Analisi di Bruno Scapini
Se fossimo così ingenui da credere veramente alle fandonie che da più parti in Occidente ci propinano, sembrerebbe vero: attaccare l’Iran per distruggere il Male. Quante volte e da quanto tempo abbiamo sentito esponenti politici occidentali parlare dell’Iran come di una minaccia, del suo Governo come di perno dell’Asse del Male e della Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, come di un dittatore sanguinario da rimuovere ad ogni costo! Parole aspre, voci crudeli vengono espresse, tanto implacabili nello sfogo, quanto ciniche nella disumanità che le sottende. Eppure a formulare tali critiche si cimentano proprio alcuni tra i peggiori esponenti di quel sottobosco, fatto di lusso e di spregiudicatezza, di cui lo scandalo Epstein è la plastica espressione vivente, la prova irrefutabile di un mondo, il nostro, inesorabilmente sottomesso al potere della parte più deteriore ed esecrabile dell’Umanità.
Eppure, questo mondo insiste nella sua ormai congenita ipocrisia. I loro capi giudicano il Governo iraniano secondo i propri schemi mentali, pretendono che sia Teheran ad adattarsi ai loro modelli di vita e di costumi e impongono al Paese addirittura limiti e condizioni per compiacere i loro interessi ed ambizioni.
L’Iran è così diventato il prodotto di uno gnosticismo demoniaco da rimuovere, una creazione maligna da sopprimere, una entità da respingere agli Inferi, un mondo-prigione da scardinare dalle sue fondamenta.
Ma guardiamo, per un momento, più in profondità la questione della guerra appena ora scatenata da USA e Israele e cerchiamo di comprenderne le vere ragioni.
La decapitazione della leadership iraniana, appena avvenuta con l’uccisione dell’Ayatollah Alì Khamenei, evidentemente non basta a soddisfare gli appetiti di onnipotenza dei circoli sionisti israelo-statunitensi.
Il vero obiettivo di questo attacco proditorio all’Iran, voluto e condotto dagli Stati Uniti e da Israele in disprezzo delle fondamentali norme di Diritto internazionale, non è quello di impedire l’arricchimento per scopi militari di combustibili nucleari (uranio o altro) – come inizialmente previsto e dichiarato dagli americani fin dall’accordo del 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action firmato dal Presidente Obama) – ma proibire all’Iran qualunque tipologia di uso di materiali fissili anche per scopi civili! Non solo, ma oggi si pretende anche la limitazione di armi convenzionali (missili balistici) in grado di costituire una minaccia alla sicurezza di Israele, ignorando per contro le legittime esigenze di difesa di Teheran. Ma c’è dell’altro. Oggi si esige altresì dall’Iran la cessazione definitiva di ogni azione di sostegno ai gruppi sciiti del Medio Oriente, segnatamente: Hezbollah, Houthi, Hamas ed altri ancora, unici veri sostenitori della causa palestinese per un ritorno di quel popolo alla libertà.
Viene a questo punto da chiedersi quale sia allora il vero fine di questa scellerata guerra appena scatenata. La risposta è unica e semplice: l’eliminazione della Repubblica Islamica dell’Iran quale soggetto statuale neutralizzato in ogni sua capacità offensiva.
Solo rendendo innocuo il Paese, privandolo, cioè, di mezzi strategici e controllandone la produzione di petrolio e gas – obiettivo peraltro ben realistico e possibilmente da perseguire sull’esempio di quanto già avvenuto con l’Iraq, la Libia e la Siria – Israele potrà sentirsi al riparo da eventuali minacce da parte del colosso iraniano. Non solo. Ma unicamente con la sua scomparsa il Paese della stella di Davide potrà percepirsi finalmente libero di continuare la sua nefanda azione di progressiva annessione – prima strisciante, come dichiarato dall’ONU, ma ora condotta in maniera sistematica con sfacciata spavalderia – di terre tradizionalmente intese di insediamento storico di un popolo, quello palestinese. Un popolo vittimizzato fin dal 1917, anno di inizio della grande tragedia avviata con la Dichiarazione Balfour, causa primaria del deprecabile processo di sostituzione etnica della Palestina avviato sotto mandato britannico. Un processo che tuttora perdura in costanza dell’inerzia di un mondo arabo non più capace di imporsi, né di reagire ai condizionamenti imposti dalle potenze occidentali già colonialiste.
