Egitto. Al Sisi presidente, la vera sfida ora è l’economia


 

(Redazione) – Abdel Fattah al Sisi è il nuovo presidente della repubblica egiziana. Hanno votato per lui 23,8 milioni di persone, pari al 96,9% degli aventi diritto. Ad Hamdine Sabbahi, l’unico rivale di al Sisi, sono attribuiti  circa 757 mila voti (quindi circa il 3,1%).

L’ex generale e ministro della Difesa, protagonista della cacciata dei Fratelli musulmani lo scorso luglio, è risultato più forte della fortissima astensione, frutto anche dei numerosi appelli al boicottaggio che sono arrivati dalle opposizioni e, in particolare, dai sostenitori dell’ex presidente Mohammed Morsi. Proprio Morsi era stato destituito da capo dello stato proprio da al Sisi, allora generale a capo delle forze armate. Oggi la Fratellanza è stata dichiarata fuori legge e molti suoi esponenti sono finiti in carcere e rischiano la condanna a morte.

Al Sisi ha fatto leva sul voto delle donne e proprio la partecipazione femminile è risultata decisiva per l’elezione del generale egiziano. Nel corso della sua campagna elettorale, il nuovo capo dello Stati ha martellato sui tema della stabilità e della sicurezza. Altro tema centrale sono stati la lotta al terrorismo e agli jihadisti del Sinai.

In un paese dove la disoccupazione è al 13 per cento, l’inflazione in crescita e il debito pubblico altissimo (pari al 150% del Pil), tanto da essere stato declassato sei volte in tre anni dalle agenzie di rating, non è invece ancora chiaro quali potranno essere le soluzioni di al Sisi per far uscire l’Egitto da una situazione molto difficile anche dal punto di vista sociale. Il turismo e gli investimenti privati locali e esteri sono crollati. La crescita è stata in media del 2%. La crisi economica è travolgente, la miseria sempre più diffusa e la fiducia che cambi qualcosa è molto scarsa in un paese dove le proteste di piazza si sono scontrate con una politica sempre più sorda.

Il neo presidente non ne ha parlato in campagna elettorale, anche per non affrontare temi e soluzioni che rischiano di essere molto impopolari in futuro. Come quelle delineate dal broker Hani Tawfik, secondo il quale “l’Egitto dovrebbe incassare tasse pari al 30% del Pil, significa 92 miliardi di euro contro i 20 miliardi di euro che invece incassa. Gli egiziani devono pagare le tasse. Quanto ai sussidi, 40 miliardi di euro l’anno, la soluzione è azzerarli”. La fine dei sussidi, di cui godono il 70% degli egiziani, sembra dunque inevitabile.  Solo per i poveri (circa il 40% della popolazione) ci sarà qualche aiuto.

Per l’analista Ahmed Neguib è proprio l’economia la vera sfida di al Sisi e in caso di fallimento il paese reagirà così come ha fatto con Morsi. Come dire: gli egiziani vogliono risposte chiare e non promesse. Per l’osservatore economico Wael Ziada è necessario rivitalizzare il mercato per attrarre investitori stranieri e “l’unica strada passa per misure impopolari come il taglio dei sussidi”.

In campo rimangono alcuni progetti faraonici come la costruzione di un milione di alloggi in 48 nuove città nel deserto (costo: 40 miliardi di dollari) o quelli previsti per sviluppare il canale di Suez, a cui ancora ne seguiranno grazie alla nuova legge che elimina le gare di appalto. Gli oppositori di al Sisi dicono che serviranno ad arricchire i militari, che gestiranno buona parte di questi interventi, e faranno aumentare la corruzione e la illegalità. Il neo presidente è convinto del contrario e scommette su una ricetta che porterà nuova occupazione e ricchezza nel paese.