Le opzioni di Trump per l’Iran: intervento militare per provocare cambiamenti politici?


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di Giulia Palmisano

Le recenti discussioni interne all’amministrazione Trump su una possibile escalation nei confronti dell’Iran sono il riflesso di un cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti, dove il rischio di un intervento diretto si fa sempre più concreto. In risposta alla sanguinosa repressione delle proteste che hanno attraversato l’Iran all’inizio di gennaio, Donald Trump starebbe valutando l’opzione di lanciare attacchi mirati contro le forze di sicurezza iraniane e i suoi leader, con l’intento di stimolare un cambiamento politico interno. Sebbene queste operazioni non siano ancora state formalmente decise, le implicazioni di un simile intervento potrebbero essere molto più complesse e potenzialmente destabilizzanti di quanto appare a prima vista.

Obiettivo dichiarato: cambiamento di regime?

Secondo fonti americane, Trump avrebbe espresso la volontà di creare le condizioni per un “cambiamento di regime” in Iran, obiettivo che potrebbe essere perseguito attraverso una serie di attacchi mirati contro i comandanti e le istituzioni ritenute responsabili della violenta repressione delle proteste. I manifestanti iraniani, che da mesi esprimono il loro malcontento contro il governo, hanno subito un’intensa violenza da parte delle forze di sicurezza, che ha portato alla morte di migliaia di persone. Quello che molti analisti temono è che, oltre alla repressione interna, un’azione militare esterna potrebbe non avere gli effetti sperati, ovvero la creazione di un’opposizione interna che possa prendere piede contro il regime degli ayatollah.

L’idea di Trump sarebbe quella di stimolare un effetto domino, dando ai manifestanti la fiducia necessaria per sopraffare le forze di sicurezza e le strutture governative. A tal fine, si parla di un intervento mirato che colpisca non solo i leader politici e militari, ma anche le stesse infrastrutture su cui si poggia il potere iraniano, con l’auspicio di indebolire ulteriormente il regime. Tuttavia, non è chiaro se Trump deciderà di percorrere questa strada o se esplorerà alternative più drastiche.

Un intervento più ampio: colpire i missili balistici e le capacità nucleari

Le discussioni al vertice sull’Iran non si limitano, però, a opzioni più limitate. Una seconda fonte ha fatto trapelare l’ipotesi di un intervento su scala maggiore, che includerebbe non solo attacchi mirati ma anche colpi contro le capacità missilistiche dell’Iran, in particolare contro i suoi missili balistici a lunga gittata, che rappresentano una minaccia per gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, come Israele e i paesi del Golfo. Inoltre, si parla anche di possibili attacchi contro i programmi nucleari iraniani, anche se l’amministrazione Trump non ha finora fornito dettagli specifici su come si intende agire in merito.

L’Iran, pur ribadendo che il suo programma nucleare è a scopi esclusivamente civili, ha sempre rifiutato negoziati su eventuali restrizioni riguardanti i suoi missili balistici, che Teheran considera un deterrente necessario contro la minaccia percepita da Israele. Tuttavia, la crescente presenza navale degli Stati Uniti nella regione, con l’arrivo di una portaerei e delle sue navi da guerra, ha aumentato le capacità degli Stati Uniti di agire, portando con sé l’incertezza su quanto possa essere concreta una risposta militare.

I limiti degli attacchi aerei

L’intervento aereo da solo, tuttavia, non sembra essere la soluzione preferita da molti analisti, tra cui funzionari israeliani e esperti occidentali. Questi avvertono che l’obiettivo di “rovesciare il regime” attraverso bombardamenti mirati potrebbe rivelarsi inefficace. La storia recente dimostra che le forze iraniane sono molto più resilienti di quanto non appaiano, e se anche dovessero essere eliminati leader chiave come l’Ayatollah Ali Khamenei, la struttura del potere sarebbe comunque in grado di rimanere in piedi. Un alto ufficiale israeliano ha sottolineato che se gli Stati Uniti intendono “rovesciare il regime”, sarebbe necessario un intervento che vada oltre i bombardamenti aerei e includa anche una presenza sul terreno, possibilmente attraverso forze di terra che sostengano il movimento di opposizione.

