Il Cile dopo Boric. Il ritorno della destra


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(Federica Cannas) – Il governo di Gabriel Boric ha rappresentato per il Cile molto più di una semplice alternanza politica. È stato un passaggio generazionale, culturale e simbolico, il primo vero tentativo di portare il paese fuori dall’ombra lunga del pinochetismo, non solo come memoria storica ma come struttura economica, sociale e mentale ancora profondamente radicata.

Per la prima volta dalla fine formale della dittatura, il Cile ha avuto un presidente che non ha accettato compromessi con quell’eredità. Boric non ha trattato il passato autoritario come una parentesi archiviata, ma come una frattura irrisolta che continuava a produrre disuguaglianze, precarietà, ingiustizie. Ha rimesso al centro il lavoro, i diritti sociali, la dignità delle persone, il ruolo dello Stato. Ha parlato un linguaggio nuovo, lontano dalla retorica tecnocratica che per decenni aveva governato il paese, spesso più attenta ai mercati che alla società.

Il suo governo è stato una svolta propulsiva. Non priva di limiti, contraddizioni e difficoltà, ma profondamente innovativa. In un Cile segnato da disuguaglianze strutturali, Boric ha provato a cambiare paradigma, mettendo in discussione il modello neoliberista imposto con la forza durante la dittatura e poi normalizzato nella lunga transizione democratica.

Pinochet non ha rappresentato per il Cile solamente un’immensa tragedia legata ai diritti umani, la dittatura è stata anche un disastro economico e sociale. Il modello dei Chicago Boys ha prodotto crescita per pochi e precarietà per molti, ha svuotato lo Stato, privatizzato sanità, istruzione e previdenza, trasformando diritti fondamentali in merci. Quel modello non è mai stato davvero smantellato dopo il 1990. È stato amministrato, reso più presentabile, ma mai messo radicalmente in discussione.
Boric ha rappresentato il primo tentativo serio di rompere quella continuità, con la consapevolezza che una democrazia non può dirsi tale se non garantisce diritti sociali reali. Il progressismo cileno che lo ha sostenuto è stato giovane, spesso inesperto, a volte fragile, ma autentico nell’intento. Ha cercato di rispondere alla domanda di dignità esplosa nelle piazze nel 2019, riportando il conflitto sociale dentro il perimetro democratico.

Le difficoltà sono state enormi. Un Congresso frammentato, resistenze potenti, aspettative altissime, un paese polarizzato. Molte riforme sono rimaste incomplete, altre si sono scontrate con limiti strutturali. Ma il governo Boric ha cambiato il campo del discorso pubblico, rendendo finalmente discutibile ciò che per decenni era stato presentato come inevitabile.

È dentro questo contesto che va letta la vittoria di José Antonio Kast alle elezioni presidenziali. Kast ha vinto il ballottaggio con circa il 58 per cento dei voti, contro il 41-42 per cento di Jeannette Jara. Un risultato netto, che segnala una svolta politica, ma non può essere interpretato semplicemente come una cancellazione dell’esperienza progressista.

Kast ha costruito il suo consenso puntando sui temi della sicurezza, dell’ordine pubblico e del controllo dell’immigrazione. Ha intercettato paure reali e percepite, offrendo risposte semplici a problemi complessi. Ha beneficiato della delusione di una parte dell’elettorato per riforme lente o incompiute e di un clima mediatico spesso ostile al progetto di Boric fin dall’inizio. Più che proporre un nuovo modello di società, ha promesso un ritorno all’ordine, alla stabilità, a una visione del Cile rassicurante per chi non ha mai accettato fino in fondo l’idea di una trasformazione strutturale.

Jeannette Jara ha riconosciuto la sconfitta con una dichiarazione improntata al rispetto istituzionale, congratulandosi con Kast e ringraziando i suoi elettori, invitando a continuare l’impegno politico e sociale anche dall’opposizione. Un gesto che ha confermato la maturità democratica di un campo progressista spesso raccontato come radicale o irresponsabile.

La vittoria di Kast ha avuto immediate ripercussioni anche sul piano internazionale, offrendo una chiave di lettura importante sugli scenari futuri del Cile. Tra i primi a congratularsi pubblicamente è stato il presidente argentino Javier Milei, che ha salutato il risultato come una vittoria delle idee liberiste e conservatrici nella regione, parlando esplicitamente di difesa della libertà economica e della proprietà privata. Dagli Stati Uniti è arrivato un riconoscimento istituzionale da parte del Dipartimento di Stato, che ha espresso disponibilità a collaborare con il nuovo governo cileno su temi come sicurezza, commercio e immigrazione. Più misurati i toni dei governi progressisti latinoamericani: il Brasile di Lula e il Messico hanno riconosciuto l’esito elettorale limitandosi a ribadire il rispetto delle istituzioni democratiche. Di segno opposto la reazione del presidente colombiano Gustavo Petro, che ha espresso apertamente preoccupazione per il ritorno di una destra radicale in Cile, richiamando il peso irrisolto della memoria storica e il rischio di arretramenti sul piano sociale. Un quadro che restituisce l’immagine di un Cile osservato oggi come terreno di possibile riallineamento politico regionale: da laboratorio progressista a potenziale pilastro di un nuovo asse conservatore, con tutte le tensioni e le incognite che questo comporta.

Il confronto tra Boric e Kast riguarda due idee opposte di paese. Da una parte, il tentativo di superare l’eredità della dittatura anche sul piano economico e sociale. Dall’altra, la volontà di chiudere definitivamente quella stagione senza metterne in discussione le fondamenta materiali. Due visioni che riflettono un Cile ancora profondamente diviso.

Il ritorno della destra al potere non cancella ciò che il governo Boric ha rappresentato. Al contrario, ne conferma la portata. L’esperienza progressista ha reso evidente che un’alternativa è possibile, che il neoliberismo non è una legge naturale, che la memoria non è un fardello ma una responsabilità politica.
Il rischio oggi è che il Cile torni a scambiare l’ordine per giustizia, la crescita per equità, la sicurezza per libertà. Ma ciò che è stato messo in moto in questi anni non può essere semplicemente archiviato. Il progressismo cileno non è stato una parentesi inutile. È stato un atto di coraggio politico e morale, forse incompiuto, ma necessario. E proprio il fatto che oggi venga messo in discussione ne rivela la forza.


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