L’HDP avanza nello scenario turco


 

(Simona Deidda) – L’HDP, Halkarın Demokratik Partisi, Partito democratico del popolo, partecipa per la prima volta alle elezioni amministrative in Turchia del 30 marzo scorso. I membri di questo partito non sono nuovi alla vita politica turca, gran parte di essi siede già in parlamento, essendosi candidati come indipendenti alle precedenti elezioni nazionali del 2011. Sono infatti ben 36 i membri del parlamento eletti come indipendenti che hanno dato vita all’HDP. Attualmente 34 di essi sono ufficialmente membri del partito.

L’HDP è stato fondato il 15 ottobre 2012 con la collaborazione di alcuni politici del BDP, Partito della pace e della democrazia, partito “filo-curdo”, e dei membri del Congresso Democratico dei Popoli, piattaforma di cui fanno parte diversi gruppi tra cui alcuni partiti della sinistra turca, movimenti femministi, gruppi a sostegno dei diritti delle minoranze, degli LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans). È proprio con l’obiettivo di rappresentare questa parte di società che l’HDP è stato fondato. La necessità era, infatti, quella di prendere in parte le distanze dalla causa curda, alla quale è particolarmente dedito il BDP, accogliendo tutte le istanze che non trovano spazio all’interno degli altri partiti presenti in Turchia. Ciò è specificato nello stesso statuto costitutivo dell’HDP, nel quale non si fa alcun riferimento a specifici gruppi minoritari, sia essi di natura religiosa, etnica o linguistica, presenti in Turchia. L’art. 2 specifica che il partito è basato sulla parità dei diritti di tutti i popoli che vivono in Turchia sulla base delle richieste democratiche e del riconoscimento dei diritti politici, soprattutto la madrelingua come strumento di educazione che garantisca il diritto al riconoscimento della propria identità, la conservazione della cultura, ed esclude la discriminazione di tutte le comunità religiose, dei non credenti, preservando la libertà di pensiero, di espressione, di coscienza e di culto come diritti fondamentali di cittadinanza.

La nascita del nuovo partito va inserita all’interno di un quadro strategico che si è sviluppato in Turchia per far fronte ai principali partiti di maggioranza, AKP, Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito della giustizia e dello sviluppo, che con Recep Tayıp Erdoğan guida il paese dal 2002,il MHP, Milliyetçi Hareket Partisi, partito nazionalista, e il CHP, Cumhuriyet Halk Partisi, partito kemalista e principale partito d’opposizione. La nascita del BDP, nel 2008, non è stata sufficiente a fronteggiare i principali partiti, poiché è stato identificato come un partito essenzialmente filo-curdo, incapace di rappresentare le altre cause presenti nel paese. Seguendo la stessa strategia, si è scelto alle elezioni nazionali del 2011 di presentare i 36 candidati indipendenti. Così facendo si è evitato lo sbarramento del 10%, i candidati hanno potuto svolgere la campagna elettorale in maniera più libera, e questo ha permesso loro di ottenere molti più voti di quanti avrebbero ottenuto nelle file del BDP.

Attualmente HDP e BDP agiscono insieme, una strategia che, alle ultime elezioni amministrative, ha permesso loro di ottenere un numero maggiore di voti in tutto il paese. Il BDP si è presentato nelle zone dell’est e sudest del paese, a maggioranza curdofona, mentre l’HDP ha corso nel resto del paese, raggiungendo insieme il 6.2%. Da un incontro con alcuni membri dell’HDP della sede di Istanbul a pochi giorni dalle manifestazioni del 1 maggio, si evince che questa percentuale è stata salutata con grande euforia dal partito che si è scontrato con la propaganda politica del “voto utile” del CHP e che, diverse volte, ha lamentato l’impossibilità di svolgere la campagna elettorale nelle zone più occidentali del paese. L’HDP è stato, infatti, vittima della maggior parte degli attacchi avvenuti nella fase pre-elettorale, che non possono essere visti solamente come attacchi isolati di gruppi razzisti e/o fascisti, ma devono essere inseriti all’interno della strategia più ampia che cerca di evitare che la volontà del popolo trovi dei rappresentati all’interno del nuovo partito.

Vista la stretta collaborazione tra i due partiti, l’HDP ha una chiara visione della situazione del sudest del paese. Riconosce il grande successo che il BDP ha riscosso nelle aree a maggioranza curda, in cui il partito ha mantenuto la maggioranza dei consigli e ha aggiunto alcune città e diversi distretti. Sulla base di questo, alcuni membri del partito sono convinti che le richieste di autonomia democratica del sudest, sempre più insistenti, possano venire soddisfatte sull’onda di quanto è accaduto nella vicina Siria, con l’autonomia della zona curda, il Rojava. Questa convinzione è data sia dal sistema innovativo messo in pratica dal BDP che vede la presenza di due co-sindaci all’interno di ogni amministrazione, un uomo e una donna, sia da alcune importanti modifiche attuate, negli ultimi mesi, nelle aree curdofone, in centri come Diyarbakır e Van, tra cui la modifica di alcuni nomi, l’aggiunta di informazioni e scritte nelle diverse lingue parlate dell’area soprattutto in luoghi pubblici come gli ospedali. Non manca neppure il riferimento al processo di pace in corso da oltre un anno tra il leader del movimento curdo, Abdullah Öcalan, in prigione dal febbraio 1999, e il governo turco nella figura di Erdoğan. Un processo di pace a fini elettorali, in cui il premier non riconosce alcuna autorità ad Öcalan. D’altra parte questo processo ha avuto, anche, un ruolo fondamentale nella rivolta di Gezi Park scoppiata lo scorso maggio nel paese. I membri dell’HDP sostengono, infatti, che se il processo non fosse stato in corso, la popolazione curda non avrebbe avuto modo di prendere parte alle proteste, impegnata a proteggere e difendere i propri territori.

Visto il risultato elettorale e la fiducia che molti elettori hanno riposto nel partito da poco nato, al quale fanno riferimento comunità politiche e sociali alternative in aperto disaccordo con l’attuale sistema vigente in Turchia, tutto fa pensare che l’HDP sia solo all’inizio e rappresenti un’ottima alternativa per il cambiamento.

 

Simona Deidda. Dottoranda in storia, istituzioni e relazioni internazionali dell’Asia e dell’Africa moderna e contemporanea, attualmente si occupa di questione curda in Turchia. Si è laureata nel 2011 con una tesi dal titolo “Il diritto di esistere. Il popolo curdo e la cooperazione internazionale: il caso della Turchia”.

 

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