L’analisi. Gli euroscettici hanno dato una mano al rafforzamento dell’UE


 

(Antonello Cabras) – Il voto europeo del 25 maggio scorso, contrariamente alle più accreditate aspettative, ripropone la necessità di una Unione più politica per dirimere le controverse discussioni sulla crisi economica e sulla mancata ripresa dello sviluppo e della crescita. I dati della partecipazione al voto evidenziano, per la prima volta dopo trent’anni, l’arresto del costante calo di elettori segnando una lieve inversione di tendenza verso la crescita. I tratti salienti del dibattito elettorale nei diversi paesi dell’Unione sono stati più del passato, riconducibili al ruolo e alle funzioni del potere sovrano europeo, questo anche per la accresciuta rappresentatività dei partiti e dei movimenti euroscettici, pur nelle differenti sensibilità e storie dei 28 stati. L’economia, la politica estera e di sicurezza, le alleanze, questa volta in misura superiore alle precedenti elezioni per il rinnovo del parlamento, sono state oggetto di dibattito con un approccio continentale.

La spiegazione a ciò risiede nel mutato contesto economico e politico. Le forze antieuropeiste, infatti, più agguerrite che in passato, trovano nello schieramento europeista avverso e largamente prevalente, argomenti e proposte di riforma dei meccanismi istituzionali orientati a rafforzare con cambiamenti necessari, il ruolo e la forza dell’Unione Europea. Si può dire che i vari Le Pen, Grillo, Farage hanno in realtà dato una mano al rafforzamento dell’Unione politica. Se prima del voto la Germania era dubbiosa o contraria verso l’introduzione di meccanismi finanziari tipo eurobond, o di eliminazione dal limite del tre per cento di deficit delle spese di investimento, oggi appare più disponibile a condividerne i presupposti in un contesto di sovranità europea accresciuta.

In realtà l’applicazione delle nuove regole di Lisbona apre una nuova prospettiva alle istituzioni direttamente derivate dal voto popolare: il Parlamento e il Presidente della Commissione. Nella scelta di quest’ultimo, infatti, sarà determinante l’alleanza fra forze politiche e non più l’accordo fra Stati. I quattro più grandi Paesi vivono questa fase con evidenti differenze rispetto al passato, la Francia con maggiori difficoltà per l’aumentato peso della destra euroscettica, la Germania privata della forza del partner storico francese si misura con la novità del nuovo governo italiano rafforzato dal consenso popolare europeista, il Regno Unito privato per la prima volta del potere di veto sarà alle prese con un imminente referendum di indipendenza della Scozia e con uno successivo per la permanenza o uscita dall’Unione.

La crisi economica e le novità prevedibili in Asia, nel Mediterraneo e nella sponda Atlantica richiederanno un riassetto nella guida della politica europea che tenga conto dei cambiamenti intervenuti nei singoli Stati con il voto. All’asse est-ovest del passato è probabile si imponga una rotazione in senso orario nord-sud, Germania e Italia sono chiamate ad esercitare un ruolo chiave se sapranno bene interpretare i cambiamenti e prospettare una via europea per uscire dalla crisi di crescita economica e promuovere il rafforzamento della sicurezza e della cooperazione nella regione orientale del continente e nella sponda sud del Mediterraneo.

Una delle cifre interpretative del voto infatti è la paura di una ripresa della politica di espansione e di egemonia della Federazione Russa. La crisi in Ucraina, ma ancor prima quella in Georgia, ne sono la testimonianza evidente. Il prevalere del voto verso i partiti europeisti individua nella sponda europea quella più in grado di salvaguardare l’indipendenza e l’integrità territoriale. La Polonia e i Paesi del Baltico mostrano i segni più evidenti di questa preoccupazione, in parte artificiosamente alimentata da alcuni Paesi fondatori come la Francia. Lo spostamento dell’interesse degli Stati Uniti verso l’Asia e l’estremo oriente propone uno scenario mutato delle problematiche di sicurezza nel mediterraneo e nel più vicino medio oriente. Il sostanziale fallimento delle primavere arabe, almeno rispetto alle aspettative destate nella fase iniziale, propongono all’Europa di non esaurire la sua azione in una politica esclusivamente fondata sul trasferimento di risorse, per assumere un ruolo forte di mediazione e di costruzione di pace stabile nella regione sapendo cogliere le opportunità offerte dal parziale disimpegno americano. In questo modo si renderà possibile attuare misure capaci di governare i massicci movimenti migratori, anche questi presenti nella percezione degli elettori e metabolizzati come pericoli forieri di instabilità economica e sociale.

Quanto la demogagia delle forze antieuropee ha sfruttato queste paure, lo si ritrova persino nelle alleanze in corso di definizione per costituire i gruppi nel nuovo Parlamento. In economia non c’è il tempo per ridiscutere i Trattati, si tratta di trovare un’intesa con la Germania per attuare politiche anticicliche parallelamente alle riforme in alcuni grandi Paesi come l’Italia e ancora in Spagna, Portogallo e Grecia. La prospettiva, come si è detto all’inizio, è quella di aumentare la sovranità politica per poter consentire l’uso di strumenti selettivi nella spesa di investimento capace di produrre lavoro e crescita. Non si sconfigge la politica di austerità invocando il ricorso al debito senza criterio, le differenze fra i Paesi sono ancora così rilevanti da sconsigliare questa terapia. Il rischio che possa innescarsi nuovamente una spirale speculativa verso i debiti sovrani di alcuni Paesi grandi come è ancora presente, non può essere sottovalutato. Per questo, in queste prossime settimane di definizione della politica e del presidente della nuova commissione, serve trovare una sintesi fra Italia e Germania e in definitiva fra popolari e socialisti.

L’orizzonte che si prospetta non sarebbe rassicurante senza l’intesa fra le due grandi famiglie politiche protagoniste storiche dell’integrazione e dello sviluppo del Continente, in definitiva sono le due forze al governo dei due grandi Paesi fondatori sostenute dalla stragrande maggioranza degli elettori e per questo le prime a doversi cimentare nella guida del nuovo processo di cambiamento per rilanciare e rafforzare L’Unione Europea del futuro.