Libano, escalation esterna e fratture interne: il rischio di una nuova crisi sistemica


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di Giulia Boschi

L’attuale fase di tensione in Libano segnala non solo un’escalation militare lungo il confine meridionale, ma soprattutto una crisi più profonda: quella del modello di sovranità “ibrida” su cui si regge il Paese. La decisione del governo di colpire l’ala militare di Hezbollah rappresenta infatti un tentativo, raro e politicamente rischioso, di riaffermare il monopolio statale della forza, mettendo in discussione uno degli assunti fondamentali dell’ordine post-guerra civile.

Hezbollah non è semplicemente una milizia: è un attore politico-militare integrato, dotato di legittimità sociale in ampie fasce della popolazione sciita e inserito in una rete regionale che fa capo all’Iran. Per questo, ogni iniziativa volta a disarmarlo non è un’operazione di sicurezza interna, ma un atto che incide direttamente sugli equilibri strategici del Levante. La richiesta di allontanamento dell’ambasciatore iraniano va letta in questa chiave: un segnale di riallineamento che espone Beirut a possibili ritorsioni indirette e a un irrigidimento dell’asse Teheran-Hezbollah.

Parallelamente, il riemergere di una retorica radicale e di paragoni storici estremi indica che il confronto sta superando il piano politico per scivolare in una dimensione esistenziale. In un sistema confessionale come quello libanese, questo passaggio è particolarmente pericoloso: non si tratta solo di divergenze strategiche sulla guerra con Israele, ma di percezioni incompatibili sulla natura dello Stato e sulla legittimità degli attori armati.

Il fattore decisivo resta tuttavia la dinamica sul terreno. Una presenza israeliana prolungata nel sud produrrebbe effetti cumulativi: spostamenti di popolazione, pressione sulle infrastrutture, ulteriore delegittimazione dello Stato centrale incapace di proteggere il proprio territorio. In questo contesto, Hezbollah potrebbe rafforzare la propria narrativa di “resistenza”, recuperando consenso proprio mentre viene formalmente delegittimato dal governo.

Ne emerge un paradosso strategico: il tentativo di rafforzare lo Stato rischia, nel breve periodo, di accelerarne la fragilizzazione. Il Libano si trova così stretto tra due logiche incompatibili — quella della deterrenza armata non statale e quella della sovranità istituzionale — senza che, al momento, esista un equilibrio sostenibile tra le due.


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