Iraq e Siria. Il terrorismo islamico mai così forte. Tutte le colpe dell’Occidente


 

(Alessandro Aramu) – La caduta di Mosul, la seconda città dell’Iraq in mano al gruppo jihadista dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), con il controllo dell’intera provincia di Nineveh, rappresenta il punto più alto del terrorismo islamico dalla sua nascita ad oggi. L’ISIS, contrariamente a quanto si pensa, non fa parte di al Qaeda, il cui comando generale, con una nota pubblicata lo scorso febbraio, ha comunicato di non avere “alcun rapporto organizzativo con il gruppo e di non essere responsabile delle azioni di quest’ultimo”.

Qaedisti o meno, poco cambia. Nella galassia dell’estremismo islamico, l’ISIS è considerato il gruppo di jihadisti più spietato, autore di crimini terribili, in particolare in Siria, dove ha il controllo del nord est del paese con la città di Raqqa che è diventata la capitale di uno stato nello stato di vastissime dimensioni.

Persino il Fronte al-Nusra, unico rappresentante di al-Qaeda in Siria, è ampiamente considerato tra i siriani come “più moderato” rispetto alla linea dura dell’ISIS. Comparare il terrore è operazione ardua ma certe sfumature possono far comprendere meglio la natura dell’ISIS, responsabile di azioni terribili nei confronti di cittadini inermi, di torture e stragi di massa che la stampa per lungo tempo ha cercato di nascondere. Rispetto al Fronte al-Nusra, l’ISIS vanta una maggiore facilità di affiliazione per chi ne voglia far parte e si rivolge direttamente ai non arabi pubblicando comunicati e diffondendo video su Internet in lingua inglese, o sottotitolati.

In quella che hanno eletto la loro capitale siriana, gli spietati jihadisti dello Stato Islamico hanno subito imposto divieti contro la musica e messo al bando il fumo, vietando anche la vendita di sigarette e pipe. Hanno inoltre deciso di ”applicare la sharia”, ovvero la legge islamica. Inoltre l’ISIS sventola la sua bandiera nera anche a Kamishli.

In Iraq le forze governative non hanno opposto alcuna resistenza all’avanzata dell’ISIS. Almeno nella prima fase. Militari e polizia, in migliaia, si sono sciolti come neve al sole davanti all’avanzata degli uomini armati. Viste le foto e le immagini che arrivano da quei posti, bisognerebbe dire pesantemente armati: mitragliatori, cannoni, mezzi pesanti sono spesso di fabbricazione occidentale. In alcuni fotogrammi sono state riconosciute armi di fabbricazione americana.

Dopo Mosul, anche Tikrit e Ninive sono cadute nelle mani dei miliziani jihadisti dell’ISIS. E questo è solo l’inizio. L’obiettivo è conquistare Baghdad, dissolvere lo stato iracheno e sostituirlo con un Grande Califfato o un Emirato islamico che comprenda anche la Siria. Nelle mani del terribile gruppo jihadista ci sono anche importanti città come Falluja e Ramadi. Neanche ai tempi di Osama Bin Laden il terrorismo era stato così forte e ben radicato nel territorio.

Amnesty International ha chiesto alla Turchia e agli Stati del Golfo di impedire l’ingresso di combattenti e l’invio di armi verso l’ISIS e altri gruppi armati autori di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, in particolare in Siria. Il richiamo di Amnesty, che per lungo tempo ha taciuto sulle nefandezze compiute dai “ribelli” jihadisti in Siria, non è casuale: in passato, i rapporti tra Ankara e l’ISIS sono stati tutt’altro che conflittuali.

Come ricorda il giornalista Gian Micalessin, il gruppo ha goduto per anni del sostegno dei servizi segreti del Mit disponibilissimi ad appoggiare chiunque combattesse Bashar Assad. “Nel caso dell’ISIS, il vantaggio era persino duplice. L’ISIS è, infatti, il nemico giurato delle milizie curde, vicine al vecchio Pkk di Ocalan, che controllano vaste zone della Siria abbandonate dall’esercito di Damasco. Se i curdi siriani erano nemici assoluti, quelli del nord Iraq, fedeli a Massoud Barzani, erano alleati preziosi per garantire ad Ankara un diritto di prelazione sul petrolio contrabbandato illegalmente da Kirkuk”.

È di tutta evidenza, quindi, che la montagna di denaro che l’Occidente ha riversato in Siria per combattere il presidente Bashar al Assad sia servito principalmente ad armare il terrorismo islamico, indebolendo proprio le componenti più moderate e laiche della resistenza siriana, a partire da quella armata. Il principale antagonista sul campo di battaglia di Assad, l’Esercito Siriano Libero (ESL), è stato infatti fortemente indebolito dalle diserzioni, dall’addio alla battaglia di un numero elevato di soldati e dalla trasmigrazione di molti di essi proprio verso i gruppi jihadisti, ritenuti più incisivi nella lotta al regime. In definitiva a combattere i gruppi jihadisti in Siria è rimasto il solo esercito di Assad con l’aiuto, in alcune porzioni del territorio, dei miliziani armati di Hezbollah. Russia e Iran non hanno mai smesso di fornire armi e sostegno a Damasco. Teheran si è detta pronta a dare il proprio sostegno anche in Iraq, pur di impedire la caduta della capitale che rappresenterebbe un disastro per gli equilibri della regione.

La responsabilità degli Stati Uniti e dell’Europa, soprattutto di Francia e Gran Bretagna, è grandissima. Quello che sta accadendo in Iraq è anche il frutto del conflitto siriano, con la comunità internazionale che ha tentato di colpire Assad usando strumentalmente proprio i suoi peggiori nemici. Oggi il presidente americano Obama è all’angolo, stordito dal corso degli eventi e incapace di fronteggiare una situazione che egli stesso, per primo, ha contribuito a creare con la sua politica miope. Accecato da Assad, considerato il male assoluto, non certo dal suo popolo che l’ha votato in massa in quanto ultimo vero baluardo contro l’estremismo islamico e il terrorismo internazionale, il premio nobel per la pace ha creato un mostro che oramai controlla una parte della Siria e dell’Iraq e bussa alle porte dell’Europa, dove sono presenti molte cellule pronte a colpire in ogni momento.

In questo senso la strage al museo ebraico di Bruxelles dello scorso 24 maggio, dove sono morte 4 persone, non è un caso. Il presunto autore, un francese, è un ex combattente dell’ISIS che ha soggiornato in Siria, dalla fine del 2012 per oltre un anno, prima di far perdere le tracce. E i casi di “occidentali” presenti in Siria al fianco dei gruppi armati jihadisti si moltiplicano. Difficile fare una stima: il numero oscilla da un minimo di 2300 a un massimo di 4500 combattenti. Tra le fila dell’ISIS, in particolare, sono presenti moltissimi miliziani in arrivo dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi europei (ma anche dagli Stati Uniti e dall’intero mondo arabo, oltre che dal Caucaso). Il rischio è che questo terrorismo di ritorno, così temono quasi tutti i servizi di intelligence occidentali, possa incendiare il vecchio continente. Gli attentati di Londra e Madrid forse non sono così lontani.

APPROFONDIMENTI

Iraq under attack by US, France, Saudi Arabia

Foto: il Giornale

 

Alessandro Aramu (1970). Giornalista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014).
(twitter@AleAramu)