Obama scarica Israele: lavoreremo con il governo palestinese


 

(Alessandro Aramu) – L’annuncio che gli Stati Uniti lavoreranno con il governo palestinese ha turbato il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. Tel Aviv non vuole sentire parlare di “governo palestinese di unità nazionale” e continua a parlare di un governo appoggiato da una forza, Hamas, che ha “ucciso innumerevoli civili israeliani”. Per questa ragione esclude di negoziare con il governo sostenuto sia dal movimento al-Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas che governa in Cisgiordania, sia dal gruppo Hamas al potere nella Striscia di Gaza dal 2007, che considera un’organizzazione terroristica.

Netanyahu non teme l’isolamento internazionale anche se sente il fiato sul collo di quasi tutta la comunità internazionale che lo accusa di aver messo troppi ostacoli nel corso dei negoziati di pace. Se Hamas non è esente da colpe, certamente a Israele va imputata la responsabilità di una politica di aggressione nei confronti dei palestinesi che non accenna a diminuire. Come Anna Maria Brancato ha sottolineato in un recente articolo, ci sono in teoria tutti i presupposti perché si scateni una terza intifada: il proseguimento delle costruzioni illegali, l’espandersi delle colonie israeliane, il susseguirsi degli arresti arbitrari, la detenzione amministrativa, gli abusi sui minori e il mancato riconoscimento del diritto al ritorno. Soltanto la responsabilità delle varie fazioni palestinesi, soprattutto di Hamas, ha impedito che si scatenasse una nuova rivolta contro Israele.

Di questo ne sono perfettamente consapevoli anche gli Stati Uniti i cui rapporti con Tel Aviv non sono mai stati così tesi. Il presidente Obama attribuisce a Netanyahu una serie di comportamenti che vanno nella direzione contraria alla pace in Medio Oriente. Gli Usa, pertanto, continueranno a inviare aiuti ai palestinesi e osserveranno da vicino la composizione e le politiche di quello che la Casa Bianca ha definito il “governo tecnico ad interim” palestinese.

Anche i rapporti con l’Iran pesano nel giudizio di Washington: Il primo ministro israeliano è letteralmente ossessionato dal programma nucleare di Teheran tanto da aver ordinato all’esercito di continuare a prepararsi per un possibile attacco contro gli impianti nucleari iraniani. Secondo il quotidiano Haaretz, il governo israeliano avrebbe deciso di stanziare circa 2,89 miliardi di dollari nel 2014 per preparare un possibile raid contro l’Iran. Netanyahu ha più volte affermato di considerare “inefficace” l’accordo parziale tra l’Iran e il “sestetto” di mediatori internazionali. Parole che lo stesso Obama ritiene inaccettabili visti gli sforzi compiuti da Rouhani da quando è presidente.

L’Onu si è detta pronta a dare “pieno appoggio al nuovo governo nello sforzo di riunire Cisgiordania e Gaza” sotto un’unica legittima autorità palestinese, mentre l’Europa guarda con attenzione il nuovo governo. L’Alto rappresentante Ue Catherine Ashton lo ha definito un”passo in avanti importante nel processo di riconciliazione palestinese” e ha affermato che “l’impegno dell’Ue con il nuovo governo sarà basato sulla sua aderenza alle politiche e agli impegni” enunciati dal presidente Mahmoud Abbas, che includono una soluzione ai due stati, il diritto ad esistere di Israele, non violenza e rispetto degli accordi.

In definitiva, la riconciliazione per l’Europa crea “nuove opportunità” per il processo di pace. Parole che devono aver turbato ulteriormente il sempre più isolato Netanyahu.

 

Alessandro Aramu (1970). Giornalista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014).
(twitter@AleAramu)