di Franz Di Maggio
Succede in Sudan, dove ci sono continui conflitti interni che causano decine di morti, ma (anche) dove i tribunali funzionano per aggiungere violenza come se bastasse quella causata da un’infinita guerra civile.
Sulla base di un processo sommario e di una confessione ottenuta con la tortura è stata condannata a morte una donna di 32 anni.
Il marito sospettava che stesse portando avanti una gravidanza frutto di un rapporto adulterino.
E non è il primo caso: un altro tribunale sudanese ha condannato alla lapidazione una donna, sempre denunciata dal marito che l’aveva abbandonata dopo che aveva partorito un figlio che, anche in questo caso, secondo il denunciante, era illegittimo.
Le due donne sono nella prigione di Omdurman, prive di assistenza legale.
Naturalmente la legge (basata sulla sharia) non è uguale per tutti: se per la donna l’adulterio è un reato grave che va punito con la morte a colpi di pietra, i due uomini presunti complici delle relazioni adulterine hanno pagato il reato con 100 frustate prima di essere rimessi in libertà.
Una curiosa situazione all’interno della legge: da una parte nel 1991 sono state inserite nel codice penale una serie di norme sulla morale che colpiscono le donne con torture e lapidazione, dall’altra lo stesso Sudan ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che vieta trattamenti crudeli, inumani e degradanti come la lapidazione.
La Rete d’iniziativa strategica per le donne nel Corno d’Africa ha così commentato: “In un periodo nel quale le ragazze e le donne subiscono già le conseguenze della guerra e dello sfollamento e vivono in una condizione di grave insicurezza, queste condanne peggiorano una realtà già di per sé terribile.”
Gli osservatori delle Nazioni Unite hanno denunciato l’accaduto, ma, come spesso accade in questi casi le procedure sono così lente che le condanne vengono eseguite prima che venga emessa una qualsiasi sentenza da parte delle corti internazionali.



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