di Federica Cannas
Il governo progressista di Pedro Sánchez ha fatto qualcosa di straordinario. Ha deciso che quella parola non può più essere un problema privato, un destino individuale e l’ha trasformata in una questione di Stato. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il primo Marco Estratégico Estatal de Soledades (2026-2030), la prima strategia nazionale contro la solitudine non desiderata nella storia spagnola. Un piano trasversale che coinvolge undici ministeri, le comunità autonome, gli enti locali e il Terzo Settore, con un obiettivo semplice e profondo allo stesso tempo: garantire che nessuno resti solo contro la propria volontà.
I dati sono difficili da ignorare. Secondo il Barometro dell’Osservatorio sulla Solitudine non Desiderata, realizzato dalla Fondazione ONCE e dalla Fondazione AXA nel 2024, il 20% della popolazione spagnola sperimenta solitudine non desiderata. Due terzi di queste persone vivono in questa condizione da più di due anni. Solitudine cronica, silenziosa, che logora. Ma c’è un dato che colpisce ancora di più, che rovescia ogni pregiudizio. Non sono gli anziani il gruppo più colpito. Sono i giovani. Tra i 18 e i 24 anni, il 35% si sente solo. Una generazione iperconnessa digitalmente e profondamente sconnessa umanamente. Mentre tra chi ha oltre settant’anni la percentuale scende al 20%, i ragazzi che sembrano avere tutto, lo schermo sempre acceso, i social sempre pieni, portano dentro un vuoto che nessuna notifica riesce a colmare.
E poi c’è la povertà. Quasi la metà di chi fatica ad arrivare a fine mese sperimenta solitudine non desiderata, contro appena l’11% di chi non ha difficoltà economiche. Perché la mancanza di risorse toglie la mobilità, la partecipazione, la capacità di sostenere legami. La solitudine, si scopre, ha anche un prezzo.
Pablo Bustinduy, ministro per i Diritti Sociali, ha presentato la strategia con parole che suonano quasi come una promessa personale: “El problema no es la soledad, sino que es algo que no siempre se puede elegir.” Il problema non è la solitudine in sé, quella cercata, quella rigeneratrice, ma quella imposta, quella che non è stata scelta. “Dobbiamo garantire che ci sia sempre una comunità a cui rivolgersi quando si cerca compagnia,” ha detto. “Qui non si abbandonerà nessuno. Nessuno verrà lasciato solo.” Sentire un Governo che parla il linguaggio della cura, della prossimità, dell’interdipendenza tra esseri umani, fa un effetto quasi straniante.
Il piano non si limita a buone intenzioni. Prevede misure concrete: la rilevazione precoce della solitudine attraverso medici di base, scuole e servizi sociali; reti di supporto comunitario nei quartieri e nelle aree rurali; politiche di urbanismo sociale per riprogettare gli spazi pubblici come luoghi di incontro; modelli di convivenza intergenerazionale; persino la possibilità, per la medicina di base, di prescrivere partecipazione sociale come si prescrive una terapia. E poi la lotta allo stigma. Perché uno dei mali peggiori è che chi si sente solo spesso non lo dice, per vergogna, per paura del giudizio. La Spagna non è la prima a muoversi in questa direzione. Il Giappone ha creato un ministero dedicato alla solitudine, il Regno Unito la tratta come un problema di salute pubblica. Ma il piano spagnolo ha qualcosa di nuovo. Nasce da un processo partecipativo ampio, costruito insieme a chi quella solitudine l’ha vissuta sulla propria pelle.
C’è una frase di Bustinduy che vale la pena tenere: “Il nostro modello di convivenza, che si oppone a quello individualista dell’ultraliberismo, è una società interdipendente, dove ognuno riconosca che ha bisogno dell’altro per vivere.” È una dichiarazione politica, certo. Ma è anche il riconoscimento che nessuno si salva da solo. Che la solitudine non desiderata non è una colpa, non è un destino, non è un problema da risolvere in privato. La Spagna ha scelto di rispondere. Resta da vedere se altri avranno il coraggio di seguirla.



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