Groenlandia, la corona e la contesa artica: il viaggio di Frederik X come messaggio a Washington


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L’immagine con cui si apre la visita di re Frederik X a Nuuk è, in realtà, un comunicato geopolitico in forma di fotografia. Il sovrano scende sulla pista dell’aeroporto della capitale groenlandese indossando un piumino scuro personalizzato, con le bandiere di Danimarca e Groenlandia cucite sul petto: un dettaglio apparentemente di costume, ma pensato per “parlare” a più pubblici contemporaneamente, dagli elettori danesi all’opinione pubblica groenlandese, fino agli osservatori a Washington. La monarchia, che per sua natura non negozia trattati né detta linee di governo, qui viene impiegata come dispositivo di coesione e come strumento di soft power: ricordare, in modo non conflittuale ma visibile, che la Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca e che la relazione con Nuuk è viva, istituzionale e quotidiana.

Che questo viaggio sia più di una consueta tappa protocollare lo suggerisce innanzitutto il contesto. La Groenlandia è tornata al centro delle contese tra potenze non per ragioni sentimentali o storiche, ma per una somma di fattori strategici: l’Artico come spazio di competizione militare e tecnologica, le rotte e le infrastrutture dual-use, la presenza e la proiezione in un quadrante che collega Atlantico e Polo. Nel dibattito recente, a rendere incandescente la questione è stata soprattutto la ripetuta volontà del presidente statunitense Donald Trump di “acquisire” l’isola, trasformando un tema che per decenni era rimasto sullo sfondo in un braccio di ferro politico che imbarazza e stressa l’alleanza atlantica dall’interno. I colloqui tecnici tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, avviati nelle ultime settimane per disinnescare la crisi diplomatica, sono il segnale che non si è di fronte a una semplice polemica mediatica: le parti stanno tentando di incanalare lo scontro dentro una forma negoziale e gestibile.

Copenaghen, del resto, sta calibrando una risposta che deve tenere insieme più livelli. Da un lato c’è l’esigenza di affermare con chiarezza la non negoziabilità della sovranità, senza però trasformare la contesa in un’escalation pubblica con l’alleato americano. Dall’altro c’è la dimensione interna al Regno: la Groenlandia gode di ampia autonomia e ha, in prospettiva, la possibilità di perseguire un percorso di piena indipendenza secondo il quadro di autogoverno introdotto nel 2009; ma allo stesso tempo rimane legata a doppio filo alla Danimarca per trasferimenti finanziari e per infrastrutture essenziali, un dato che continua a pesare nel dibattito politico locale. In questa tensione tra aspirazioni nazionali groenlandesi e garanzie materiali assicurate dal Regno, la visita del re svolge una funzione precisa: rassicurare, stabilizzare, ridurre lo spazio per narrazioni esterne che descrivono l’isola come “terra di nessuno” contendibile.

Non è casuale, allora, che il programma a Nuuk tocchi nodi altamente simbolici e al tempo stesso concreti. La tappa al comando artico congiunto danese, e più in generale l’enfasi sulla presenza istituzionale e operativa nel territorio, rimette la discussione su un terreno di sovranità vissuta: la capacità di sorvegliare, soccorrere, far rispettare norme e confini, garantire sicurezza in un ambiente estremo. Le stesse missioni attribuite al Joint Arctic Command – dalla ricerca e soccorso alla protezione della sovranità del Regno in area artica – chiariscono perché, in un’epoca di competizione crescente, la dimensione militare non sia più un retroscena, ma parte integrante della comunicazione politica. Anche la visita a Royal Greenland, principale azienda locale del settore ittico, non è un dettaglio economico: è un promemoria che la sicurezza oggi passa anche dalla catena del valore, dalle risorse e dalla sostenibilità sociale di comunità che, se impoverite o marginalizzate, diventano più vulnerabili alle pressioni esterne.

La vera novità sta però nella postura complessiva: la Danimarca non si limita a “difendere” la Groenlandia, ma prova a “metterla in scena” come soggetto politico, con leadership e istituzioni proprie, per sottrarla alla logica dell’oggetto strategico. Il re viene accolto dalle autorità groenlandesi, in una coreografia che sottolinea reciprocità e riconoscimento: non un governatore coloniale che ispeziona una periferia, ma un capo di Stato che arriva in un territorio con un primo ministro e un parlamento (Inatsisartut) che rivendicano voce e dignità. Questo elemento è cruciale perché l’offensiva retorica americana tende, per sua natura, a semplificare: riduce l’isola a un tassello di sicurezza nazionale statunitense. La risposta danese, invece, cerca di complicare la narrazione, di aggiungere strati, di ricordare che la Groenlandia è una comunità politica con una storia istituzionale e un percorso di autogoverno.

In filigrana, c’è anche un dato tipico delle crisi tra alleati: quando la frizione si consuma dentro un’alleanza militare, ogni gesto deve essere calibrato per non trasformare il dissenso in rottura. La scelta di ricorrere alla monarchia è funzionale proprio a questo equilibrio. Il sovrano non è il volto della polemica; è il volto della continuità. Eppure la continuità, in geopolitica, è spesso una forma di deterrenza: comunica che la catena decisionale e simbolica del Regno resta integra, che non c’è un vuoto di potere o una frattura tale da rendere praticabile una scorciatoia bilaterale tra Washington e Nuuk. L’impressione è che Copenaghen stia cercando di “raffreddare” la crisi attraverso la normalizzazione: mantenere aperti i colloqui tecnici con gli Stati Uniti, ma al contempo irrobustire sul terreno il linguaggio dell’unità.

Il prosieguo del viaggio, con le tappe a Maniitsoq e a Kangerlussuaq e con la visita all’Arctic Basic Training, completa la strategia: non solo capitale e palazzi, ma territorio e capacità operative. È un modo per dire che l’Artico non è più periferia, né per la Danimarca né per i suoi alleati; e che, proprio perché è tornato “centrale”, non può essere trattato come merce geopolitica. In questo senso, la visita di Frederik X non è un episodio mondano travestito da diplomazia: è diplomazia, e anche politica di sicurezza, travestite da normalità. E talvolta, nel Nord estremo, la normalità è la forma più efficace di resistenza.


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