La guerra infinita. Israele gli Stati Uniti e la logica della distruzione


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di Federica Cannas

C’è un’immagine che il mondo dovrebbe non riuscire a dimenticare. Una scuola elementare femminile nella città iraniana di Minab, colpita da un missile durante le ore di lezione. Centosessantacinque bambine. Sette, otto, dieci anni. Non torneranno a casa. Eppure il mondo occidentale non ha smesso di dormire. Da Gaza al Libano all’Iran, c’è un disegno che non è più possibile ignorare. Israele e gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra sistematica contro chiunque osi resistere alla loro visione egemonica della regione e del mondo. Non si tratta di autodifesa, se mai lo è stata. Si tratta di eliminazione politica, militare, demografica. La storia non ha insegnato nulla. O forse ha insegnato fin troppo a chi usa la forza come unica lingua.

In oltre due anni di bombardamenti sulla Striscia di Gaza, più di 70.000 palestinesi sono stati uccisi, la grandissima maggioranza civili, donne, anziani, bambini. Lo stesso esercito israeliano ha confermato in una banca dati classificata che oltre l’83% dei morti identificati erano civili. Una vera e propria strategia, non propriamente danni collaterali. Il ministro israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich, parlando della periferia meridionale di Beirut, ha dichiarato senza vergogna: “Very soon Dahiyeh will look like Khan Younis”, la città del sud di Gaza ormai rasa al suolo dopo mesi di offensive. Le parole di un ministro rivelano l’intenzione politica meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale.

Gaza è stata il banco di prova. Un territorio densamente popolato usato come campo sperimentale per la messa a punto di tattiche militari che poi vengono esportate. L’umanità ha assistito attonita, mentre i governi occidentali, con rare eccezioni, si nascondevano dietro un linguaggio diplomatico privo di senso, invocando la sicurezza di Israele come formula magica capace di giustificare ogni eccesso, ogni massacro, ogni violazione del diritto internazionale umanitario.

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2026, le esplosioni hanno svegliato Beirut. I bombardamenti israeliani hanno colpito con violenza inaudita Dahiyeh, la periferia meridionale della capitale libanese, un quartiere ad altissima densità abitativa, con centinaia di migliaia di civili libanesi, insieme a rifugiati palestinesi e siriani, che Tel Aviv etichetta come “roccaforte di Hezbollah”. Come se questo giustificasse la distruzione di un intero quartiere e rendesse un civile un obiettivo militare legittimo.

Il ministero della Salute libanese ha registrato in pochi giorni oltre cento morti e centinaia di feriti, tra cui sette bambini. Più di 83.000 sfollati registrati nelle strutture di accoglienza secondo le cifre ufficiali. Seicentomila, forse 700.000 anime in fuga, intasando l’unica autostrada verso il nord del Paese, spesso senza sapere dove andare. Molti si sono riversati verso la Siria. È un disastro umanitario enorme, trattato dai media occidentali mainstream come una nota a margine.

Non è la prima volta. Il conflitto tra Israele e Hezbollah, formalmente concluso con una tregua nel novembre 2024, non si era mai davvero fermato. UNIFIL, la forza ONU di interposizione in Libano, ha documentato oltre 10.000 violazioni israeliane di quell’accordo prima che esplodesse questa nuova escalation. Israele aveva usato fosforo bianco sulle coltivazioni e i villaggi del sud del Libano. Occupava cinque villaggi libanesi come avamposti militari. Conduceva una occupazione aerea sistematica con droni. Nessuno aveva protestato abbastanza. Nessuno aveva alzato davvero la voce.

Il 28 febbraio 2026, il presidente Trump ha pubblicato su Truth Social un video di otto minuti. Gli Stati Uniti e Israele stavano lanciando un attacco militare massiccio sull’Iran. “Operation Epic Fury” per il Pentagono, “Operation Roaring Lion” per l’aviazione israeliana. Nessun discorso formale alla nazione, nessun dibattito parlamentare. Solo un video sui social media e la notifica al “Gang of Eight” del Congresso, pochi minuti prima che le bombe cominciassero a cadere. Obiettivi dichiarati: le infrastrutture missilistiche iraniane, il programma nucleare, la leadership della Guardia Rivoluzionaria. Obiettivo reale, nelle parole stesse di Trump, il cambio di regime. La Guida Suprema Ali Khamenei è stata uccisa insieme a importanti figure militari del regime. Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah hanno sentito le esplosioni.

