“La cooperazione funziona solo se si creano relazioni umane”


 

(Valeria Stera) – “Il mondo della cooperazione regala soddisfazioni, ancor più se ti ritrovi a doverti confrontare quotidianamente con una cultura e un modus operandi diverso dal tuo. In Giordania, la sfida più grande per me è stata quella di riuscire a costruire solide relazioni a livello umano con i partner locali. Ho imparato che la stima e la fiducia reciproca stanno alla base di una buona cooperazione e vengono prima di tutto. Solo così i giordani hanno abbracciato il cambiamento, nuove metodologie e approcci al lavoro. Non è stato facile, ma con il tempo l’ho capito e ci sono riuscito. Poi, ho affrontato perfino il conflitto”.

Marco Rotunno, 30 anni, una laurea specialistica in Relazioni Internazionali e un tirocinio al Ministero degli Affari Esteri presso il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, ha scelto la strada della cooperazione internazionale. Dal 2010 è il Capo Missione in Giordania per Fundaciòn Promociòn Social de la Cultura (FPSC), un’organizzazione non governativa spagnola, con sede a Madrid, che dal 1987 promuove lo sviluppo umano e la cultura in America Latina, Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico, attraverso progetti di cooperazione allo sviluppo. In un’intervista a Spondasud, racconta la sua esperienza in Giordania, un paese che sente la pressione della guerra in Siria, soprattutto per l’alto numero di profughi che ogni giorno superano il confine in cerca di un futuro sicuro. È così da tre anni e l’esodo prosegue senza sosta. La vita nei campi è dura anche per chi ha deciso, come Rotunno, di lavorare.

Rotunno, lei è stato il primo e l’unico per diverso tempo ad aver lavorato in Giordania per FPSC. Come è iniziata la sua esperienza?

Anni fa svolsi uno stage presso la sede centrale di FPSC e da lì a poco mi spedirono in Giordania, luogo in cui già erano stati avviati alcuni progetti di cooperazione, gestiti in loco dai partner giordani. Questa fu per me la prima vera e propria esperienza nel campo della cooperazione internazionale. Arrivai in Giordania nel 2010 con il compito di supervisionare il lavoro dei partner giordani per conto di Madrid. In quello stesso anno, l’Agenzia Spagnola per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (AECID) iniziò a finanziare progetti di cooperazione quadriennali in diverse zone del mondo, fra le quali anche il Medio Oriente. E’ per questo motivo che mi trovo ancora qua.

Di che cosa si è occupato in Giordania in quattro anni?

Da quando sono arrivato in Giordania, FPSC ha realizzato progetti principalmente in due ambiti. Da una parte, ci siamo dedicati al settore dell’agricoltura e al problema della gestione della risorsa idrica al fine di poter migliorare la capacità produttiva nell’agroalimentare. I nostri progetti si sono basati, infatti, sul trasferimento di competenze e sulla capacità di costruzione per il miglioramento degli individui. Dall’altra, ci siamo concentrati sul problema della disabilità, al fine di assicurare ai più svantaggiati maggiore accessibilità al mondo del lavoro e disponibilità di servizi e strutture apposite, piuttosto scarsi in Giordania. L’arrivo dei siriani ha causato numerosi problemi, qui come in Libano, il paese con il più alto numero di rifugiati: parliamo di più di un milione di persone. A fine 2012, io e il capo missione di FPSC in Libano ci siamo resi conto che i nostri progetti potevano essere estesi a una moltitudine di rifugiati in grave difficoltà. Da qui, si percepisce il disagio e l’urgenza. Da quel momento una parte delle nostre risorse ed energie è stata indirizzata a loro.

Quale contributo ha dato FPSC alla crisi siriana?

Le relazioni solide, sapersi muovere sul territorio, aver assimilato la cultura e compreso le dinamiche sociali è stato molto utile, ma non è bastato. Questo ci ha sicuramente permesso di identificare le maggiori criticità e di muoverci con maggiore ottimismo. Nonostante le difficoltà, siamo riusciti nel nostro obiettivo: abbiamo acquistato e distribuito apparecchi per disabili, protesi, sedie a rotelle, un lavoro minuzioso e accurato per rispondere a bisogni diversi. Ricordo di aver visto persone strisciare dentro la proprio tenda per diverso tempo, prima di poter avere una sedia a rotelle. Sono questi i momenti in cui realizzi che ci sono delle priorità e ne comprendi l’urgenza. A oggi, il 10% dei rifugiati siriani è affetto da disabilità. Il nostro lavoro ha dato gioia a gran parte di loro ma anche a noi operatori.

