di Federica Cannas
A Barcellona, nel cuore di una primavera politica tutt’altro che ordinaria, ha preso forma il tentativo raro di rimettere insieme ciò che nel mondo progressista si è disperso. Pedro Sánchez sa bene che in questo passaggio il silenzio è una scelta precisa. Il suo intervento nasce da qui, dalla consapevolezza che governare oggi significa prendere posizione, senza alibi. Sánchez parla di multilateralismo in crisi, di disuguaglianza che corrode le democrazie dall’interno, di governance digitale come nuovo campo di battaglia per la sovranità. Ma dietro ogni passaggio affiora una domanda che non formula mai esplicitamente. Fin dove è disposta a spingersi la sinistra europea quando il principio si scontra con il potere?
L’iniziativa nata dall’impulso di Lula, Boric, Petro e Orsi è oggi qualcosa che i suoi fondatori probabilmente non avevano previsto con questa chiarezza: un embrione di Internazionale progressista del XXI secolo. Una comunità di senso, un tentativo di ridefinire i termini del dibattito globale attorno a valori condivisi: democrazia, giustizia sociale, sovranità digitale, riforma delle istituzioni internazionali. Sánchez è esplicito: «Non è sufficiente resistere. Dobbiamo prendere l’iniziativa.» La distinzione è cruciale. La politica progressista degli ultimi vent’anni è rimasta prevalentemente sulla difensiva, con la difesa dello Stato sociale, del multilateralismo, dei diritti acquisiti. Barcellona prova a voltare pagina. È un’ambizione che ha il merito dell’onestà. Ma ha anche i suoi punti ciechi.
Il discorso di Sánchez non menziona Gaza. Eppure Gaza è ovunque. Quando il premier spagnolo parla di «attacchi al sistema multilaterale», di «tentativi di sfidare le regole del diritto internazionale» e di «normalizzazione pericolosa dell’uso della forza», la mente corre inevitabilmente a Gaza e all’assedio brutale che ha reso la Striscia un test planetario sulla credibilità dell’Occidente.
La Spagna, su questo, ha fatto scelte che la distinguono dalla maggioranza dei suoi alleati europei. Ha riconosciuto lo Stato palestinese insieme a Irlanda e Norvegia nel maggio 2024, ha sospeso le esportazioni di armi verso Israele. Sánchez è stato tra i pochissimi leader europei a usare la parola “genocidio” come giudizio politico. Sono posizioni che hanno un costo nelle relazioni transatlantiche, nel rapporto con alcuni partner europei, nella pressione delle lobby filoisraeliane che in Spagna come altrove sono tutt’altro che assenti.
Il paradosso è che proprio questa coerenza rende più urgente la domanda sulla sua tenuta sistemica. Un forum che si definisce “In Difesa della Democrazia” e che colloca la riforma del multilateralismo al centro della propria agenda non può eludere a lungo il fatto che la crisi più acuta di quel sistema si chiama Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e che il veto americano ha finora paralizzato qualsiasi risposta collettiva al conflitto in Medio Oriente. La coerenza di Barcellona passa anche da qui.
Sánchez lancia una proposta. È giunto il momento di «rivitalizzare, riformare» le Nazioni Unite e, «perché no, farle guidare da una donna». La seconda parte della frase, prontamente applaudita, rischia di oscurare la prima, che è la più rivoluzionaria. Riformare l’ONU significa riformare il Consiglio di Sicurezza. Significa toccare il veto. Significa ridisegnare equilibri di potere che risalgono al 1945 e che riflettono un mondo che non esiste più. È un progetto che i paesi dell’emisfero sud rivendicano da decenni e che le potenze permanenti hanno sistematicamente affossato.
La novità di Barcellona è che questa richiesta viene ora formulata da un fronte trasversale che include democrazie europee, potenze emergenti latinoamericane e africane, in un formato che cerca deliberatamente di sottrarsi alla logica dei blocchi della Guerra Fredda. L’ostacolo è formidabile. Qualsiasi emendamento alla Carta delle Nazioni Unite richiede la ratifica dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Ovvero, l’ONU non può riformarsi senza il consenso di chi ha più interesse a che non si riformi. È la quadratura del cerchio dell’architettura istituzionale post-bellica. E Sánchez lo sa. Per questo parla di “rifacimento approfondito”, termine che suona già come un compromesso con l’impossibile. Ma forse la funzione di questo tipo di forum non è risolvere il problema. È renderlo impossibile da ignorare.
