(Federica Cannas) – C’è qualcosa di profondamente stonato, e allo stesso tempo rivelatore, nel cosiddetto Board per Gaza voluto da Donald Trump. Non è solo una questione di nomi, pur pesantissimi, ma di impostazione politica, culturale e morale. Gaza viene trattata come un dossier immobiliare dopo una catastrofe, non come una terra abitata da un popolo che rivendica diritti, storia e autodeterminazione.
L’elenco dei partecipanti sembra uscito più da un consiglio di amministrazione che da un tavolo di pace. Tony Blair, eterno mediatore senza mai aver prodotto una pace; Marco Rubio, interprete fedele della linea atlantista più rigida; Jared Kushner e Steve Witkoff, uomini d’affari prima che diplomatici. E poi il miliardario israeliano Yakir Gabay, espressione di quel capitalismo globale che fiuta opportunità anche sulle macerie.
A Trump non bastano gli uomini d’affari e gli ex leader occidentali. Con la diffusione delle lettere di invito sono state incluse decine di capi di Stato di tutto il mondo, in una lista che rispecchia più una strategia di immagini che una reale base politica di pace. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei, il presidente paraguaiano Santiago Peña e il primo ministro canadese Mark Carney. L’invito si estende a circa sessanta leader, Italia inclusa, con l’obiettivo, nelle parole ufficiali, di formare un organismo “globale” per la pace e la stabilizzazione di Gaza.
Il messaggio politico è chiaro. Gaza è un oggetto. Un territorio da amministrare, valorizzare, “rilanciare”. La parola ricostruzione viene usata come una foglia di fico, dietro cui si nasconde l’assenza totale di una visione fondata sui diritti dei palestinesi. Nessuna centralità dell’autodeterminazione, nessun riconoscimento reale della sovranità, nessuna volontà di rimettere al centro il popolo che Gaza la vive, la soffre, la resiste.
Ancora più inquietante è l’idea che aleggia sul futuro. La rimozione dei palestinesi come problema politico passa anche attraverso l’ipotesi, neppure troppo velata, della loro espulsione o dispersione. Un déjà-vu coloniale, riproposto in chiave manageriale. Non carri armati, ma consigli di amministrazione. Non proclami ideologici, ma business plan. Il risultato però non cambia.
La presenza “decorativa” di rappresentanti turchi, egiziani, qatarini o palestinesi non altera l’equilibrio reale. Serve a legittimare un impianto già deciso altrove. Un pluralismo di facciata che non incide sulle scelte strategiche. Gaza resta sotto tutela, come se il popolo palestinese fosse strutturalmente incapace di decidere per sé.
Questo Board racconta molto anche dell’idea di pace di Trump. Una pace senza giustizia, senza memoria, senza responsabilità storica. Una pace ridotta a stabilità funzionale agli interessi economici e geopolitici occidentali e israeliani. Non la fine dell’oppressione, ma la sua riorganizzazione.
C’è infine un elemento simbolico che pesa più di tutti. In questo consesso di potenti, affaristi e leader occidentali, i palestinesi non parlano. Sono analizzati. Pianificati. Spostati sulla scacchiera come una variabile scomoda. È l’opposto della pace. È l’amministrazione del conflitto, con altri mezzi.
Il Board per Gaza non apre una prospettiva nuova. Rende solo più esplicito ciò che da tempo accade. Il destino dei palestinesi continua a essere deciso senza di loro. E quando la politica abdica alla giustizia, a restare è solo il cinismo del potere.



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