di Federica Cannas
Mentre la guerra commerciale tra Washington e Pechino divampa, mentre le democrazie si misurano con un’ondata conservatrice che non accenna a placarsi, una parte del mondo sceglie Barcellona per dirsi, e dire a chi ascolta, che esiste un’altra strada. Non è poco, anche se non è ancora abbastanza.
La Global Progressive Mobilisation che si apre il 17 aprile nella capitale catalana è il frutto di un’idea nata tra Pedro Sánchez e Stefan Löfven, presidente del Partito dei Socialisti Europei, raccolta poi dall’Internazionale Socialista e dall’Alleanza Progressista. L’impulso originale viene da Gabriel Boric, l’ex presidente cileno che aveva già convocato a Santiago un primo incontro tra esperienze progressiste di diversi continenti. Ora si prova a strutturare quell’intuizione, a darle continuità e peso.
La geografia dei partecipanti è già di per sé un segnale. Attorno a Sánchez e Lula si dispongono Gustavo Petro (Colombia), Yamandú Orsi (Uruguay), la presidente lituana Inga Ruginiené, Cyril Ramaphosa (Sudafrica), Mia Amor (Barbados) e Claudia Sheinbaum, che porta il Messico a questo tavolo dopo anni di gelo diplomatico con la Spagna. Non è una lista omogenea. Ci sono Social-democratici europei, presidenti di sinistra latinoamericani, esponenti del Sud globale con storie e contesti radicalmente diversi. È esattamente questa eterogeneità il punto di forza, e insieme la fragilità, dell’iniziativa.
Ma le assenze parlano altrettanto chiaramente. Boric, il padre dell’idea, rischia di non poter partecipare per un intoppo procedurale interno al Congresso cileno. Non c’è rappresentanza presidenziale della Commissione europea. L’Argentina di Milei è ovviamente fuori quadro. Come ha scritto un’analisi recente, la GPM non è un fronte unificato, ma un’alleanza tattica con obiettivi condivisi e agende nazionali talvolta divergenti. Riconoscerlo è il primo passo per prendere sul serio l’iniziativa.
Non è casuale che il plenario inaugurale sia dedicato a Salvador Allende, con Isabel Allende, già presidente onoraria dell’Internazionale Socialista, come relatrice principale in un panel intitolato “Preservare la memoria per difendere la democrazia”. Evocarlo oggi non è solo un gesto commemorativo. Allende rappresenta ancora la domanda più difficile che il progressismo si porta dietro. È possibile coniugare trasformazione sociale profonda e democrazia senza compromessi al ribasso? La risposta che il Cile degli anni Settanta cercó di dare è quella che Barcellona prova, a suo modo, a elaborare in un contesto radicalmente mutato.
Il contesto, appunto. Le guerre in corso, i focolai mediorientali non sono uno sfondo remoto ma una pressione diretta sulla credibilità di qualsiasi piattaforma che si presenti come alternativa ai nazionalismi e alle politiche di forza. Sánchez lo sa. Ha appena trascorso tre giorni a Pechino a chiedere alla Cina di assumere un ruolo più attivo sulla scena internazionale, proprio perché avverte il vuoto lasciato dal progressivo ritiro americano da molti dossier globali. Quella visita e questo summit di Barcellona sono due facce della stessa strategia: costruire reti e linguaggi condivisi prima che il vuoto venga riempito da altri.
Al di là della cornice simbolica, ci sono impegni concreti sul tavolo. Il più rilevante è il fondo da 200 milioni di euro che Brasile e Spagna hanno avviato per sostenere riforme democratiche nei paesi a rischio. È un segnale che la GPM non vuole limitarsi alle dichiarazioni. Accanto a questo, il summit coincide con il primo vertice Spagna-Brasile, che si terrà al Palau de Pedralbes il 17 aprile, un asse bilaterale che punta a rafforzare la cooperazione in ambito energetico, tecnologico e diplomatico tra le due sponde dell’Atlantico.
La GPM è stata promossa dall’Internazionale Socialista, dal Partito dei Socialisti Europei e dall’Alleanza Progressista, tre strutture che raccolgono forze politiche di oltre cento paesi. L’ambizione dichiarata è costruire una coordinazione duratura che sopravviva ai singoli summit. Quanto questo obiettivo sia realistico dipenderà in larga misura dalla capacità di tradurre le convergenze di principio in posizioni comuni su dossier specifici, quali politiche climatiche, governance dell’intelligenza artificiale, riforma delle istituzioni multilaterali. Sono terreni in cui le differenze interne alla coalizione sono reali e non sempre componibili.
La scelta della città non è neutra. Barcellona porta con sé una storia di sperimentazioni politiche, di rapporto tra locale e globale, di tensioni irrisolte che tuttavia non hanno mai chiuso il dialogo. È una città che ha imparato, a volte dolorosamente, che costruire consenso è più difficile che dichiarare principi. In questo senso è uno spazio adatto a ospitare un confronto che non può permettersi di restare sul piano delle intenzioni.
La vera sfida del progressismo contemporaneo, quella che attraversa tutti i leader presenti a Barcellona, non è ideologica ma di credibilità. Le parole chiave del lessico progressista, uguaglianza, diritti, giustizia sociale, conservano una forza indiscutibile come orientamento. Ma non bastano più come argomento politico in società in cui una quota crescente di cittadini, spesso proprio quelli che quelle parole dovrebbero raggiungere, ha smesso di fidarsi delle istituzioni che le pronunciano. Rispondere a questa crisi di fiducia è il compito più urgente, e non esistono scorciatoie.
Resta, naturalmente, una dimensione di fragilità. Nessuna garanzia che da Barcellona emerga una strategia condivisa capace di incidere nell’immediato. Ma questa incertezza è anche il segno di un approccio più onesto. La consapevolezza che nessuna esperienza politica, oggi, può pensarsi autosufficiente. Il semplice fatto di tornare a costruire uno spazio di confronto autentico, con i numeri, le tensioni interne e la complessità che questo incontro porta con sé, rappresenta già, in sé, un passaggio da registrare. Un segnale fragile, certo, ma necessario.



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