Il passaggio più originale del discorso barcellonese è quello sulla governance digitale. Qui Sánchez adotta il registro della proposta concreta. La Spagna sta costruendo un’agenda legislativa per tenere le piattaforme responsabili dei loro contenuti, per regolamentare la manipolazione algoritmica, per proteggere i minori dall’esposizione ai social media. «Internet non conosce frontiere, e quindi o andiamo avanti insieme o nessuno andrà avanti» è forse la frase più netta dell’intero discorso. Contiene un’analisi e un programma: l’analisi è che la governance frammentata per stati nazionali è strutturalmente inadeguata a regolamentare fenomeni globali; il programma è che la risposta deve essere una coalizione internazionale con regole comuni.
Il problema è che tale coalizione deve fare i conti con Silicon Valley e con la potenza geopolitica che c’è dietro. L’Europa ha già provato con il Digital Services Act e il Digital Markets Act. I risultati sono parziali. La pressione americana contro qualsiasi forma di regolamentazione delle piattaforme tecnologiche è costante e cresce. E la nuova amministrazione Trump ha già segnalato che considera le leggi europee sui contenuti digitali una forma di censura antiamericana.
La Digital Democracy Roundtable avviata a Barcellona è quindi, anche in questo caso, un cantiere aperto. Ma la direzione indicata è giusta. L’alternativa alla regolamentazione condivisa non è la libertà, è il monopolio.
Il terzo pilastro dell’agenda barcellonese è la lotta alla disuguaglianza, e Sánchez lo affronta con una chiarezza che raramente si sente nei consessi internazionali: «Quando il progresso non è condiviso, quando le opportunità non sono accessibili a tutti, la democrazia perde la sua legittimità. È lì che prospera l’estremismo.» La diagnosi inverte il ragionamento che spesso circola nei salotti liberal. Non è il populismo a creare le fratture sociali, ma le fratture sociali a creare il populismo.
L’estremismo è un sintomo che si combatte rimuovendo le cause. La proposta pratica di sostenere il Panel Internazionale sulla Disuguaglianza lanciato da Ramaphosa, valorizzare il lavoro di economisti come Stiglitz, costruire un Osservatorio sul legame tra disagio giovanile ed estremismo è ancora nella fase dell’incubazione istituzionale. Ma la direzione è quella giusta. Capire prima di condannare, misurare prima di legiferare, ascoltare le periferie prima di prescrivere cure.
La domanda finale è quella di sempre, dopo ogni grande summit progressista: quanto di questo resta, quando le delegazioni si disperdono e il ciclo dell’informazione passa oltre? La risposta onesta è “dipende”. Dipende dalla capacità di questi governi di tradurre l’agenda di Barcellona in politiche nazionali concrete e di difenderle davanti ai propri elettorati in un momento in cui il vento soffia in direzione opposta in buona parte del mondo. Dipende dalla tenuta interna delle coalizioni progressiste nei paesi che guidano questa iniziativa in Spagna, in Brasile, in Colombia, dove le maggioranze parlamentari sono spesso fragili e le opposizioni aggressive. Dipende, infine, dalla capacità di questa rete di costruire una narrativa abbastanza potente da competere con quella offerta dai nazionalismi e dai sovranismi, che hanno dalla loro la semplicità, la rabbia e, in molti casi, i soldi. Sánchez chiude con un’immagine efficace.
Non basta guardare dalla finestra, bisogna scendere in strada. È una metafora di mobilitazione, ma anche di rischio. Chi scende in strada si espone. Si può essere ignorati, ma anche travolti. La sinistra internazionale sta cercando, a Barcellona, di trovare il coraggio di scendere. È già qualcosa. Se basta, lo dirà la storia.



e poi