di Federica Cannas
C’è un’immagine destinata a rimanere impressa nella memoria dei parigini. Il socialista Emmanuel Grégoire percorre le strade della capitale francese in bicicletta, circondato da una folla festante che cresce ad ogni incrocio. È diretto all’Hôtel de Ville, il municipio, appena eletto nuovo sindaco con oltre il 53% dei voti contro il 38% della candidata di destra Rachida Dati.
Parigi è feudo socialista da 25 anni, e con Grégoire resterà alla gauche anche dopo Anne Hidalgo. Ma la vera notizia non è la vittoria in sé, attesa, anche se non scontata, bensì il modo in cui è maturata.
Nelle settimane precedenti al voto, Grégoire ha dovuto resistere alla pressione di allearsi con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, il partito della sinistra radicale francese. Era una tentazione comprensibile. Sommare i voti, presentare un fronte unico, mobilitare l’elettorato più combattivo. Eppure il candidato socialista ha detto no, più volte, nonostante i dubbi e le critiche interne.
La sua strategia si è rivelata vincente. La lista unita di sinistra costruita senza LFI ha ottenuto oltre il 50% dei voti. E lo stesso vale per Marsiglia, dove il sindaco socialista Benoît Payan, che aveva rifiutato l’offerta di alleanza con il partito di Mélenchon, ha respinto nettamente l’attacco del candidato del Rassemblement National.
Il dato opposto è altrettanto eloquente. Dove i socialisti si sono invece alleati con LFI, la sconfitta è stata quasi sistematica. È andata così a Clermont-Ferrand, governata dalla gauche da ben 80 anni, persa a vantaggio della destra, e perfino a Tulle, città storicamente legata all’ex presidente Hollande. I risultati suggeriscono che la somma delle liste di sinistra non si traduce automaticamente in somma di consensi.
Le parole pronunciate da Grégoire la sera della vittoria offrono una chiave di lettura politica precisa. Nel suo successo ha visto “la vittoria di una certa idea di Parigi vibrante, una Parigi progressista, una Parigi della classe operaia, una Parigi per tutti”. E ancora: “Parigi non è e non sarà mai una città di estrema destra”, aggiungendo di voler “unire le persone”.
Unire. È una parola che in certi ambienti della sinistra contemporanea è diventata quasi sospetta, quasi sinonimo di compromesso o di tradimento.
Vale però la pena distinguere tra due concetti che il dibattito politico tende a sovrapporre: la radicalità e il settarismo. Essere radicali significa avere il coraggio di andare alla radice dei problemi, proporre cambiamenti profondi, rifiutare la rassegnazione alla gestione dell’esistente. Il settarismo segue una logica diversa: privilegia la coerenza interna del gruppo rispetto alla costruzione del consenso, e tende a restringere il campo invece di allargarlo. Sono due orientamenti che producono strategie e risultati elettorali molto diversi, come le municipali francesi del 2026 sembrano confermare.
Grégoire stesso, pur avendo rifiutato le alleanze con LFI, non ha rinunciato a un linguaggio di rottura. Ha dichiarato che Parigi “sarà il cuore della resistenza” contro l’alleanza tra destra ed estrema destra, in vista delle presidenziali francesi del 2027. Un posizionamento che indica come la scelta moderata sulle alleanze non implichi necessariamente una smorzatura dell’identità progressista.
Tutte e tre le principali città di Francia, Parigi, Marsiglia e Lione, continueranno ad essere governate dalla gauche. È un risultato significativo in un paese che, a livello nazionale, attraversa da anni una crisi profonda della rappresentanza politica, con le forze estreme che erodono il centro del sistema.
Le grandi città, luoghi di complessità e di diversità sociale, tendono a premiare le forze politiche capaci di gestire quella complessità senza semplificarla. Il voto metropolitano francese del 2026 offre un caso di studio interessante su come le sinistre europee stiano ridefinendo il proprio spazio, tra identità programmatica e pratica di governo.
La notte del 22 marzo del 2026 sarà ricordata per un’istantanea: il nuovo sindaco di Parigi che pedala tra la folla lungo i boulevard della capitale. Un’immagine che, al di là della sua carica simbolica, fotografa una forza politica che ha scelto di misurarsi con la città reale, nella sua interezza, piuttosto che con una sua rappresentazione ideale.



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