Negli ultimi mesi, le proteste in Iran hanno attirato l’attenzione di osservatori internazionali, agenzie di stampa e relatori delle Nazioni Unite, che hanno documentato una serie di interventi da parte delle autorità volte a contenere le manifestazioni. Tali interventi includono arresti di massa, l’impiego di strumenti di coercizione letale nei confronti dei partecipanti e restrizioni alle comunicazioni e alla libertà di espressione.
I dati raccolti provengono da fonti eterogenee: reportage giornalistici, testimonianze dirette, segnalazioni di ONG operanti sul territorio e rapporti di esperti indipendenti. Parallelamente, la stima complessiva delle vittime registrate nel corso delle proteste presenta ampie differenze tra le fonti disponibili. Mentre alcune indicano numeri nell’ordine delle migliaia, altre arrivano a cifre significativamente più elevate, fino a decine di migliaia. Questa ampia variabilità rende complesso interpretare i dati senza un’analisi accurata della provenienza delle informazioni, dei criteri utilizzati per la raccolta e della metodologia di verifica adottata da ciascun organismo o testata.
Per comprendere appieno il fenomeno, è necessario analizzare non solo le diverse stime, ma anche i criteri con cui vengono costruite, confrontarle con ciò che sappiamo di altri conflitti e interrogarsi su chi certifica i morti e con quali strumenti.
LE PRINCIPALI STIME DISPONIBILI
Le fonti concordano su un quadro di repressione violenta, ma divergono enormemente sui numeri:
- Fonti ufficiali iraniane parlano di circa 3.117 morti totali dall’inizio delle proteste, includendo civili, membri delle forze dell’ordine e individui definiti “terroristi” o “ribelli”. Questa comunicazione segue la prassi dei governi autoritari di minimizzare il bilancio umano delle crisi interne.
- Organizzazioni non governative indipendenti come la Human Rights Activists News Agency (HRANA) riportano oltre 6.000 morti confermati, basando il dato su testimonianze mediche, dati ospedalieri e casi con nominativi verificati.
- Altre ONG come Iran Human Rights hanno documentato diverse migliaia di uccisioni, con molte altre sotto revisione, suggerendo che il totale effettivo possa essere più alto ma non attestabile con sicurezza.
- Media internazionali come TIME citano numeri interni al ministero della Salute iraniano e report non pubblicati che portano la cifra potenziale fino a 30.000 morti, pur riconoscendo l’impossibilità di verificarli in modo indipendente.
- Alcuni articoli rilanciati da testate come Iran International sostengono che oltre 36.500 persone sarebbero morte in soli due giorni di repressione, ma senza rendere pubbliche le fonti o i metodi di calcolo.
Queste variazioni – tra poche migliaia di morti verificati e decine di migliaia non documentati – riflettono non solo un’ampia incertezza metodologica, ma anche il ruolo centrale di cinque fattori che rendono difficile la quantificazione: blackout delle comunicazioni e censura, accesso negato di osservatori internazionali, differenze nei criteri di classificazione dei morti, uso di fonti anonime non verificabili, e pressioni politiche interne e internazionali che influenzano la diffusione dei dati.
Il caso è esploso, in particolare, negli ultimi giorni quando alcune testate internazionali – tra cui Iran International e TIME – hanno pubblicato numeri di gran lunga superiori. Iran International ha parlato di oltre 36.500 morti in due giorni di repressione (8–9 gennaio), citando presunti rapporti di intelligence e fonti confidenziali che non sono state rese pubbliche né verificabili da terzi. TIME, dal canto suo, ha attribuito la cifra di circa 30.000 morti a funzionari anonimi del ministero della Salute iraniano e a un report non divulgato di un medico di origine iraniana residente in Germania. In entrambi i casi, la redazione ha chiarito di non aver potuto verificare in modo indipendente tali numeri.
