di Franz Di Maggio
Teoricamente l’embargo ONU del 2011 era stato promulgato per evitare la militarizzazione del Paese (attualmente autoproclamata repubblica della Cirenaica, regione orientale della Libia), ma la realtà ha seguito una direzione opposta. Teoricamente.
Con i mezzi satellitari a disposizione, però, le bugie hanno le gambe corte. Protagonisti silenti e fornitori evidenti del regime di Haftar la Turchia e la Cina, con diversi punti di vista ma un evidente comune risultato.
La Cina è come sempre interessata ai mercati petroliferi, e le forniture di tecnologie le consentono una posizione di predominio senza esposizione diretta. La Turchia, pur mantenendo ufficialmente il sostegno militare a Tripoli, apre pragmaticamente alla Cirenaica il proprio supporto con l’obiettivo di preservare i propri interessi energetici e geopolitici nel Mediterraneo.
In Libia – per entrambi gli schieramenti, sia della “nuova” repubblica che dell “antico” Paese di Gheddafi, sono così arrivati negli anni sistemi avanzati a entrambi gli schieramenti. Il sempre più consistente apporto di mercenari, consiglieri militari e tecnologie belliche, ha via via trasformato il conflitto in una guerra per procura su scala regionale, a poche miglia marine dalle coste italiane.
La presenza di nuovi droni viene ormai accolta con rassegnazione sia dalle parti in causa (che affermano di agire nella legalità mentre la aggirano sistematicamente) sia da parte delle istituzioni internazionali evidentemente deboli nei confronti di queste ripetute violazioni dell’embargo.
Il valore della nuova dotazione non è solo tecnico ma strategico.
Infatti l’obiettivo del generale Haftar (a capo della Cirenaica) è di presentarsi ai futuri negoziati come un potere consolidato, capace di controllare l’Est, influenzare il Sud e garantire la sicurezza dei principali terminal energetici. In Libia il dominio dello spazio aereo è decisivo quanto quello delle risorse petrolifere: i droni permettono sorveglianza continua, capacità di attacco e controllo di territori difficili, offrendo un vantaggio significativo in un contesto frammentato e instabile.
Il rafforzamento militare di Haftar si lega al controllo delle risorse petrolifere, elemento centrale della competizione. La sua capacità di esercitare pressione – evidenziata nel corso degli anni da una capacità di controllo sui territori evidente – gli ha garantito un consistente peso negoziale nei confronti degli attori internazionali, in un contesto in cui la stabilità è funzionale più agli interessi economici che alla ricostruzione dello Stato.
Perché l’embargo fallisce? Appare evidente che nessuna delle potenze coinvolte abbia interesse a farlo rispettare pienamente, preferendo mantenere margini di intervento. La conseguenza è una tregua fragile che può saltare se una qualunque delle parti si sentisse in grado di prevalere sull’altra. L’arrivo di nuovi armamenti non serve a dissuadere da possibili violazioni, non prepara la pace, ma ridefinisce i rapporti di forza in vista di futuri equilibri.
La situazione libica è lo specchio dei tempi: si accetta un’illegalità diffusa nel riarmo in nome di una visione strategica che include interessi particolari delle singole potenze e diffuse delle multinazionali petrolifere.
Perché l’embargo fallisce? Appare evidente che nessuna delle potenze coinvolte ha interesse a farlo rispettare pienamente, preferendo mantenere margini di intervento. La conseguenza è una tregua fragile che può saltare se una qualunque delle parti si sentisse in grado di prevalere sull’altra. L’arrivo di nuovi armamenti non serve a dissuadere da possibili violazioni, non prepara la pace, ma ridefinisce i rapporti di forza in vista di futuri equilibri.
La situazione libica è lo specchio dei tempi: si accetta un’illegalità diffusa nel riarmo in nome di una visione strategica che include interessi particolari delle singole potenze e diffuse delle multinazionali petrolifere.



e poi