di Federica Cannas
Nelle previsioni minacciose di Donald Trump, una civiltà era destinata a scomparire nel giro di una sola notte. «Un’intera civiltà morirà stanotte», ha scritto il presidente americano sul suo social Truth nelle ore che precedevano la scadenza dell’ultimatum all’Iran. Parole da apocalisse. Eppure, mentre scriviamo, la civiltà persiana è ancora in piedi. Negozia. Risponde colpo su colpo. E Trump ha appena prorogato di due settimane il suo ultimatum, accettando di fatto un cessate il fuoco temporaneo.
La realtà ha smentito la retorica.
Ma ritorniamo per un istante all’11 febbraio scorso. Quel giorno, Benjamin Netanyahu si siede nella Situation Room della Casa Bianca con la sua delegazione, compreso il direttore del Mossad David Barnea collegato in videoconferenza. Di fronte a lui, Trump e buona parte del gabinetto: il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il generale Dan Caine.
C’è però un’assenza significativa. JD Vance, il vicepresidente, è in Azerbaigian per una visita diplomatica. La riunione è convocata con così poco preavviso che non riesce a rientrare in tempo. L’uomo dell’amministrazione più contrario a una guerra su larga scala con l’Iran non è presente quando si decide la guerra.
Netanyahu presenta a Trump uno scenario in quattro punti: eliminare l’ayatollah e distruggere la capacità militare, distruggere il programma missilistico iraniano, innescare una rivolta popolare interna con l’aiuto del Mossad, e installare un nuovo governo con leader laici e filo-occidentali. Tra i possibili futuri leader, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Il premier israeliano assicura che il programma missilistico iraniano può essere distrutto in poche settimane, che le rappresaglie contro gli interessi americani saranno minime, che Trump potrà bloccare le operazioni iraniane prima che lo Stretto di Hormuz sia chiuso, ma il generale Caine avverte che non è una promessa realistica.
Trump appare però convinto. Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele lanciano l’operazione
battezzata “Furia Epica” contro l’Iran.
Quello che il New York Times ha ricostruito nelle ultime ore, citando fonti americane, israeliane e regionali, è che la decisione di Trump non fu dettata da valutazioni concordanti dell’intelligence né dal consenso strategico dei suoi consiglieri. Al contrario, anche i più scettici tacquero o si adeguarono, con la sola eccezione di Vance, che, il giorno prima dell’inizio delle operazioni, rappresentó a Trump la sua contrarietà. Quando sembrò certo che il presidente stesse optando per una campagna su larga scala, Vance argomentò che bisognasse farlo con forza schiacciante, nella speranza di raggiungere gli obiettivi rapidamente.
Quaranta giorni dopo l’inizio delle ostilità, il quadro è molto diverso da quello promesso da Netanyahu.
Il regime iraniano non è caduto. Non c’è stata alcuna rivolta popolare. Al contrario, le immagini che arrivano da Teheran mostrano anche mobilitazioni simboliche, come catene umane attorno a infrastrutture strategiche, in un gesto di resistenza e coesione interna.
La Guida Suprema Mojtaba Khamenei è indicata come punto di riferimento del sistema, anche se le informazioni sulla sua esposizione pubblica e sul suo stato restano incerte e oggetto di versioni contrastanti.
L’Iran ha risposto ai bombardamenti con attacchi missilistici e di droni contro Israele, la Giordania, l’Iraq e le basi americane nella regione. Il ministero della Salute iraniano ha aggiornato il bilancio dei morti a oltre 2.000 persone dal 28 febbraio, tra cui più di 200 donne e oltre 200 bambini, con 26.500 feriti. Organizzazioni per i diritti umani con sede negli Stati Uniti stimano quasi 3.600 morti totali, di cui almeno 1.665 civili e 248 minori. L’OMS ha denunciato attacchi a strutture mediche, tra cui l’ospedale psichiatrico Delaram Sina e il Pasteur Institute.
Lo Stretto di Hormuz, quella via d’acqua attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è rimasto bloccato, con effetti pesanti sui mercati globali. Il prezzo della benzina negli USA ha superato i 4 dollari, scatenando critiche interne. Due caccia americani F-15 sono stati abbattuti. Le basi militari negli Emirati hanno subito attacchi.
