Siria post-Assad, ipotesi “resa dei conti” con Hezbollah e il terzo incomodo: cresce l’allarme a Beirut


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di Francesco Lovati

In Libano torna a crescere l’ansia di finire risucchiato in una nuova spirale regionale, nel caso in cui la rivalità tra Iran e Stati Uniti dovesse trasformarsi in un confronto aperto. A Beirut, il timore non riguarda soltanto le possibili mosse di Israele lungo il fronte settentrionale, ma anche l’imprevedibilità della Siria post-Assad, dove il presidente Ahmed al-Sharaa sta consolidando la propria presa sul Paese dopo la transizione avviata tra fine 2024 e inizio 2025.

Secondo ricostruzioni circolate sui media libanesi, a preoccupare sarebbe soprattutto l’ipotesi che Damasco intenda approfittare dell’attuale contesto geopolitico per “chiudere i conti” con Hezbollah, storico pilastro dell’architettura di influenza iraniana in Libano e attore che, per anni, ha rappresentato anche un cardine della proiezione siriana oltreconfine. Si tratta, tuttavia, di indiscrezioni legate a presunti colloqui riservati: al momento non risultano conferme pubbliche e verificabili di dichiarazioni ufficiali in questi termini.

Dietro l’eventuale tentazione di al-Sharaa di alzare la pressione su Hezbollah – sostengono analisti e osservatori regionali – ci sarebbe anche un’esigenza interna: rafforzare la coesione attorno alla nuova leadership, presentandosi come il perno di un ordine “nazionale” dopo anni di guerra e frammentazione. A rendere il quadro più delicato è l’evoluzione della postura statunitense in Siria orientale: Washington sta riducendo la propria presenza militare e ha avviato consegne e trasferimenti di responsabilità, incluso il passaggio di basi strategiche come al-Tanf alle forze governative siriane.

Nelle ultime settimane, inoltre, gli Stati Uniti hanno completato il trasferimento in Iraq di migliaia di sospetti miliziani dell’ISIS precedentemente detenuti in strutture sotto controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF), segnale ulteriore di un disimpegno che ridisegna gli equilibri nel Nord-Est. In questo nuovo scenario, a Beirut cresce la percezione che Damasco disponga di maggiori margini di manovra, soprattutto se le sue mosse dovessero coincidere con priorità statunitensi come il contenimento dell’ISIS e l’erosione dell’influenza iraniana.

Sul terreno, fonti libanesi riferiscono di un insolito dispiegamento di reparti siriani lungo la frontiera, con la presenza di unità composte anche da combattenti stranieri. È un punto particolarmente sensibile: la circolazione di “foreign fighters” e reti jihadiste è un fenomeno documentato nel teatro siriano, ma la composizione esatta di eventuali reparti schierati al confine e il loro mandato operativo restano difficili da verificare in modo indipendente. In parallelo, episodi di instabilità e transizione nelle aree precedentemente gestite dalle SDF (incluse strutture di detenzione legate all’ISIS) hanno alimentato ulteriormente le preoccupazioni di sicurezza transfrontaliere.

A complicare il quadro si aggiunge la dimensione israelo-siriana. Negli ultimi mesi sono circolate notizie su contatti e ipotesi di intese di sicurezza che includerebbero, almeno in parte, la questione del Golan e delle posizioni israeliane assunte di recente in aree strategiche. In questo contesto, alcuni media e siti regionali hanno ventilato scenari altamente speculativi – come “scambi” politici o territoriali che coinvolgerebbero porzioni del Libano settentrionale (Tripoli e aree sunnite). Ma queste ricostruzioni non trovano riscontri solidi in fonti ufficiali e vengono smentite o ridimensionate da altre indiscrezioni: ad esempio, una versione riportata da media israeliani citando fonti libanesi sostiene che Damasco non starebbe nemmeno chiedendo la restituzione del Golan nei colloqui, concentrandosi piuttosto su riconoscimento e sicurezza.

Per Beirut, il rischio è duplice: da un lato un’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele che riaccenda il fronte libanese; dall’altro un riassestamento siriano che, nel tentativo di riaffermarsi come attore regionale, trasformi il confine in una nuova linea di frizione. Nel mezzo resta Hezbollah, che per il Libano è insieme fattore di deterrenza e di vulnerabilità: una realtà che rende qualunque “regolamento di conti” oltreconfine non soltanto uno scenario militare, ma una minaccia diretta alla tenuta politica e sociale del Paese.


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