Giovani, progressisti e senza paura. I nuovi volti della sinistra latinoamericana


Condividi su

(Federica Cannas) – In America Latina c’è una generazione di giovani donne e uomini che sta riscrivendo le coordinate della politica progressista del continente. Il loro linguaggio è diverso, il modo di stare nelle istituzioni è diverso, le priorità sono mutate. Non più soltanto redistribuzione e sviluppo, ma anche giustizia di genere, ambiente, accesso alla conoscenza, libertà affettive e trasparenza.

L’analisi pubblicata dal CELAG, il Centro Estratégico Latinoamericano de Geopolítica, offre una mappa chiara di questo fenomeno. Almeno 45 giovani leader stanno oggi ricoprendo incarichi istituzionali in tutta l’America Latina. Alcuni siedono nei parlamenti, altri nei governi, altri ancora guidano partiti, movimenti, collettivi. Non si tratta di comparse scelte per dare una pennellata di giovinezza, sono protagonisti a pieno titolo, con storie politiche robuste, idee nette e una forte legittimità sociale.

Tra i volti che meglio incarnano questa stagione c’è senza dubbio Gabriel Boric. Trentanove anni, presidente del Cile, ex leader della potente federazione studentesca FECh, è riuscito in pochi anni a trasformare l’onda delle proteste giovanili in un progetto di governo. Con lui, Camila Vallejo, oggi ministra nel suo governo, simbolo di un’altra idea di sinistra. Più femminista, più moderna, più radicata nelle lotte quotidiane. Vallejo è un’ex dirigente universitaria, una pensatrice lucida, capace di mettere in discussione anche gli automatismi del proprio campo.

Nel nord del continente, in Colombia, un’altra voce giovane si è fatta spazio: María Fernanda Carrascal Rojas. Cresciuta nei movimenti sociali, è stata attivista nelle battaglie per i diritti civili e la giustizia sociale e oggi siede nella Camera dei Rappresentanti per il Pacto Histórico. A soli trentacinque anni è diventata una delle protagoniste della riforma del lavoro voluta da Gustavo Petro, portando in Parlamento le istanze delle nuove generazioni precarie, escluse, spesso invisibili. La sua forza sta nella combinazione tra visione politica e capacità di ascolto. Poi ci sono figure come Ofelia Fernández, in Argentina, la più giovane parlamentare del continente; Carlo Ángeles in Perù, attivista ambientale e promotore degli obiettivi dell’Agenda 2030 o i giovani di Nuestro Tiempo in El Salvador, che cercano di costruire un’alternativa al populismo autoritario di Bukele senza scimmiottare le vecchie formule socialdemocratiche. Tutti e tutte hanno, come tratto comune, l’assenza di timore nel rompere con gli schemi consolidati.

Questa nuova generazione non arriva per caso. È il frutto di percorsi diversi ma convergenti, nati nei movimenti studenteschi, popolari, nei sindacati, nel femminismo e nelle lotte territoriali. Sono esperienze che affondano le radici nell’impegno quotidiano e che oggi trovano spazio nelle istituzioni, rendendo visibili traiettorie che troppo a lungo sono rimaste ai margini. La loro presenza racconta una leadership che nasce dal basso, capace di rispondere alle sfide contemporanee con linguaggi nuovi e una visione di futuro concreta e condivisa.

Il rinnovamento, in questa nuova stagione latinoamericana, non riguarda solo l’età anagrafica. È un rinnovamento di contenuti, di forme, di linguaggi. I giovani leader parlano di aborto e di femminicidi, di colonialismo ambientale e di razzismo strutturale, di diritto all’educazione digitale e di comunità LGBTQ+. Usano i social in modo strategico ma non superficiale, costruiscono reti trasversali tra movimenti, territori e istituzioni, non temono di confrontarsi con l’opinione pubblica internazionale.

Naturalmente, la loro strada non è priva di ostacoli. La violenza politica di genere, l’ostilità delle classi dirigenti, la diffidenza di certa stampa e la lentezza delle burocrazie sono sfide quotidiane. Ma è proprio qui che emerge un altro aspetto di questa nuova generazione: la resistenza. Una resistenza creativa, che si nutre di empatia e competenza, di passione e di metodo.

In un continente in cui il 79% della popolazione vive in Paesi governati dalla sinistra, e dove il 78% del PIL è generato sotto governi progressisti, queste giovani figure sono il motore di una trasformazione reale. Stanno riscrivendo l’agenda della sinistra.

Quello che colpisce, leggendo le loro biografie e ascoltando i loro discorsi, è l’assenza di cinismo. Parlano di politica come se fosse ancora una cosa seria, qualcosa che riguarda la vita delle persone, non solo i numeri di un sondaggio o la tenuta di una coalizione. Per molte e molti di loro, la politica è veramente un atto di responsabilità.

In fondo, ciò che li unisce è l’idea semplice ma potente che il futuro non si aspetta, si costruisce. E in America Latina, c’è una generazione che ha già cominciato a farlo.


Condividi su