La caduta di Pam Bondi racconta la natura del potere trumpiano


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di Giulia Boschi

Pam Bondi non è uscita dal Dipartimento di Giustizia come esce un ministro in una normale staffetta di governo. Donald Trump ha annunciato la sua sostituzione, rivestendo la decisione con il linguaggio morbido della “transizione” verso il settore privato, ma la sostanza politica è quella di una rimozione netta. Al suo posto è stato immediatamente promosso ad attorney general ad interim Todd Blanche, fino a quel momento numero due del Dipartimento e, soprattutto, ex avvocato personale di Trump nei suoi casi penali più delicati. Nella forma, l’uscita di Bondi è stata accompagnata dai rituali dell’elogio e della gratitudine; nella sostanza, segna l’ennesimo atto di una presidenza che giudica i suoi fedelissimi non sulla sola lealtà, ma sulla loro capacità di trasformare la lealtà in risultati visibili, rapidi, politicamente spendibili.

Per capire perché Bondi sia stata scaricata, bisogna partire da un dato essenziale: Trump non l’aveva scelta per moderare il Dipartimento di Giustizia, ma per piegarlo alla sua visione. Bondi, ex attorney general della Florida e prima donna a ricoprire quell’incarico nello Stato, era da anni una figura di fiducia del trumpismo politico-mediatico. Dopo 18 anni come procuratrice nella Hillsborough County State Attorney’s Office, si era costruita un profilo da “law and order” incentrato sulla lotta alle pill mills, alla criminalità e alla tratta, per poi diventare una presenza costante nell’orbita di Trump, difendendolo in televisione e schierandosi con lui nelle stagioni più incandescenti del suo conflitto con la magistratura e con l’establishment federale. Già alla sua audizione di conferma, Bondi era stata presentata e percepita come una scelta ad altissimo tasso politico: una fedelissima chiamata a guidare il dipartimento che, negli anni precedenti, aveva incriminato il leader a cui ora doveva rispondere.

Il paradosso della sua parabola è che Bondi è stata silurata non perché fosse troppo trumpiana, ma perché non lo era stata abbastanza sul piano dell’efficacia. La ricostruzione di tutti gli analisti converge su due elementi: da una parte il disastro politico della gestione dei dossier Epstein; dall’altra la crescente irritazione di Trump e dei suoi alleati per una presunta insufficiente aggressività contro figure considerate nemiche politiche del presidente. È un punto cruciale, perché rivela il criterio di valutazione dominante nella seconda amministrazione Trump: la fedeltà personale è solo il prerequisito; ciò che conta davvero è la performance.

Bondi ha interpretato il ruolo con spirito combattivo, con una postura pubblica spesso militante e con una disponibilità evidente a spostare il baricentro del Dipartimento di Giustizia verso la Casa Bianca. Ma non è riuscita a produrre quel tipo di vittoria politica che Trump pretende dai suoi uomini e dalle sue donne di apparato. È questo il cuore della sua caduta.

Il caso Epstein, in questo quadro, non è stato soltanto uno scandalo: è stato il detonatore. Bondi aveva promesso trasparenza, alimentando attese altissime attorno ai file legati a Jeffrey Epstein e ai suoi contatti. Quelle aspettative si sono poi ritorte contro di lei, perché il Dipartimento di Giustizia è finito sotto accusa per ritardi, redazioni, gestione opaca del materiale e persino per la diffusione impropria di informazioni sensibili relative alle vittime.

La vicenda, da questione giudiziaria, si è trasformata in una crisi politica a tutto campo, capace di erodere contemporaneamente la fiducia dei conservatori più radicali, dei democratici, dei sopravvissuti e dei fautori della trasparenza. Quando uno scandalo riesce a unificare ostilità ideologicamente diverse, per la Casa Bianca diventa un problema strategico, non più soltanto mediatico. Non sorprende, allora, che Bondi sia finita sotto subpoena del Congresso e che, nonostante l’uscita di scena, resti attesa a testimoniare il 14 aprile sulla gestione di quel dossier.

Ridurre tutto ai file Epstein, però, sarebbe un errore analitico. La vera frattura è stata più larga e più profonda: Bondi non è riuscita a incarnare fino in fondo la versione operativa del Dipartimento di Giustizia che Trump ha in mente. Durante il suo mandato, il Dipartimento è stato accusato di avere perso ulteriore indipendenza, di avere subito purghe interne, di avere inseguito iniziative percepite come politicamente mirate e di essersi trasformato in un terreno di regolamento dei conti con il passato. Ma proprio qui si è aperta la contraddizione: se il Dipartimento si politicizza e tuttavia non porta a casa risultati convincenti, allora il costo dell’operazione diventa più alto del beneficio.

In altre parole, Bondi ha finito per pagare la combinazione peggiore possibile: abbastanza schierata da attirare accuse di strumentalizzazione, non abbastanza efficace da conservare la protezione del presidente. È il destino tipico dei funzionari trumpiani che non falliscono per dissenso, ma per resa insufficiente.

