Le menzogne di Erdoğan. La Turchia è la più grande prigione dei giornalisti


 

 (Talal Khrais) – Cosa si direbbe se in Italia alle elezioni politiche si presentasse un solo candidato, se le televisioni a lui contrarie venissero chiuse per far parlare solo quelle a suo favore, se venisse utilizzato il denaro pubblico per sostenere la sua campagna elettorale e se i suoi avversari venissero imprigionati perché contraddicono i suoi ordini?

Non sarebbe questo un caso internazionale, una palese violazione di tutte le norme sulla libertà di stampa e sui diritti civili e individuali che meriterebbe l’attenzione del mondo intero?

Un posto simile esiste davvero e non è molto lontano dall’Italia: è la Turchia. Recep Tayyip Erdoğan, il sultano che oggi accoglie i terroristi da tutto il mondo per distruggere la Siria e l’entità curda, respinge ogni critica e, a sua volta, accusa di terrorismo i giornalisti. E così, ogni volta che si presenta alle elezioni, ordina la chiusura di Twitter e YouTube per impedire che su quei social possano circolare liberamente le informazioni che gli altri media non possono dire. Erdoğan è lo stesso personaggio che ha fatto votare dal Parlamento una legge particolarmente controversa per rafforzare il controllo dello Stato su internet.

Oggi la Turchia è diventata la più grande prigione al mondo per i giornalisti:  sono ben 76 quelli dietro le sbarre, un vero record. Dei giornalisti in carcere, almeno 61 “sono detenuti in diretto rapporto con i lavori pubblicati o con la loro attività di ricerca di informazioni”. La condizione di altri 15 cronisti risulta meno chiara. Spesso il pretesto è la lotta al terrorismo. Dal Governo sono continue le “tattiche di pressione per convincerli all’autocensura”.

Il 70 per cento dei cronisti in prigione è sospettato di legami con il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che si batte per l’indipendenza curda. Come può allora il presidente della repubblica turca parlare di protezione della popolazione curda quando sino a oggi la sua politica è andata in una direzione contraria?

Ogni volta che le organizzazioni dei diritti umani chiedono al Presidente di rispettare la libertà di stampa, la sua risposta è sempre la stessa: “I social network potrebbero essere utilizzati anche come strumento di propaganda da parte dell’ISIS e di altre organizzazioni estremiste”. L’ISIS però è quel movimento terroristico che ha ricevuto ingenti aiuti dal suo paese. Come mai si preoccupa di combattenti che lui ha allevato in casa a suon di armi e dollari? Se la bandiera nera di questa organizzazione criminale oggi sventola nella città curda di Kobane è perché la Turchia non ha impedito che accadesse e, se vogliamo dirla tutta, ha persino aiutato i jihadisti in questa nuova offensiva contro gli avamposti curdi.

La caduta di Kobane, peraltro, è la prova che i raid aerei non servono a nulla se non a danneggiare pesantemente le infrastrutture siriane.

Gli obiettivi della sua politica regionale sono noti: una fly-zone in Siria e l’impegno degli USA per la rimozione del presidente Bashar al Assad. Questo è il prezzo che l’Occidente deve pagare per l’impegno di Erdoğan nella regione, il prezzo della complicità della NATO e dell’ONU all’uomo che tappa la bocca ai suoi oppositori e finanzia il fondamentalismo islamico.

Una cosa è certa: la Turchia vuole una diaspora curda, incendia una terra per realizzare un sogno inseguito da tempo da una parte della leadership politica del paese. Sulle macerie del sogno curdo di avere una propria patria, attraverso la violenza del terrorismo, prende corpo dunque l’idea del nuovo impero di Erdoğan. Un’idea dove sono presenti tanti nemici e ostacoli.

I tempi di “zero problemi con i vicini” sono lontanissimi. Oggi nessun paese arabo ha buoni rapporti con la Turchia a causa del suo sostegno alla fratellanza musulmana. Arabia Saudita e i Paese del Golfo, Giordania, Egitto e il Libano non sono più gli amici di una volta.  Secondo una nota dei servizi russi il paese governato da Erdoğan rischia una guerra civile. L’ondata continua di repressioni e limitazioni non può essere sostenuta a lungo da una popolazione che reclama spazi di libertà e maggiori aperture dal punto di vista sociale, culturale ed economico.