LA TESTIMONIANZA/ Libano: Israele polverizza la morte, il mondo tace


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Quando la sovranità viene violata e la verità soffocata, non è più difesa: è un crimine

Di Myrna Naoum-Ghazieff

Non si limitano più a colpire quotidianamente i civili, tra cui un bambino di tre anni, ucciso oggi insieme alla sua famiglia, con l’auto ridotta a un ammasso di rottami. Hanno già bombardato con fosforo bianco senza battere ciglio. Ora un aereo militare irrora una sostanza chimica su territori libanesi, nello specifico glifosato. Una sostanza già controversa nel normale impiego agricolo, il cui spargimento aereo è vietato o rigidamente regolamentato in molti Paesi. E qui si parla di un contesto militare, transfrontaliero e, soprattutto, privo di qualsiasi consenso.

Non è una voce. È tutto filmato, documentato, accertato da ONG, agricoltori e residenti. Eppure gli israeliani osano ancora affermare: «non è tossico».

Anche se fosse acqua, nessuno Stato ha il diritto di disseminare alcunché sul territorio di un altro Paese. È una palese violazione della sovranità. Quando questa irrorazione colpisce su larga scala suoli e coltivazioni, diventa un crimine ambientale, un atto di aggressione che non può restare impunito.

Chiedere «ulteriori prove» solo quando l’accusa riguarda Israele significa chiudere gli occhi davanti all’evidenza. È scegliere la compiacenza a scapito della giustizia.

Tacere di fronte a tali atti, minimizzarne l’impatto, pesare le parole per non disturbare, non è neutralità. È accettare l’impunità.

Le immagini ci sono. Le terre sono contaminate. È la politica della terra bruciata, praticata per impedire ai libanesi di vivere sulla propria terra. I pretesti sono fallaci, come sempre.

No, non è uno scenario di fantasia. È il sud del Libano, oggi. E il mondo guarda altrove.


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