È qui che l’ascesa di Todd Blanche assume un significato politico ancora più forte del licenziamento stesso. Blanche non è un civil servant chiamato a ripristinare una distanza istituzionale; è piuttosto il prodotto più compiuto di quella sovrapposizione tra fiducia personale e potere pubblico che caratterizza il secondo Trump. Ex procuratore federale, partner di studi legali importanti, Blanche è diventato noto a livello nazionale soprattutto per aver guidato la difesa penale di Trump: nel caso dei pagamenti in nero a New York, conclusosi con la condanna del presidente su 34 capi d’imputazione, e nei due procedimenti federali poi abbandonati dal team del procuratore speciale Jack Smith dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

La sua traiettoria professionale lo rende, sulla carta, più solido di quanto suggerisca la semplice etichetta di “avvocato di Trump”: ha esperienza tecnica, cultura da procuratore, familiarità con l’apparato federale. Ma è proprio la fusione tra queste competenze e la sua prossimità personale al presidente a fare di lui il candidato ideale nel lessico della nuova Washington trumpiana.

Non va sottovalutato un dettaglio: Blanche non arriva dall’esterno a commissariare il Dipartimento, ma ne conosce già il motore interno. Come deputy attorney general, ruolo confermato dal Senato nel marzo 2025, ha gestito le operazioni quotidiane del Dipartimento di Giustizia, supervisionato procure e agenzie federali e assunto una crescente visibilità pubblica, compresa la gestione di dossier esplosivi come quello Epstein. Da questo punto di vista, la sua promozione non rappresenta una cesura, bensì una continuità. Se Bondi era la faccia politica e più televisiva del trumpismo giudiziario, Blanche appare come il suo perfezionamento manageriale: meno esposto alla logica del talk show, più adatto a governare l’apparato, ma non per questo meno allineato. Trump non ha scelto un correttivo; ha scelto una versione più efficiente dello stesso impianto.

La figura di Blanche racconta bene la mutazione del rapporto tra presidenza e giustizia federale negli Stati Uniti contemporanei. Nato professionalmente tra l’ufficio del procuratore di Manhattan e la pratica forense di alto livello, Blanche appartiene a quella generazione di avvocati che sanno muoversi sia nella grammatica tecnica del diritto penale sia nella dimensione fortemente spettacolarizzata dei grandi processi politici. Lavorava da paralegal mentre studiava di sera alla Brooklyn Law School, è stato law clerk per giudici federali, ha servito per otto anni come prosecutor e ha poi costruito la sua reputazione nella difesa white collar, arrivando a orbitare intorno a clienti di peso come Paul Manafort prima di entrare stabilmente nel cerchio trumpiano. Questa biografia gli consegna una doppia legittimazione: da un lato l’autorevolezza professionale; dall’altro la fiducia personale del presidente, che nel secondo Trump vale spesso più di qualsiasi pedigree istituzionale.

È allora sul terreno simbolico che la sostituzione Bondi-Blanche rivela il suo significato più profondo. In una democrazia liberale classica, il ministro della Giustizia o l’attorney general rappresenta il difficile equilibrio tra responsabilità politica e autonomia della legge. Nel trumpismo, quell’equilibrio tende invece a essere riscritto come rapporto diretto tra volontà del capo e capacità dell’apparato di tradurla in atti. Quando l’apparato esita, rallenta, sbaglia il racconto pubblico o si fa travolgere da uno scandalo, il problema non è più giuridico ma di fedeltà performativa. Bondi aveva dato a Trump quasi tutto ciò che chiedeva sul piano del linguaggio, dell’atteggiamento, della disponibilità al conflitto. Ma non era riuscita a neutralizzare la crisi Epstein né a soddisfare le aspettative della destra più revanscista. Blanche, almeno nella logica della Casa Bianca, arriva per colmare proprio quel vuoto: meno enfasi, più controllo; meno esposizione emotiva, più esecuzione.

C’è infine un altro aspetto che merita attenzione, ed è il modo in cui Trump ha gestito la narrazione dell’uscita di Bondi. Come spesso accade nel suo stile di comando, la brutalità della decisione è stata ammorbidita con parole di apprezzamento personale e con la promessa di una collocazione futura nel settore privato. È un tratto ricorrente del suo metodo: non rompere davvero con i fedelissimi sul piano simbolico, ma segnare in modo inequivocabile la gerarchia reale del potere. Si può essere “amici leali”, come Trump ha lasciato intendere; ma se si smette di essere utili, o peggio ancora si diventa ingombranti, l’uscita è soltanto una questione di tempo. In questo senso Bondi non è un’eccezione: è il caso da manuale di come funzioni il potere personale trumpiano, un sistema nel quale la protezione dipende dalla resa e la resa si misura in termini di impatto politico immediato.

La domanda, allora, non è soltanto perché Trump abbia licenziato Pam Bondi. La domanda vera è che cosa ci dica questo licenziamento sulla fase che gli Stati Uniti stanno attraversando. E la risposta è inquietante nella sua chiarezza: ci dice che il Dipartimento di Giustizia, lungi dall’essere ricondotto verso una tradizione di autonomia, resta al centro di un progetto di personalizzazione del potere. Bondi è caduta perché quel progetto, nelle sue mani, era diventato troppo costoso e troppo poco produttivo. Blanche sale perché promette di renderlo più disciplinato, più credibile, più funzionale. Non è il ritorno all’ordine: è il tentativo di rendere più efficace la stessa rivoluzione. E forse è proprio questo il dato più importante di tutti.


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