesty international che del Consiglio Interreligioso di Etiopia, testimoniano quanto ormai il Paese sia arrivato vicino al punto di non ritorno, tra antiche tensioni tribali e nuove rivendicazioni territoriali.

Un Paese di oltre cento milioni di abitanti, con un tasso di povertà molto alto, 84 tribù censite, in gran parte con un proprio patrimonio linguistico e culturale differente, con una popolazione in maggioranza cristiana (ma di diverse confessioni spesso in conflitto) e con oltre il 30% di presenza islamica, sembrava dovesse conoscere un nuovo periodo di pace e prosperità sotto la guida (per la prima volta) di un rappresentante dell’etnia Oromo, Abiy Ahmed, assurto agli onori della politica internazionale per il trattato di pace con l’Eritrea che gli valse il Nobel per la pace. Negli anni successivi, però, si sono scatenate tutte le tensioni sopite nel grande Paese africano, e il governo non ha avuto remore a rispondere alla violenza con la violenza.

Migliaia di persone sono state sfollate dalle aree colpite dalla guerriglia. Le opposizioni accusano il partito governativo della Prosperità, guidato da Abiy Ahmed: dopo vari precedenti di insabbiamento delle uccisioni di civili innocenti nella stessa regione Oromo, una coalizione di quattro partiti di opposizione ha chiesto un’indagine indipendente sugli ultimi incidenti verificatisi.

La milizia locale, Oromo Liberation Army (OLA), accusa il governo federale di aver orchestrato gli attacchi attraverso quelle che ha descritto come “reti armate per procura”, avvertendo che questo rischia di “innescare un’altra guerra”.

Il governo rimanda le accuse al mittente, ora che si è scoperchiato il vaso di Pandora e che il report di Amnesty International ha portato alla luce, nella stessa regione da dove proviene il presidente Abiy Ahmed, una serie di violenze ai danni della popolazione civile.

Nel report di Amnesty, contrariamente a quanto accaduto in altre regioni del Paese, dove le violenze sono state attribuite alle forze governative, viene accusato  l’Esercito di liberazione oromo di azioni che possono costituire crimini di guerra – nel contesto del conflitto iniziato nel 2019 nella regione di Oromia, in Etiopia.

Amnesty è riuscita a raggiungere le zone remore dei distretti di Sayo e Anfillo, nella zona di Kellem Wallaga, area che tra il 2020 e il 2024 ha visto nel silenzio e nell’indifferenza avvenire atrocità sempre insabbiate.

 Nessuno è venuto in mio soccorso: stupri di gruppo, schiavitù sessuale e sfollamento di massa di donne in Oromia, Etiopia è il titolo del documento che testimonia le atrocità contro la popolazione civile, in particolare donne e ragazze, commesse dall’Esercito di liberazione oromo.

“Per sette anni, approfittando dell’oscurità determinata da un blackout delle comunicazioni e della stampa, i combattenti nella regione di Oromia hanno causato immense sofferenze alla popolazione civile. Queste violazioni ripetute non sono solo sconvolgenti, ma possono costituire crimini di guerra”, ha dichiarato Tigere Chagutah, direttrice regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e australe.

“I meccanismi internazionali e africani di monitoraggio dei diritti umani non possono continuare a voltarsi dall’altra parte. Devono chiedere alle autorità etiopi di avviare indagini immediate, imparziali e approfondite sulle atrocità commesse, con l’obiettivo di accertare le responsabilità e garantire accesso alla giustizia e a rimedi efficaci per le persone sopravvissute e per chi ha subito tali violazioni”.

“L’Esercito di liberazione oromo deve ordinare immediatamente a tutti i suoi combattenti di rispettare il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani. Deve inoltre disarmare e smobilitare i combattenti e/o le unità responsabili di violenza sessuale, altre forme di tortura, uccisioni, sfollamenti forzati e ulteriori crimini di diritto internazionale”, ha proseguito Chagutah.

Ai fini della sua ricerca, Amnesty International ha intervistato dieci donne sopravvissute a stupri di gruppo, sette delle quali minorenni all’epoca delle violenze. L’organizzazione ha inoltre raccolto testimonianze di personale sanitario e analizzato le cartelle cliniche delle persone sopravvissute.

Ciò che colpisce maggiormente in questo report – aldilà delle atrocità – è l’imbarazzante silenzio delle autorità a tutti i livelli, regionali e nazionali. II silenzio confina con l’omertà. L’omertà con la connivenza.


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