
(Federica Cannas) – C’è qualcosa di stonato nel modo in cui l’Italia affronta la tragedia di Gaza. Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, forti nella forma, non trovano alcun riscontro nella realtà politica e istituzionale del Paese. Il cordoglio umanitario resta sul piano delle intenzioni. Mentre la carneficina prosegue, l’Italia continua a firmare contratti, a spedire armi, a mantenere accordi di cooperazione con uno Stato che, sotto la guida di Benjamin Netanyahu, è accusato da più fronti internazionali di crimini contro la popolazione civile.
Chi osserva la realtà senza filtri sa che stiamo cercando alibi. Alibi politici, morali, perfino ideologici. Parliamo, denunciamo, ma non agiamo. E in questo vuoto di responsabilità, ci rendiamo complici.
Nel marzo 2023 l’Italia ha avviato un’intesa con Israele sulla cybersecurity. Un settore nevralgico, che dovrebbe garantire l’autonomia digitale del Paese, è stato in parte consegnato a un partner le cui tecnologie, come dimostrano numerose inchieste, sono utilizzate anche per finalità di sorveglianza politica e repressione dei diritti umani.
È il caso dell’azienda israeliana Paragon, fornitrice di spyware impiegati per monitorare giornalisti e attivisti. Dopo mesi di proteste e un’indagine parlamentare, l’Italia ha annunciato nel giugno 2025 la fine del contratto con Paragon. Ma non è bastato. L’accordo con Israele in materia di sicurezza informatica resta operativo e l’Italia non ha mostrato alcuna intenzione di ridefinirlo alla luce della guerra a Gaza.
Nonostante l’esportazione di armi verso Paesi coinvolti in conflitti armati o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sia vietata per legge, nel 2023 l’Italia ha esportato armamenti verso Israele per circa 13,7 milioni di euro. Nei primi mesi del 2024, l’export è proseguito, arrivando a 6,36 milioni di dollari.
Dati ufficiali dell’ISTAT e di COMTRADE rivelano spedizioni regolari anche nei mesi successivi all’inizio della guerra a Gaza. Addirittura, nel solo mese di dicembre 2023 le forniture italiane hanno raggiunto 1,3 milioni di euro. Tutto questo accade mentre il governo annuncia pubblicamente lo stop alle esportazioni. Un paradosso che mostra la distanza abissale tra parole e fatti.
Israele resta un partner economico solido per l’Italia. Secondo i dati 2024, le esportazioni italiane verso Israele superano i 3,6 miliardi di dollari. Si tratta di macchinari, strumenti tecnologici, prodotti farmaceutici. Il conflitto non ha minimamente scalfito questi scambi. Nessun embargo, nessuna sospensione. Le imprese italiane continuano a fare affari come se nulla stesse accadendo.
Nel frattempo, i porti italiani restano luoghi di transito per navi cariche di armamenti diretti verso Israele. Solo l’attivismo civile, come quello dei portuali di Genova che il 25 luglio 2025 hanno chiesto di dichiarare il porto “zona libera da armi e guerra”, tenta di rompere questo silenzio. Ma la politica resta immobile.
Il legame tra una parte del sistema politico italiano e un sionismo sempre più dogmatico è diventato un tabù. Chiunque esprima una critica anche moderata all’operato del governo israeliano viene tacciato di antisemitismo. In questo clima tossico, si perde il senso della realtà. Non solo si impedisce una discussione seria sul diritto internazionale, ma si finisce per alimentare proprio quell’antisemitismo che si dice di voler combattere.
Difendere i diritti dei palestinesi non significa odiare gli ebrei. Significa prendere posizione contro una guerra di sterminio. Significa rifiutare la logica del “due pesi e due misure” che svilisce la nostra democrazia e rende l’Italia subalterna ai diktat geopolitici del momento.
La guerra a Gaza non è una guerra qualsiasi. È un massacro che coinvolge direttamente la comunità internazionale. Le bombe che cadono non sono più solo israeliane. Sono anche europee, americane, e, indirettamente, italiane. Perché chi continua a fornire tecnologia, a rafforzare le reti di sorveglianza, a commerciare con Israele senza alcun limite, si assume una responsabilità concreta.
L’Italia ha scelto, ancora una volta, la linea dell’ambiguità. Esprime cordoglio, ma non rompe nessun accordo. Denuncia la violenza, ma continua a inviare materiali bellici. Riconosce la gravità dell’offensiva israeliana, ma resta complice di un sistema di guerra che disumanizza un intero popolo.
E allora sì, l’Italia cerca solo alibi. E nel frattempo, Gaza muore.