Franz Di Maggio
Darfur senza pace. Abbiamo già parlato diffusamente delle crisi sudanesi e sud-sudanesi, ma in questi ultimi giorni anche in questa parte spesso dimenticata dell’Africa sono apparsi gli attori che stanno sconvolgendo tutte le strategie militari: i droni.
I droni e i missili spostano la visione stessa della guerra: non esistono più confini, e, come dimostrato nella lunga guerra russo-ucraina, le truppe di terra avanzano spesso di pochi chilometri in anni di conflitto.
Così l’estensione dei conflitti a stati considerati “alleati” o “amici” concorre a produrre quella regionalizzazione delle guerre, ottimo incentivo per la produzione di armi sempre più sofisticate e, nel caso dei droni, anche a buon prezzo.
Il fatto: a Tiné al confine tra Sudan e Ciad (ma in territorio ciadiano) un drone ha colpito un corteo durante una cerimonia funebre, causando sedici vittime. Non è il primo caso, peraltro: a febbraio i miliziani delle Forze di Supporto Rapido hanno ucciso a febbraio sette militari ciadiani.
Come sempre accade in questi casi, la responsabilità di quest’ultimo attacco è stata rimbalzata: mentre una fonte militare ha affermato che il drone appartenesse alle Forze di Supporto Rapido (RSF nell’acronimo inglese) – la principale organizzazione armata che dal 2023 si oppone all’esercito regolare nella guerra civile sudanese – le RSF hanno negato che il drone appartenesse a loro, e hanno incolpato l’esercito regolare sudanese, contro cui stanno combattendo intensamente.
Già da febbraio il capo della giunta militare del Ciad, Mahamat Déby Itno, aveva ordinato la chiusura del confine con il Sudan, lungo 1.400 chilometri praticamente impossibile da monitorare.
Si accende così un nuovo “fronte caldo”: la speranza è solo che l’acquisto massivo di droni da parte di Ciad e Sudan non sia propedeutico a un’ulteriore escalation in Darfur dove è sempre una popolazione poverissima a pagarne le conseguenze.



e poi