La Siria rientra nel gioco internazionale, ma lo Stato resta in costruzione


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La decisione del Congresso degli Stati Uniti di rimuovere integralmente il regime sanzionatorio nei confronti della Siria segna uno spartiacque storico, ma non ancora una vera cesura. Si chiude formalmente una stagione iniziata con la guerra civile e consolidata negli anni come strumento di pressione contro Damasco e i suoi alleati regionali e globali, Iran e Russia. Tuttavia, l’uscita dal perimetro punitivo occidentale non equivale automaticamente a un pieno reintegro della Siria nel sistema internazionale: piuttosto, apre una fase intermedia, densa di ambiguità, condizionamenti politici e rischi di instabilità.

Il compromesso raggiunto a Washington – fortemente sostenuto da Donald Trump e blindato da un accordo bipartisan – prevede una rimozione delle sanzioni senza clausole preventive, ma accompagnata da un meccanismo di sorveglianza politica: la Casa Bianca dovrà riferire con cadenza mensile al Congresso sull’evoluzione del quadro democratico siriano e sulla condotta regionale di Damasco. È un dispositivo che, pur privo di sanzioni automatiche, segnala come la fiducia occidentale resti condizionata e reversibile. La Siria è riammessa al tavolo, ma sotto osservazione.

Sicurezza e terrorismo: una normalizzazione sotto attacco

La tempistica della svolta americana è resa ancor più delicata da una recrudescenza della minaccia jihadista. L’attentato rivendicato dall’Isis contro il contingente statunitense nel nord-est del Paese – con tre militari americani uccisi – ha ricordato brutalmente come la guerra siriana non sia affatto archiviata. L’elemento più inquietante è emerso successivamente: l’attentatore risulterebbe essere un membro dell’esercito siriano, descritto dalle stesse fonti di Damasco come un estremista già individuato e prossimo all’espulsione. Il rapido arresto di cinque presunti complici e l’adesione formale della Siria alla coalizione internazionale anti-terrorismo hanno contenuto l’impatto politico dell’episodio, ma non ne cancellano il significato strategico.

Il caso mette in luce una fragilità strutturale: la permeabilità degli apparati di sicurezza siriani. Una vulnerabilità che affonda le radici nella genesi stessa del nuovo potere. Al-Sharaa, oggi al centro del sistema decisionale di Damasco, incarna una traiettoria emblematica delle ambiguità del conflitto siriano: un passato segnato da militanze jihadiste, la rottura con l’Isis, il successivo scontro con al-Qaida e, infine, l’ascesa come leader capace di capitalizzare militarmente il collasso del vecchio regime. In questo contesto, l’infiltrazione di elementi radicali non è un’anomalia, ma una conseguenza quasi fisiologica di un esercito costruito in modo accelerato e disomogeneo.

La ristrutturazione dell’apparato militare e il fattore curdo

La priorità strategica per Damasco è ora la riforma delle forze armate. Non solo per migliorarne l’efficienza, ma per ridurne l’eterogeneità ideologica e liberarsi, in particolare, dei foreign fighters che rappresentano un fattore di instabilità permanente. Parallelamente, l’intelligence siriana viene considerata da Washington un asset prezioso, soprattutto nella lotta contro le reti jihadiste e i traffici illeciti che prosperano nelle aree grigie del Paese. Da qui l’urgenza, per gli Stati Uniti, di costruire un coordinamento stabile tra Damasco e le forze curde.

I curdi del nord-est siriano restano infatti un attore imprescindibile. Dal 2014 hanno rappresentato il pilastro operativo della lotta all’Isis per conto della Coalizione internazionale e oggi controllano un’area strategica dotata di un alto grado di autogoverno. I negoziati in corso tra al-Sharaa e la leadership curda ruotano attorno a un punto cruciale: l’integrazione delle forze curde nel nuovo esercito siriano. Dopo mesi di avanzamenti e stalli, segnali di progresso sembrano emergere. Se confermati, rappresenterebbero un passaggio decisivo verso una ricomposizione del monopolio statale della forza.

Resta però irrisolto il nodo politico di fondo: la forma dello Stato. I curdi rivendicano un assetto federale o quantomeno fortemente decentralizzato; Damasco insiste su un modello centralizzato. Diversi osservatori statunitensi ritengono che, nel medio periodo, saranno i curdi a dover accettare concessioni più significative. Tuttavia, il quadro è reso più complesso dal ruolo della Turchia. Ankara, oggi partner chiave di Damasco, è a sua volta impegnata in negoziati con i curdi sul dopo-guerra civile. È probabile che un vero via libera a un compromesso siriano-curdo arrivi solo dopo una definizione più chiara delle intese turco-curde.

Economia, investimenti e il ritorno selettivo della fiducia

La fine delle sanzioni riduce gli ostacoli formali alla ricostruzione economica, ma non elimina le incertezze sostanziali. Molti investitori internazionali restano alla finestra, in attesa di segnali tangibili di stabilizzazione politica e sicurezza. La Siria post-sanzioni appare come un mercato potenzialmente promettente, ma ad alto rischio: infrastrutture devastate, un sistema bancario fragile e un quadro normativo opaco frenano un afflusso massiccio di capitali.

Comprendere la nuova architettura del potere siriano diventa dunque essenziale. Ed è qui che emergono le critiche più severe ad al-Sharaa. Secondo diverse ricostruzioni, il leader starebbe consolidando un sistema fortemente personalizzato, incentrato su una ristretta cerchia familiare. Un fratello nominato segretario generale del governo eserciterebbe un controllo trasversale sulle nomine e sulle decisioni ministeriali; un altro parente sarebbe il regista occulto di un apparato economico parallelo, articolato in una rete di società e fondi attraverso cui transitano i grandi appalti; un ulteriore congiunto governa l’area di Damasco, con competenze decisive sui principali progetti urbanistici. Uno schema che, nelle sue logiche, richiama da vicino il modello del precedente regime.

Centralismo, alternative e il timore della frammentazione

In questo contesto, le richieste curde di decentramento assumono una valenza che va oltre la questione etnica o territoriale: si propongono come alternativa a un centralismo percepito come opaco e familistico. La Casa Bianca, tuttavia, ha chiarito di non voler favorire una balcanizzazione della Siria lungo linee confessionali o identitarie. L’inviato speciale Tom Barrack ha richiamato esplicitamente il precedente iracheno, indicandolo come un monito sui rischi di una frammentazione istituzionale non governata.

La stabilizzazione della Siria resta quindi un obiettivo multilivello: sicurezza, architettura statale, inclusione politica ed economia sono elementi interdipendenti. La lotta al terrorismo, in particolare, è inseparabile dal controllo delle milizie e dei traffici criminali che prosperano nelle zone periferiche e che, con le loro azioni, sfidano apertamente l’autorità di Damasco.

Un dettaglio istituzionale, infine, merita attenzione: tutte le operazioni antiterrorismo del nuovo esecutivo sono formalmente gestite dal ministero dell’Interno, mentre quello della Difesa resta sorprendentemente in ombra. Un’anomalia che alimenta il sospetto di tensioni interne all’apparato statale e di un potere ancora in fase di assestamento.

La Siria senza sanzioni è dunque una Siria sospesa: riabilitata ma non normalizzata, più legittimata ma non pacificata. Il negoziato con i curdi rappresenta il vero banco di prova. Finché resteranno irrisolti il dilemma tra centralismo e decentramento e il coordinamento effettivo delle forze armate e delle intelligence, la fine delle sanzioni sarà solo l’inizio di un percorso lungo e tutt’altro che lineare.


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