Michelle Bachelet e l’alleanza latinoamericana che sfida il mondo


Condividi su

(Federica Cannas) – La donna che sopravvisse alle torture di Villa Grimaldi potrebbe guidare l’organizzazione che dovrebbe garantire pace e diritti umani nel mondo. Dal Palacio de La Moneda di Santiago, Gabriel Boric ha ufficializzato la candidatura di Michelle Bachelet alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite. Si è trattato di una mossa geopolitica di notevole portata. Brasile e Messico, i due Paesi più popolosi dell’America Latina, hanno unito le forze con il Cile per presentare una candidata comune che rappresenta l’intero subcontinente progressista: “Ho l’onore di annunciare che oggi formalizziamo a New York la candidatura della ex presidente Michelle Bachelet alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite”, ha dichiarato Boric, circondato dagli ambasciatori di Brasile e Messico. “La candidatura sarà presentata congiuntamente con i Paesi fratelli di Brasile e Messico, i due più popolosi dell’America Latina”.

Le conversazioni diplomatiche sono durate mesi. Boric ha ringraziato il Presidente Lula e la Presidente Claudia Sheinbaum per il sostegno ed il coraggio. Attraverso questo atto, i tre Paesi manifestano la volontà di contribuire alla governance globale e al rafforzamento del multilateralismo.
Lula ha evidenziato il pionierismo di Bachelet. Prima donna a presiedere il Cile per due volte, prima Ministro della Difesa e della Salute, prima direttrice esecutiva di ONU Donne. Il Brasile, con 215 milioni di abitanti, vede nella candidatura l’opportunità di rafforzare il peso latinoamericano nelle istituzioni globali. Anche il Messico di Sheinbaum, con 130 milioni di abitanti e posizione strategica al confine con gli Stati Uniti, porta un peso geopolitico determinante.

“Mi sento molto onorata di essere candidata alla Segreteria Generale non solo del Cile, ma anche del Brasile e del Messico”, ha dichiarato la Bachelet. “Assumo l’enorme responsabilità che significa”.
Per comprendere la portata simbolica di questa candidatura, bisogna tornare al 10 gennaio 1975, quando Michelle Bachelet, ventiquattro anni, studentessa di medicina, fu trascinata a Villa Grimaldi, il centro di tortura della dittatura di Pinochet. Suo padre, il generale Alberto Bachelet, era già morto sotto le torture, accusato di tradimento per essere rimasto fedele alla democrazia.

Dopo torture ed esilio in Australia e Germania Est, tornò in Cile nel 1979 per curare i bambini i cui genitori erano stati uccisi o fatti sparire. La figlia del generale torturato divenne nel 2002 Ministro della Difesa, la prima donna in America Latina in quel ruolo. Nel 2006 fu eletta Presidente del Cile. Dal 2018 al 2022 è stata Alta Commissaria ONU per i Diritti Umani.

Per Gabriel Boric, il più giovane Presidente nella storia cilena, sostenere Bachelet significa tracciare continuità tra il suo governo e la tradizione progressista.

Le reazioni dell’opposizione non si sono fatte attendere. José Antonio Kast, che assumerà la presidenza l’11 marzo 2026, ha mantenuto un silenzio strategico e ha dichiarato che non si pronuncerà fino a dopo aver giurato come Presidente. La sua posizione è delicata. Si trova a dover decidere se sostenere la candidatura di una donna torturata dal regime di Pinochet che lui ha sempre difeso.

Settori della destra cilena l’hanno criticata apertamente, accusandola di non aver denunciato con sufficiente forza le violazioni dei diritti umani in Venezuela e Nicaragua. La stampa conservatrice solleva dubbi sulla sua indipendenza, sottolineando i legami con i governi progressisti.

L’alleanza tra Cile, Brasile e Messico rappresenta il tentativo di ricomporre un fronte progressista latinoamericano mentre la destra avanza nella regione. Con l’Argentina di Milei, l’Ecuador di Noboa, e il Cile che passa a Kast, i governi di sinistra cercano di mantenere spazi nelle istituzioni multilaterali.
La competizione sarà dura. L’argentino Rafael Grossi, Direttore dell’AIEA, è il principale concorrente. Ma la candidatura latinoamericana parte con un vantaggio, la prassi di rotazione regionale. L’ultimo segretario latinoamericano fu Javier Pérez de Cuéllar (1982-1991).

Proporre una donna che porta le cicatrici della dittatura, mentre il sistema internazionale vacilla sotto i colpi dell’autoritarismo, è un atto politico di notevole portata.
Nella sala del Palacio de La Moneda dove Boric ha formalizzato la candidatura, circondato dai rappresentanti di Brasile e Messico, c’era l’eco di tutte le battaglie perdute e vinte dell’America Latina progressista. C’era il ricordo di Salvador Allende che morì difendendo la democrazia. C’era la memoria di tutti i desaparecidos, di tutti coloro che resistettero alle dittature.
E c’era, soprattutto, la speranza testarda di chi continua a credere che il multilateralismo non sia anacronistico, che un altro mondo sia possibile.

Michelle Bachelet ha imparato a ventiquattro anni, in una cella di Villa Grimaldi, che la dignità umana è più forte della violenza. Ottant’anni di ONU potrebbero finire con una donna che quella lezione l’ha imparata nel modo più doloroso possibile. E forse, proprio per questo, in un sistema internazionale che vacilla tra multilateralismo e legge del più forte, potrebbe essere la persona di cui il mondo ha bisogno.


Condividi su