Attacco azero al Nagorno Karabagh: una sciarada diplomatica


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di Bruno Scapini – ex ambasciatore d’Italia in Armenia

Le massicce incursioni condotte nella notte del 1° aprile scorso dall’Azerbaijan contro il Nagorno Karabagh, regione separatista armena auto proclamatasi Repubblica indipendente all’ indomani del crollo dell’ Unione Sovietica, ci hanno sicuramente sconcertati per la dimensione assunta, ma non certamente sorpresi.

Le ripetute continue violazioni del “cessate-il-fuoco”, messe in atto nel corso di tutti questi anni con frequenza crescente da parte azera dalla fine della guerra del 1988/1993, non potevano, infatti, non preludere, a fronte dello stallo negoziale verificatosi nell’ ultimo quinquennio – malgrado l’impegno delle Organizzazioni Internazionali a sostenere un processo di pace condiviso – ad un tentativo di Baku di rendere prima o poi concrete le minacce contenute nella retorica di guerra da sempre al centro delle esternazioni della leadership azera e, in particolare, del suo Presidente Ihlam Alijev.

Tante finora sono state le violazioni del “cessate-il-fuoco”. E sempre con abile rimbalzo di responsabilità effettuato da Baku. Ma sempre tuttavia rientrate, per tema di rappresaglie, nell’ ordinaria “gestione” della linea del fronte, con promesse di ricondurre il processo negoziale di pacificazione nell’alveo dell’azione svolta dall’ OSCE, organismo istituzionalmente deputato con il c.d. Gruppo di Minsk ( Francia, Russia e Stati Uniti ) alla ricomposizione del conflitto.

Ma l’attacco sferrato questo scorso 1° aprile si connota diversamente dai precedenti: l’intervento simultaneo su tutta la linea di contatto, l’ampiezza delle incursioni, il ricorso alle armi pesanti e il numero delle unità militari impegnate sono di certo elementi che inducono a pensare ad un predeterminato “gioco alla guerra”, piuttosto che ad un incidente casuale di frontiera o ad un mero atto di provocazione.

Trattasi in questo caso, infatti, di un tentativo di destabilizzazione del processo di pace per eventualmente spostare il piano del confronto dal tavolo negoziale al teatro di guerra, intimidendo in tal modo l’Armenia per indurla – attraverso la risolutezza dimostrata da Baku – ad un sostanziale mutamento delle proprie posizioni. Il nodo in cui si può riassumere la disputa – al di là di tutte le condizioni dichiarate dai negoziatori ufficiali – è in fondo quale principio risolutivo debba considerarsi prevalente; se quello sostenuto da Baku di integrità territoriale – a termini del quale il Nagorno Karabagh dovrebbe ritornare sotto la sovranità azera – o di auto-determinazione dei popoli perseguito, per contro, da Yerevan a seguito del quale il Karabagh dovrebbe acquisire lo status riconosciuto di indipendenza e di autonoma sovranità.

Non v’è dubbio che il recente attacco senza precedenti sulla linea di contatto – con perdite armene collaterali anche tra la stessa popolazione civile – allontanerà il traguardo della pacificazione, consolidando peraltro sempre più le aspettative della oggi libera Repubblica del Nagorno Karabagh a rimanere indipendente e a rifuggire da qualsiasi soluzione o ricomposizione del conflitto che preveda un ritorno sotto il giogo della dittatura azera della famiglia Alijev ormai ininterrottamente al potere nel Paese da 45 anni.

Certamente una destabilizzazione del negoziato di pace non verrebbe a giovare a nessuno dei due contendenti. Ma ci sarebbe, tuttavia, da domandarsi nella circostanza da quale fonte la dirigenza azera abbia potuto trarre il coraggio da spingerla ad un attacco al Nagorno Karabagh senza precedenti per dimensione e intensità, conoscendo peraltro la certezza della risposta militare dell’ Armenia, Paese notoriamente tra i più armati e meglio preparati sul piano militare dell’area euro-asiatica e, sopratutto, legato alla Russia da accordi di cooperazione militare e di partenariato strategico e quale membro della Collective Security Treaty Organization (CSTO).

Al di là, dunque, delle generiche e anodine dichiarazioni dell’ OSCE, e di quanti tra governanti e politici intendono esprimere riprovazione per questa recrudescenza di ostilità, e scontando le ipocrisie di una diplomazia pavida e asservita incapace di fare distinzione tra aggressori e aggrediti – , la recente gravissima violazione del “cessate-il-fuoco” si ricondurrebbe a quel più ampio contesto di crisi geopolitica da cui l’area euro-asiatica sembrerebbe oggi essere affetta, e che vede ancora una volta alla ribalta della cronaca il confronto tra gli USA e la Russia nel cui ambito vengono ad agitarsi i preoccupanti spettri di un ritorno ad una nuova “guerra fredda”.

Premesse di tale rinnovata tensione sarebbero in particolare il controllo delle fonti e dei transiti energetici che si dipanano verso l’ Europa dall’Azerbaijan, grande fornitore di petrolio e gas, e la progettata espansione verso Est, ai danni della Russia, dell’influenza della NATO.

La divergenza di interessi di cui Washington e Mosca si fanno in questo scenario interpreti è peraltro comprovata proprio dalla posizione favorevole più esplicitamente espressa da parte americana nei confronti di Baku in occasione dell’ incontro tenutosi questo 31 marzo scorso, a margine del Vertice sulla Sicurezza Nucleare, tra il Vice Presidente John Kerry e il Presidente azero Ilham Alijev. Kerry avrebbe infatti apprezzato gli sforzi intrapresi dalla leadership azera per un rafforzato ruolo strategico pro-occidentale nell’area caucasica, e avrebbe apertamente sostenuto le aspettative di Baku per un rispetto della integrità territoriale, contraddicendo in tal modo le aspirazioni armene per un riconoscimento dell’auto-deteminazione per il Nagorno Karabagh.

Ecco così spiegate alcune fondamentali conseguenze: l’inadeguatezza di ruolo dell’ OSCE per il proseguimento del negoziato, il fallimento dei vari tentativi di ricomporre il conflitto – come anche di quel debole tentativo messo in atto nel 2009 di giungere ad una ripresa delle relazioni diplomatiche tra Yerevan e Ankara alleata di Baku -, il sostegno preferenziale accordato all’Azerbaijan da Washington – e per induzione dall’ Europa – per attrarre Baku nella sfera di influenza occidentale, e, infine, il coraggio della dirigenza azera ad intraprendere impunemente ora un’operazione di attacco senza precedenti ai confini del Nagorno Karabagh. La Turchia, si sa, è sostenuta da Washington; e Ankara si è da sempre dichiarata a sostegno dei “fratelli” azeri, e suscitare un disappunto alla sua leadership pregiudicherebbe inevitabilmente gli attuali equilibri regionali di cui potrebbe approfittare la Russia per consolidare la propria influenza in questa contesa area di confronto.

Ancora una volta così nella Storia lo scotto sarà pagato dagli armeni. Dalla popolazione del Nagorno Karabagh costretta a vivere in una imposta dimensione di guerra e pace, e dall’ Armenia che viene indotta a gestirsi un rapporto con Mosca e l’Occidente sempre più arduo e difficile. Il tutto sullo sfondo di una partita che si gioca sullo scacchiere internazionale per il futuro dominio di influenza in questa importante regione euro-asiatica. Una partita di cui Yerevan farebbe ben volentieri a meno. Ma gli armeni, si sa, sono campioni mondiali di scacchi. Ed altrettanto volentieri ancora una volta nella Storia accettano la sfida.

 

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