Hamas e “day after” a Gaza: il nodo di polizia, impiegati pubblici e disarmo


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(Stefano Levoni) – Nel laboratorio del “day after” a Gaza, la vera battaglia non è solo su chi metterà la firma sui documenti, ma su chi controllerà gli ingranaggi quotidiani del potere: stipendi, permessi, ordine pubblico, accessi, e soprattutto la forza legittima sul territorio.

Oggi Hamas mantiene il controllo di poco meno della metà di Gaza in seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre, mediato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’accordo vincola ulteriori ritiri delle truppe israeliane alla consegna delle armi da parte di Hamas. Il piano in 20 punti per 
porre fine alla guerra, entrato nella sua seconda fase, prevede che il governo di Gaza venga affidato al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, un organismo tecnocratico palestinese sotto la supervisione degli Stati Uniti che dovrebbe escludere Hamas.

In questo quadro si colloca la mossa di Hamas, che mentre dichiara disponibilità a cedere formalmente la governance a una nuova amministrazione palestinese, tenta di fissare una condizione decisiva: integrare nel nuovo assetto i propri apparati, a partire da circa 10.000 agenti di polizia, e più in generale assorbire una massa di oltre 40.000 dipendenti pubblici e personale di sicurezza cresciuta negli anni di controllo sull’enclave.

È una strategia che parla la lingua delle transizioni imperfette: concedere la “cornice” a un organismo tecnocratico, ma preservare la “sostanza” della presenza capillare, perché senza continuità amministrativa il sistema collassa, ma con troppa continuità la transizione rischia di diventare una normalizzazione di fatto.

La tensione, qui, non è semantica: Israele ha già segnalato che qualsiasi futuro di Gaza deve passare per smilitarizzazione e disarmo di Hamas, e dunque l’idea di far confluire operatori e strutture riconducibili al movimento dentro un’autorità nuova è destinata a incontrare resistenza, se non un veto politico, proprio perché confonde la linea tra “amministrazione civile” e “infrastruttura di potere” del gruppo.

Il dossier diventa ancora più esplosivo quando entra in scena il tema delle armi: il piano di transizione, per come viene delineato, lega i passaggi successivi — inclusi ulteriori ritiri militari — alla consegna o neutralizzazione dell’arsenale, con una distinzione pratica tra armi pesanti da smantellare subito e armi personali da registrare e dismettere per settori man mano che una nuova polizia sarà in grado di garantire sicurezza.

Ma è proprio qui che la geometria politica si inceppa: per Hamas, disarmare senza un orizzonte politico credibile equivale a perdere la capacità di deterrenza e, con essa, il potere di condizionare gli esiti; per Israele, lasciare in piedi anche solo una porzione dell’apparato securitario legato a Hamas significa rischiare che il “dopo” sia una semplice pausa prima del “di nuovo”.

In mezzo, l’idea di un comitato tecnocratico supervisionato dall’esterno e affiancato da un dispositivo internazionale di coordinamento e finanziamento punta a costruire un ponte tra emergenza e ricostruzione, ma sconta un limite strutturale: la tecnocrazia non sostituisce la sovranità, la rinvia, e nel frattempo deve governare una realtà in cui sicurezza e politica coincidono.

Per questo la richiesta di integrare la polizia non è un dettaglio amministrativo: è il tentativo di trasformare risorse umane, catene di comando e controllo del territorio in una garanzia di permanenza, e di spostare il confronto dal “se” Hamas conti ancora a Gaza al “come” e “quanto” potrà contare dentro un sistema che, almeno sulla carta, dovrebbe escluderla; finché questo nodo non viene sciolto con un meccanismo verificabile e accettato — capace di gestire vetting, amnistie, ristrutturazioni e soprattutto disarmo — la fase due rischia di restare sospesa: formalmente orientata alla ricostruzione, sostanzialmente intrappolata nella domanda che decide tutto, cioè chi detiene la forza quando la guerra smette di essere guerra ma non diventa ancora pace.


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