E’ in questo contesto che si innesta quindi il ruolo dell’Iran, unico Paese di area rimasto fedele nel tempo alla causa del popolo palestinese. Un popolo non solo privato delle vere libertà civili ed economiche, ma anche minacciato nella sua stessa esistenza fisica o, nell’ipotesi migliore, costretto ad un forzoso esodo verso altri Paesi (Somaliland?) imposto surrettiziamente da Israele.
Ma tornando al tema dell’attuale guerra all’Iran, alla luce di una disamina comparativa tra l’esercizio negoziale concluso sul medesimo tema tra Washington e Teheran nel 2015 e quello attuale, miseramente fallito nonostante la parte iraniana avesse accettato i termini concordati con gli USA, si desumerebbe che alla base dell’attacco ora condotto dalle forze israelo-statunitensi, non ci sarebbe in verità nessuna valida ragione, ma soltanto una menzogna radicata pretestuosamente nella tesi secondo la quale in ogni caso l’Iran rappresenterebbe una minaccia anche per gli Stati Uniti, e – stranamente – pure per l’Europa che tradizionalmente ha sempre mantenuto con Teheran rapporti improntati ad una normale cooperazione.
Obiettivo di questa guerra non sarebbe, dunque, la lotta al Male, come da alcuni si vorrebbe far credere ricorrendo perfino a scomposti giudizi sull’Ayatollah, né il raggiungimento, in ossequio ad un falso buonismo nutrito verso il popolo iraniano, di una equa intesa tra le parti, bensì l’annientamento fisico dell’Iran come entità statuale, magari parcellizzandone il territorio a tutto beneficio del progettato “Grande Israele”. Un obiettivo, quest’ultimo, che, discendendo direttamente da una visionaria proposta biblica, viene oggi assunta – non senza sorpresa né sconcerto per chi non accetta i dettami del sionismo più integralista – a fondamento di un progetto politico di lunga proiezione temporale capace di rendere reale e concreto l’antico sogno della rivendicazione biblica sussunta nell’imperativo “Zachor!” (ricorda). Ovvero il dovere di non dimenticare le antiche tragedie, per mantenerne viva la memoria nella preservazione della lotta nel presente. Che si insinui in questa operazione militare contro l’Iran una sottile finalità cabalistica lo dimostrerebbe del resto la coincidenza dell’attacco bellico israeliano con la ricorrenza del Purim, festa ebraica commemorativa del dovere di sterminare gli antichi nemici.
Certamente una guerra per infliggere all’Iran una sconfitta strategica non sarà obiettivo facile, né indolore. Il Paese è dotato di una nomenclatura solida di potere, gerarchicamente costruita e progettata per la sopravvivenza, e la eliminazione della sua Guida Suprema, Alì Khamenei, lungi dal portare ad un disfacimento del tessuto politico e sociale, condurrà più realisticamente ad un rafforzamento della coesione interna orientando l’intera Nazione ad affrontare la guerra con lo spirito di rivendicarne la libertà contro il sopruso, l’indipendenza contro la subalternità, la sovranità contro la sottomissione.
Da più parti nella stessa Europa si condanna ora l’attacco israelo-statunitense. Pregevole in tal senso iI rifiuto del Governo spagnolo a far utilizzare le basi americane e della NATO presenti in Spagna per sostenere una guerra definita di pura aggressione. I più coraggiosi, poi, tra gli europei si spingerebbero a definirne lo scopo, e non a torto, come espressione di una volontà egemonica. Ma non è più tempo oggi per indulgere su considerazioni di matrice imperialista. Occorre coraggio anche da parte dell’Italia, Paese certamente in Europa più esposto per numero di basi militari straniere ospitate. Ma l’Iran insegna… L’Iran sta offrendo un lampante, quanto lucido esempio di ardimento. Una vera lezione, si potrebbe dire, non solo di etica per la difesa del popolo palestinese, vera vittima di un terrorismo edulcorato da una parvenza di democrazia, ma anche politica, per insegnare al grande prevalente mondo dei sottomessi che resistere ai soprusi si può, che lottare contro l’iniquità è ancora possibile prima che l’avvento di un potere totalizzante, distruttivo degli antichi classici valori, e votato alla supremazia del puro profitto, riesca a cambiare anche quegli ultimi uomini rimasti degni di definirsi ancora di “buona volontà”.



e poi