Secondo l’analisi israeliana, la combinazione di pressione esterna e una opposizione interna organizzata sarebbe fondamentale per alterare il corso degli eventi in Iran. Tuttavia, in assenza di un’opposizione interna strutturata che possa sfidare concretamente il regime, gli attacchi aerei rischiano di avere effetti controproducenti, indebolendo ulteriormente un movimento di protesta già colpito dalla repressione brutale delle forze governative.

La fragilità del regime e le previsioni sul futuro

Nonostante le difficoltà interne, l’Iran ha dimostrato una notevole resilienza, mantenendo saldamente il controllo del paese, anche di fronte alle sfide economiche e politiche. Ali Khamenei, pur riducendo le sue apparizioni pubbliche e delegando alcune funzioni ai comandanti della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC), continua a detenere il potere assoluto sul paese, in particolare sulle questioni di guerra, successione e strategia nucleare. La sua posizione rimane centrale, e la sua morte o rimozione non garantirebbe un cambiamento radicale del sistema.

Anche se la leadership iraniana è stata indebolita dalle proteste, rimane solida, e l’assenza di un successore chiaro potrebbe complicare qualsiasi tentativo di transizione. La situazione attuale solleva interrogativi su chi potrebbe succedere a Khamenei, considerando che il vuoto di potere potrebbe portare a un rafforzamento delle posizioni più dure, come quelle della IRGC, invece di favorire una trasformazione democratica. In questo scenario, gli esperti ritengono che la mancanza di un’alternativa credibile e pacifica potrebbe rafforzare il ruolo della Guardia Rivoluzionaria, che, seppur legata al regime, potrebbe guidare una linea ancora più aggressiva, soprattutto in termini di nucleare e politica regionale.

Un rischio regionale crescente

La reazione degli alleati degli Stati Uniti nella regione è stata di crescente preoccupazione. I paesi del Golfo, tradizionali alleati degli Stati Uniti, temono che un intervento militare contro l’Iran potrebbe scatenare una serie di ritorsioni che colpirebbero direttamente i loro territori. Questi paesi, tra cui Arabia Saudita, Qatar e Oman, hanno già espresso la loro opposizione a un intervento diretto, temendo che qualsiasi azione contro l’Iran potrebbe scatenare attacchi missilistici e droni contro le loro infrastrutture. Non solo: un conflitto in Iran potrebbe provocare un’inondazione di rifugiati, alimentare l’instabilità interna e far precipitare la regione in un conflitto pericoloso e difficilmente controllabile.

Inoltre, la preoccupazione è che un Iran frammentato, alla stregua di quanto avvenuto in Siria dopo la guerra civile, possa generare una pericolosa instabilità che superi i confini del paese e trascini l’intero Medio Oriente in un conflitto che coinvolgerebbe anche le potenze globali. Le conseguenze di una possibile guerra civile iraniana potrebbero essere devastanti per la sicurezza regionale, con il rischio di un’escalation delle milizie e del terrorismo, senza contare l’interruzione delle rotte energetiche strategiche nel Golfo Persico.

Il rischio di una destabilizzazione regionale

Il dilemma che Trump si trova ad affrontare, dunque, è molto complesso. Un intervento militare potrebbe non solo non raggiungere l’obiettivo di un cambio di regime, ma rischiare di provocare una destabilizzazione irreversibile in una regione già in tensione. Il futuro dell’Iran dipende da fattori interni, ma anche dall’approccio internazionale. Un’aggressione militare senza una chiara strategia per il post-regime potrebbe significare un collasso ancora più profondo, creando un vuoto di potere che potrebbe finire per rafforzare le fazioni più dure all’interno del paese.

Per quanto sia comprensibile la volontà di esercitare una pressione sulle autorità iraniane, è evidente che un cambiamento sostenibile in Iran richiede non solo misure di pressione esterna, ma anche un forte movimento interno che, al momento, appare ancora frammentato e incapace di affrontare efficacemente il regime. In definitiva, la questione iraniana resta una delle sfide più difficili per la politica internazionale, e una soluzione militare potrebbe rivelarsi ben più dannosa di quanto i suoi ideatori possano immaginare.


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