di Francesco Levoni
Teheran — Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi interviene con una dichiarazione dai toni duri e rivendicativi sul conflitto in corso, delineando la posizione della Repubblica Islamica dell’Iran tra apertura a una conclusione delle ostilità e netto rifiuto di soluzioni percepite come imposte dall’esterno.
“Non cerchiamo la guerra. Questa guerra non è la nostra e non siamo stati noi a iniziarla”, afferma Araghchi, sottolineando come Teheran respinga l’idea di un cessate il fuoco temporaneo, ritenuto un “ciclo vizioso” destinato a riaccendere le tensioni. L’obiettivo dichiarato resta la fine del conflitto, ma “alle nostre condizioni e in modo tale che non si ripeta”.
Negoziati e messaggi indiretti
Il capo della diplomazia iraniana interpreta il recente emergere di ipotesi negoziali come un segnale di debolezza degli avversari: “Il fatto che ora si parli di negoziati è un’ammissione di sconfitta”. Secondo Araghchi, non esiste alcun dialogo diretto con gli Stati Uniti d’America, ma Washington avrebbe iniziato a inviare messaggi tramite intermediari e Paesi terzi.
Teheran, riferisce il ministro, avrebbe risposto ribadendo “posizioni di principio” e lanciando avvertimenti, in particolare riguardo a possibili attacchi contro infrastrutture strategiche. Questi segnali, sempre secondo Araghchi, avrebbero contribuito a un ridimensionamento di un presunto ultimatum di 48 ore attribuito agli Stati Uniti.
“Quattro verità” sulla guerra
Nel suo intervento, Araghchi articola una lettura del conflitto in quattro punti chiave:
- Le basi militari statunitensi nella regione sarebbero una minaccia alla sicurezza, trasformando i Paesi ospitanti in bersagli.
- La priorità strategica di Washington resterebbe il sostegno a Israele.
- Lo Stato israeliano perseguirebbe obiettivi di espansione regionale.
- Il conflitto in corso non sarebbe né una guerra iraniana né americana, ma “una guerra di Israele”, che avrebbe trascinato gli Stati Uniti nello scontro. Critiche all’Europa.
Critiche all’Europa
Non meno dure le parole rivolte all’Europa, accusata di incoerenza tra dichiarazioni e azioni. “Si dichiarano contrari alla prosecuzione della guerra, ma non hanno voluto condannare l’aggressione”, afferma Araghchi, mettendo in discussione il ruolo del continente come attore internazionale e difensore del diritto internazionale.
Secondo il ministro, alcuni segnali recenti suggerirebbero un possibile ripensamento da parte europea, con “voci coraggiose” che iniziano a emergere.
Lo Stretto di Hormuz e la sicurezza energetica
Un passaggio particolarmente delicato riguarda lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. Araghchi precisa che il passaggio “non è chiuso”, ma lo diventa per “i nemici e i loro alleati”, mentre resterebbe garantito ai Paesi considerati amici.
Il ministro sottolinea la sovranità condivisa tra Iran e Oman sull’area e annuncia lo studio di nuovi meccanismi per assicurare il transito sicuro delle navi, in un contesto definito apertamente “di guerra”.
Un messaggio politico e strategico
Le dichiarazioni di Araghchi riflettono una linea politica che combina fermezza militare, critica geopolitica e apertura condizionata al dialogo. In un contesto regionale altamente instabile, Teheran ribadisce di voler controllare tempi e modalità di una possibile de-escalation, mentre continua a denunciare il ruolo degli attori occidentali e israeliani nel conflitto.
Resta da vedere se i canali indiretti evocati dal ministro potranno evolversi in un negoziato concreto o se, come suggerisce lo stesso Araghchi, la fase attuale sia destinata a prolungare ulteriormente lo scontro.



e poi