Ma la notizia che ha fatto tremare le coscienze, quelle rimaste, è un’altra. Il 28 febbraio 2026, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, è stata colpita da un missile tra le 10:23 e le 10:45 del mattino, durante l’orario scolastico. Le autorità iraniane — e specificatamente la Procura di Minab — hanno confermato 165 morti, la stragrande maggioranza bambine tra i 7 e i 12 anni, più 96 feriti. I video della scuola distrutta sono stati geolocalizzati e autenticati da CBS News, NBC News, Reuters e Al Jazeera. La scuola era fisicamente separata dal complesso militare adiacente sin dal 2016. Un’indagine di Al Jazeera ha rilevato che mentre la scuola veniva colpita, la clinica civile situata tra essa e il complesso militare non veniva toccata, suggerendo che chi ha condotto il raid disponesse di mappe dettagliate e distinte.

Né gli Stati Uniti né Israele hanno assunto formalmente la responsabilità. Il portavoce del Pentagono ha dichiarato che si “stava indagando”. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto che gli USA “non avrebbero deliberatamente colpito una scuola”. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha risposto: “Stiamo indagando”. Come se ci fosse qualcosa da investigare nella distruzione di una scuola durante le ore di lezione. L’UNESCO ha definito l’attacco “una grave violazione della protezione garantita alle scuole dal diritto internazionale umanitario”. La Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, Messaggera di Pace delle Nazioni Unite, ha dichiarato di essere “sgomenta e sconvolta”, condannando “senza equivoci” l’uccisione di civili, in particolare bambini.

Secondo l’Agenzia di Notizie degli Attivisti per i Diritti Umani (HRANA), entro il 4 marzo i morti civili in Iran avevano superato quota 1.000. La Mezzaluna Rossa iraniana segnalava nelle prime ore 201 morti e 747 feriti. L’assemblea destinata a eleggere il successore di Khamenei era stata bombardata mentre era in corso il voto. Russia e Cina hanno condannato duramente gli attacchi. Il ministero degli Esteri russo ha parlato di “atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite”. Dal mondo occidentale, invece, un silenzio complice, un’imbarazzante acquiescenza.
Per comprendere quello che sta accadendo, bisogna leggere le dichiarazioni dei protagonisti senza il filtro dell’eufemismo diplomatico. Il disegno è quello di ridisegnare la mappa geopolitica del Medio Oriente secondo le priorità di Washington e Tel Aviv e, non secondariamente, per controllare le rotte energetiche verso l’Europa e tagliare i rifornimenti petroliferi alla Cina.

L’industria bellica americana trae profitto direttamente da questa situazione. Le aziende della difesa registrano rialzi in Borsa mentre il Medio Oriente brucia. Questo è parte strutturale della logica che alimenta le guerre. Una guerra che conviene economicamente a chi la fa, e che dunque ha ogni incentivo a continuare.

L’Unione Europea ha rinviato persino una riunione ministeriale, fermata dal caos dei voli sul Golfo Persico. I voli commerciali su più di dieci paesi del Medio Oriente sono stati sospesi dall’EASA. Il petrolio è schizzato di oltre il 40%, le Borse europee hanno bruciato centinaia di miliardi in pochi giorni. Il conflitto sta già mordendo il tessuto economico globale. Eppure sembra che la priorità sia non disturbare Netanyahu, non incrinare l’asse con Washington. Francia, Germania e Regno Unito hanno dichiarato di voler collaborare con gli Stati Uniti per “distruggere le capacità iraniane di lanciare missili e droni”. Nella sua dichiarazione ufficiale, l’Unione Europea ha condannato la risposta militare iraniana senza citare i bombardamenti statunitensi e israeliani che l’avevano provocata.

In questo panorama di acquiescenza e doppio standard, alcune voci si sono levate con coraggio e chiarezza morale, scegliendo di stare dalla parte del diritto internazionale invece che dalla parte dei potenti.

La Spagna di Pedro Sánchez è stata la voce più coraggiosa d’Europa. Il premier spagnolo ha definito l’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran “un’azione militare unilaterale, ingiustificata e pericolosa, che va contro il diritto internazionale”, chiedendo de-escalation immediata. In un discorso alla nazione, ha sintetizzato la posizione spagnola in quattro parole: “No a la guerra”. Ma non si è fermato alle parole. La Spagna ha esercitato la sua sovranità sulle basi militari di Rota e Morón, rifiutando che venissero usate per operazioni contro l’Iran. Quindici aerei americani — principalmente aerei cisterna KC-135 per il rifornimento in volo — sono stati costretti a lasciare il suolo spagnolo: sette si sono riposizionati a Ramstein in Germania, gli altri in Francia. Un atto di sovranità che ha fatto infuriare Washington.