I problemi devono essere stati enormi.

Si. Ripenso alle lotte fatte per l’ottenimento di autorizzazioni e permessi; entrare al campo dei rifugiati di Al za’Atari sembrava impossibile all’inizio. Ho sentito nuovamente il peso dell’essere straniero, come all’inizio. Ho avuto bisogno dell’aiuto dei locali, dei madrelingua, nonostante avessi studiato l’arabo fino ad arrivare ad utilizzarlo quasi quotidianamente. Le energie di sempre non bastavano più e per questo motivo FPSC ha creato per la prima volta un team in Giordania.

Come vive la guerra in Siria?

Stando in Giordania ho avuto modo di sentire il conflitto vicino a me. L’arrivo massiccio dei rifugiati mi ha permesso di realizzare cosa realmente stesse accadendo. Torno spesso in Spagna e in Italia. Mi sono reso conto che molte informazioni non arrivano, altre invece per metà o in modo distorto. Ho sentito il conflitto molto lontano e percepito il poco interesse della gente nei confronti di questa catastrofe, che io definirei di carattere internazionale. Gli effetti della guerra sono devastanti, fisicamente ed emotivamente.

Come è cambiata la Giordania nel corso del conflitto?

Con la guerra in Siria, la Giordania ha incassato un duro colpo, proprio come il Libano e gli altri paesi che si sono ritrovati a doversi riorganizzare a causa del notevole aumento della popolazione. Mi riferisco all’erogazione e gestione dei servizi, all’allocazione delle risorse. Oggi la Giordania ospita circa 500,000 siriani, la maggior parte dei quali si è sistemata in varie zone, in cui già vi erano problemi di questo tipo. L’instabilità cresce notevolmente, il malcontento dilaga e le proteste aumentano. Il governo si è trovato in grave difficoltà e porre rimedio in così poco tempo diventerebbe difficile per chiunque, credo.

Che cosa ha fatto la cooperazione in questo contesto?

Ha fatto tanto e continua a produrre buoni risultati. In questo momento, le sue risorse sono per lo più destinate alla questione siriana. Elemento determinante rispetto alla buona riuscita di un progetto è stato saper rispondere alle richieste delle autorità nazionali e locali, oltre che pazientare di fronte ai tempi biblici della burocrazia. Recentemente, proprio per le continue proteste e manifestazioni da parte della popolazione locale, il Governo giordano ha imposto a organizzazioni e attori operanti nella cooperazione l’obbligo di riservare il 30% delle risorse di ogni progetto alla popolazione giordana, e di poter liberamente destinare il restante ai rifugiati. FPSC ha già realizzato alcune attività fuori dai campi profughi, nel rispetto del nuovo ordine.

Rifarebbe la scelta della cooperazione?

Si. Le soddisfazioni arrivano con il tempo, le difficoltà le incontri da subito. È stato difficile affrontare da solo le sfide sul campo, nonostante Madrid mi abbia supportato a distanza in tutti i sensi. Iniziare sembra impossibile, andare avanti è faticoso, ma il sacrificio ti ripaga. Mi sono fatto le ossa, sono cresciuto. Ora ho anche un ufficio, ad Amman, e siamo in cinque. Non sono più solo. Sento di aver costruito tutto questo. Prossimo passo? Il campo profughi di AL Azraq.

 

Valeria Stera (1984). Laureata presso la facoltà di Scienze Politiche di Cagliari in Governance e Sistema Globale, Studi Politico-Internazionali dell’Africa e dell’Asia con una tesi sullo sfruttamento del lavoro minorile in India, realizzata grazie ad un’esperienza di ricerca sul campo. Ha svolto alcuni stage in Giordania e ha lavorato per un breve periodo per una ONG norvegese, Norwegian Refugee Council (NRC), presso il campo dei profughi siriani di AL Za’atari.