Parallelamente, funzionari delle Nazioni Unite e rapporteurs speciali delle istituzioni internazionali hanno segnalato che il bilancio delle vittime potrebbe superare cifre significativamente più alte rispetto a quelle ufficiali, con possibili stime fino a 20.000–25.000 in casi di conflitto protratto e in base a segnalazioni mediche non autonome. Tuttavia, anche queste affermazioni sono accompagnate da avvertenze sulla difficoltà di verifica e dalla costatazione che i dati non sono ancora consolidati.
CONFRONTI CON ALTRI CONTESTI DI CONFLITTO
Un modo utile per valutare la plausibilità delle stime più elevate è confrontarle con i dati disponibili per altri conflitti di larga scala:
1. Gaza (dal 7 ottobre 2023)
Il conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza ha prodotto stime estremamente elevate di vittime nel corso di oltre un anno di bombardamenti e combattimenti. Secondo il ministero della Salute di Gaza e i dati raccolti dall’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), i morti nella Striscia di Gaza fino a fine 2025 sono nell’ordine di circa 67.000–69.000.
Studi accademici indipendenti – per esempio pubblicati su The Lancet – suggeriscono che includendo morti “indirette” (legate a privazioni sanitarie e mancanza di servizi essenziali) la cifra potrebbe essere molto più alta, ipotizzando oltre 186.000 morti totali se si considerano gli effetti sistemici della guerra.
È importante sottolineare che Gaza è teatro di un conflitto armato prolungato, ad alta intensità, con bombardamenti continui, blocchi, assedi e scontri diretti per oltre 16 mesi. Confrontare una guerra di oltre un anno con pochi giorni di repressione interna in Iran non è un paragone diretto, ma può aiutare a capire la scala e la plausibilità di certe cifre.
2. Siria (2011–2024)
La guerra civile siriana, iniziata nel 2011, è uno dei conflitti più sanguinosi del XXI secolo, con stime delle vittime che variano tra 400.000 e oltre 500.000 morti, includendo combattenti e civili, su un arco di oltre un decennio di guerra aperta.
Anche grandi battaglie urbane come quella di Aleppo (2012–2016) hanno registrato poche decine di migliaia di morti in quattro anni di combattimenti intensi, bombardamenti aerei e scontri di terra.
3. Jugoslavia (1991–1999):
I conflitti nei Balcani sono stati caratterizzati da guerre civili, interventi internazionali e pulizie etniche. Il totale stimato delle vittime civili e combattenti è di circa 140.000–150.000 in otto anni. I massacri più noti, come quello di Srebrenica (luglio 1995), hanno provocato circa 8.000 vittime in pochi giorni, rappresentando il picco più alto in termini di mortalità rapida. Altri episodi di violenza concentrata hanno generato numeri simili, ma mai comparabili con decine di migliaia in un singolo evento di repressione interna in Iran. La distribuzione temporale delle vittime mostra che anche nei conflitti più cruenti della ex-Jugoslavia, la mortalità si accumulava su mesi o anni, con picchi localizzati e circoscritti.
4. Iraq (2003–2011)
la guerra in Iraq e la successiva occupazione hanno causato tra 150.000 e 200.000 morti civili secondo dati di ONG internazionali, come Iraq Body Count, e rapporti medici indipendenti. La mortalità non era concentrata in pochi giorni, ma distribuita su anni, con focolai di violenza localizzata legati a bombardamenti, attacchi insurgent e scontri tra fazioni. Durante le battaglie urbane più intense, come la presa di Falluja (2004), i decessi stimati erano nell’ordine di migliaia, non decine di migliaia. Ciò evidenzia come la concentrazione di 30–36 mila morti in 48 ore in un contesto interno come quello iraniano sarebbe senza precedenti rispetto a conflitti recenti su scala urbana e nazionale.
Questi numeri mostrano che nei conflitti armati prolungati e su vasta scala, le vittime possono accumularsi rapidamente, ma sempre in un contesto di guerra totale, con fronti aperti, eserciti regolari contrapposti e coinvolgimento internazionale diretto.