Trump ha risposto minacciando di tagliare tutti i rapporti commerciali con la Spagna. Sánchez non ha ceduto. Ha dichiarato che la Spagna “non sarà complice di qualcosa che fa male al mondo”. È rimasto l’unico paese NATO a rifiutare apertamente di sostenere l’operazione. Un atto di dignità in un continente che aveva scelto di abbassare la testa.

Dal Sudamerica, quella parte del mondo che ha conosciuto sulla propria pelle cosa significa subire l’interventismo straniero, i colpi di stato, le democrazie smantellate per decreto imperiale, è arrivata una risposta netta. Il Brasile di Lula, attraverso il suo consigliere di politica estera Celso Amorim e l’Itamaraty, ha condannato gli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, li ha definiti “riprovevoli e inaccettabili”, e ha esortato tutte le parti al rispetto del diritto internazionale e alla massima moderazione. La Colombia di Gustavo Petro ha chiamato i bombardamenti “illegal”, ha proposto un “fronte mondiale contro la guerra” e ha richiamato la necessità di una “Costituzione dell’Umanità” fondata sul rispetto delle norme internazionali: “A la barbarie se le contrapone una Constitución de la Humanidad. El derecho internacional debe ser respetado”. Il Cile di Gabriel Boric ha condannato “come inaccettabili” gli attacchi unilaterali degli Stati Uniti contro l’Iran, rifiutando ogni logica di schieramento cieco: “No tenemos por qué aceptar elegir entre barbaries” — non dobbiamo accettare di scegliere tra barbarie. Il Cile, ha ribadito Boric, crede e difende in ogni circostanza il rispetto irrestricto dei diritti umani e il rispetto del diritto internazionale. Boric ha condannato anche le rappresaglie iraniane e la repressione del regime iraniano contro il proprio popolo — una coerenza che rende la sua posizione ancora più solida, perché non è schieramento di parte: è difesa di principi.

C’è qualcosa di profondamente significativo in questo. Sono i paesi del Sud del mondo, quelli che l’Occidente ha storicamente trattato come periferia, come variabili di aggiustamento degli equilibri geopolitici altrui, a ricordare all’umanità che il diritto internazionale esiste, che la sovranità degli Stati non è negoziabile, che non si possono bombardare le scuole e i bambini in nome della democrazia. Stanno facendo, insomma, quello che i grandi paesi europei non hanno avuto il coraggio di fare.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunisce, emette comunicati, e le bombe continuano a cadere. Il Segretario Generale António Guterres ha condannato sia i massicci attacchi di USA e Israele sia le rappresaglie iraniane, avvertendo che l’azione militare rischia di innescare “un conflitto regionale su scala più ampia con gravi conseguenze per i civili”. La storia ci ha insegnato dove conduce l’impunità sistematica. Porta a escalation sempre più incontrollabili, porta a regioni destabilizzate per generazioni, porta al moltiplicarsi dei gruppi armati nati dalla disperazione di chi ha perso tutto e non ha più nulla da perdere.

Siamo arrivati a un punto in cui si può decidere di eliminare, uno dopo l’altro, i governi e i popoli considerati nemici degli americani e degli israeliani, con la benedizione implicita, o il silenzio colpevole, del mondo occidentale. Gaza. Il Libano. L’Iran. Chi è il prossimo? La sequenza è visibile, il disegno è dichiarato. E la comunità internazionale assiste, divisa tra chi condanna a parole e chi fornisce le armi.

La seconda guerra mondiale ha insegnato all’umanità che il silenzio di fronte al genocidio è complicità. Che la passività di fronte all’aggressione sistematica è un crimine. Quelle lezioni sono state scritte con il sangue di decine di milioni di persone. Evidentemente, il sangue non è abbastanza. I non è quello giusto. Evidentemente, il mondo occidentale ha deciso che quelle lezioni valgono solo quando le vittime sono europee, o quando i carnefici sono i nemici dichiarati. Quando le vittime sono palestinesi, libanesi, iraniani, allora si chiama “operazione di sicurezza”, “risposta difensiva”, “guerra preventiva”.

Dove sta andando il mondo? Verso un ordine fondato sulla forza bruta e sull’impunità dei potenti. Sta andando verso un sistema internazionale in cui il diritto vale solo per chi non ha la bomba atomica e gli F-35. Sta andando verso una catastrofe annunciata, mentre i grandi media normalizzano le stragi e la politica si inchina agli interessi dell’industria bellica.

La storia non ha insegnato nulla. O forse siamo noi che abbiamo smesso di imparare.


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