Il Mossad non ha innescato nessuna rivolta. Al contrario, lo stesso capo del Mossad David Barnea aveva avvertito in anticipo il governo israeliano che il cambio di regime in Iran avrebbe richiesto probabilmente un anno. Stima che il Jerusalem Post ha confermato essere quella più prudente, ma più realistica, discussa all’interno dei servizi segreti.
Mentre il conflitto si trascinava e i costi politici crescevano, JD Vance tornava a emergere. Aveva avvertito i colleghi che la guerra sarebbe stata «un disastro», che avrebbe potuto innescare un caos regionale, un massacro, l’esaurimento delle munizioni americane. Secondo fonti americane citate da diversi media, era anche lui a sostenere con maggiore convinzione l’accordo di mediazione pakistano, ossia una tregua di 45 giorni per aprire un negoziato, contro la linea più dura di Netanyahu.
Proprio Vance è stato indicato da Trump per guidare i futuri negoziati. Non è un dettaglio trascurabile. Significa che la Casa Bianca sta cercando un’uscita diplomatica, e il volto di quell’uscita è l’uomo che fin dall’inizio aveva detto che andare in guerra era un errore.
Oggi la situazione è questa: Trump ha prorogato l’ultimatum di due settimane. L’Iran, secondo tre funzionari iraniani sentiti dal New York Times, avrebbe accettato la proposta di cessate il fuoco avanzata dal Pakistan. Anche Israele, secondo la CNN, sarebbe d’accordo a sospendere i bombardamenti.
Il negoziato si svolge attraverso mediatori, con Pakistan, Egitto e Turchia in prima fila, e tramite messaggi diretti tra l’inviato speciale americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Il cosiddetto “Accordo di Islamabad” prevede due fasi. Nella prima, un cessate il fuoco immediato che consenta di stabilizzare la situazione. Nella seconda, un negoziato complessivo, entro 15-20 giorni, su tutti i nodi aperti: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino delle riserve di uranio arricchito iraniano (che Teheran si dice disposta a diluire ma non a cedere unilateralmente), e le garanzie di sicurezza reciproche.
I punti di frizione restano profondi. L’Iran ha respinto il piano americano in 15 punti, definendolo «in nessun modo accettabile», e ha presentato una propria controproposta in 10 punti che chiede anzitutto la cessazione definitiva delle ostilità — non una tregua temporanea. Teheran non vuole firmare qualcosa che appaia come una resa, perché sa che la narrazione interna conta quanto il risultato.
Nel frattempo, Netanyahu ha continuato a spingere per colpire le infrastrutture energetiche iraniane e a frenare ogni accordo che non soddisfi pienamente gli obiettivi israeliani, compreso lo smantellamento completo del programma nucleare. Il presidente turco Erdogan ha definito apertamente questa «la guerra di Netanyahu», non dell’America.
C’è qualcosa di istruttivo nell’insieme di questa vicenda.
Il primo insegnamento riguarda la fiducia nelle valutazioni di intelligence presentate da un alleato con un interesse diretto nel conflitto. La promessa di Netanyahu con una guerra rapida, nessun costo significativo per gli americani, la rivolta popolare, un nuovo governo in poche settimane, si è rivelata sistematicamente errata su ogni punto. Può essere stata proiezione ideologica, sovrastima delle proprie capacità. Ma il risultato è che gli Stati Uniti sono entrati in una guerra sulla base di uno scenario che non si è avverato.
Il secondo insegnamento riguarda la resilienza dell’Iran. Un paese con una storia millenaria, una popolazione giovane e istruita, e un apparato statale capace di mobilitare simbolicamente la sua gente. Le catene umane attorno alle centrali elettriche non sono solo propaganda, dicono qualcosa di reale sulle riserve di tenuta di una società.
Il terzo insegnamento è diplomatico. L’Iran è arrivato al tavolo non da vinto, ma da belligerante che ha dimostrato di poter rispondere e di avere ancora leve da giocare, prima fra tutte lo Stretto di Hormuz, che vale venti per cento del petrolio mondiale e che nessuno ha ancora riaperto. Negozia, dunque, non perché sia stato annientato, ma perché ritiene che la diplomazia possa offrirgli condizioni accettabili.
La civiltà che Trump preconizzava di cancellare «stanotte» esiste ancora. Negozia. E il presidente americano, allungando le scadenze, ammette implicitamente che lo scenario della notte apocalittica non era quello giusto.



e poi