CHI CERTIFICA I NUMERI, CON QUALI STRUMENTI E SU QUALE BASE?
Chi conta le vittime?
- Governi e autorità statali spesso forniscono un primo numero, come avviene in Iran con il conteggio ufficiale, ma questi dati tendono a sottostimare le vittime civili, perché incorporano criteri politici e di sicurezza interni.
- Organizzazioni umanitarie indipendenti come HRANA o Iran Human Rights raccolgono dati tramite reti di attivisti, medici, familiari e testimoni oculari, cercando di classificare i casi con nomi e luoghi. Questo approccio è più rigoroso ma richiede tempo e può sottostimare, per mancanza di accesso o di conferme multiple.
- Agenzie delle Nazioni Unite e relatori speciali cercano di monitorare attraverso segnalazioni ufficiali e indipendenti, ma spesso dichiarano che i dati non sono consolidati o verificabili a causa di restrizioni sul terreno.
- Ricercatori accademici utilizzano metodi statistici (come capture–recapture o triangolazione di fonti), che possono stimare morti non registrati, ma richiedono set di dati multipli e indipendenti per essere affidabili.
In Iran, molte delle fonti di stime elevate si basano su documenti interni non pubblici e fonti anonime, il che rende impossibile per osservatori esterni verificarne l’accuratezza. Anche testate autorevoli come TIME hanno chiarito di non poter confermare quelle cifre in modo indipendente.
PLAUSIBILITÀ DI 30–36 MILA MORTI IN 48 ORE
La domanda principale è: è plausibile che in due giorni di repressione interna si registrino 30–36 mila morti? I confronti con conflitti intensi suggeriscono che:
- Cifre così alte in un lasso di tempo brevissimo sono tipiche di:
- bombe su aree densamente popolate in guerra aperta (come a Gaza),
- massacri sistematici con armi pesanti e bombardamenti prolungati,
- campi di battaglia con scontri totali tra eserciti regolari.
- Se fosse avvenuta una strage di 30–36 mila persone in due giorni, ci sarebbero segnali indipendenti facilmente verificabili: numeri corrispondenti di feriti gravi, immagini di massa di corpi, flussi massicci di famiglie in cerca di persone scomparse, documentazione ospedaliera diffusa, rapporti incrociati di media internazionali. In assenza di questo materiale verificabile, la plausibilità statistica rimane bassa.
- Anche in conflitti intensi come Gaza o Siria, i picchi di mortalità si verificano su periodi più lunghi e in condizioni di guerra totale, non di repressione interna frammentata e soggetta a blackout informativi.
TRA RIGORE METODOLOGICO E IMPATTO POLITICO
La repressione delle proteste in Iran è indiscutibilmente grave e merita la massima attenzione internazionale. Le prove disponibili, incluse testimonianze mediche, relazioni ONU e rapporti di ONG confermano che migliaia di persone sono state uccise. E del resto sono le stesse autorità di Teheran ad aver fornito un dato che evidenzia certi numeri.
Tuttavia, le stime più elevate – 30.000 o oltre 36.000 morti in due giorni – restano prive di documentazione pubblica verificabile e non possono essere considerate dati consolidati. Se confrontate con conflitti estesi come quello di Gaza o la guerra in Siria, numeri di quella portata in un arco così breve rientrano in scenari di guerra totale e bombardamenti intensivi, non in repressioni interne di massa, almeno secondo quanto emergente da fonti indipendenti.
Questo non diminuisce l’urgenza umanitaria o la gravità delle violazioni; sottolinea l’importanza di rigore metodologico, trasparenza delle fonti e confronto critico tra dati. Senza questi elementi, i numeri rischiano di alimentare polarizzazioni, generare confusione nella pubblica opinione e trasformare una tragedia umana in un campo di battaglia informativo anziché in una base affidabile per la responsabilità internazionale.



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