di Franz Di Maggio
Condanna a morte per possesso di sostanze stupefacenti. Questo il verdetto emesso dai giudici dell’Arabia Saudita e per il quale ora circa duecento cittadini etiopi, quasi tutti di giovane età, rischiano l’esecuzione nei prossimi giorni. La notizia riportata “solo” dal giornale online Addis Standard è stata confermata dall’Ufficio per la Gioventù del Tigray, il cui responsabile, Haish Subagadis, ha promosso un’azione che mira a diplomatici urgenti da parte del ministero degli Esteri di Addis Abeba.
Al momento sono state eseguite tre condanne – lo scorso 21 aprile – e nel braccio della morte del carcere di Khamis Mushait altri 65 giovani attendono la chiamata del boia.
Quella tra Corno d’Africa e Yemen è una vera e propria tratta degli schiavi, gestita da personaggi senza scrupoli che godono di coperture, grazie anche all’alto tasso di corruzione che rappresenta un’autentica cancrena nell’Africa orientale.
Si sono mosse le ONG: i giovani hanno dichiarato di essere rifugiati, in quanto sono scappati durante il sanguinoso conflitto (2020-2022) in Tigray (regione nel Etiopia settentrionale) e dove a tutt’oggi la situazione umanitaria è a dir poco disastrosa. Come molti altri uomini e donne che fuggono dal Corno d’Africa alla volta degli Stati del Golfo alla ricerca di lavoro, anche i condannati a morte hanno affrontato la pericolosissima “rotta orientale”.
Arrivare a Obock, sulla costa settentrionale di Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni alla volta dello Yemen non è affatto facile: i migranti devono attraversare aree deserte, impervie, e caldissime. Non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, dove vivono gli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta la depressione più significativa di tutta l’Africa. Muoiono di stenti, fame e sete. Le temperature per decine di chilometri superano i 40 gradi, arrivando oltre i 50 nei periodi più afosi; molti migranti infine annegano durante la traversata verso lo Yemen, distrutto dalla guerra.
La sostanza stupefacente, tollerata in Etiopia, ma vietatissima in Arabia è il khat (o qat), un arbusto originario del Corno d’Africa, le cui foglie vengono masticate per i loro effetti stimolanti, simili alle anfetamine. I giovani etiopi ne fanno largo uso e spesso lo spaccio della sostanza eccitante serve per guadagnare il denaro necessario per finanziare il viaggio e per sopravvivere. In almeno in uno dei tre casi, un trafficante ha costretto uno di loro a trasportare la pianta dallo Yemen all’Arabia Saudita. I ragazzi non vengono avvertiti del divieto di esportazione del Khat e rischiano senza saperlo la condanna a morte.
I tre ragazzi sono poi stati intercettati dalla polizia araba tra il 2023 e il 2024 nella regione di Abaha, dove lavoravano. Durante gli interrogatori sono stati picchiati e costretti a firmare un documento in lingua araba, che ovviamente non comprendevano. Un interprete non è mai stato presente. E’ apparso solamente all’udienza finale per informarli di essere stati ritenuti colpevoli di traffico di droga e condannati alla pena capitale; dal momento del loro arresto non hanno potuto ricevere visite e non hanno nemmeno avuto il permesso di comunicare con le autorità consolari etiopiche.
Vi è infine incertezza sui numeri: mentre su 65 etiopi è certa la condanna per spaccio e possesso di stupefacenti, per altri 135 non sono ancora chiare le imputazioni, ma tutti si trovano nello stesso carcere, nell’ala dedicata ai condannati a morte. Ryiad aveva sospeso le esecuzioni per circa tre anni, ma dal 2022 è ricominaciato il lavoro del boia. I giustiziati lo scorso anno sono stati 356. Secondo il governo saudita, ben 243 – tra loro molti stranieri – sono stati giustiziati per reati legati al traffico di droga.
Una moratoria in questa situazione appare estremamente difficile, data la fermezza del regime arabo nel contrasto alla lotta agli stupefacenti, e data la debolezza diplomatica dei possibili interlocutori africani.



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