Disarmare Hamas, ritirare Israele: la scommessa più difficile su Gaza


Condividi su

di Giulia Boschi

La possibile svolta nella guerra di Gaza non è contenuta nella promessa, solenne ma ancora tutta da verificare, del «disarmo completo» di Hamas. È racchiusa piuttosto nel tentativo di collegare, all’interno di un unico meccanismo, la progressiva consegna delle armi palestinesi e il ritiro delle forze israeliane.

Per la prima volta dall’inizio del conflitto, i due obiettivi strategici che Israele e Hamas hanno sempre considerato incompatibili vengono presentati come parti della stessa transizione. Hamas dovrebbe rinunciare gradualmente alla propria infrastruttura militare; Israele dovrebbe restituire il controllo del territorio occupato nella Striscia; una nuova amministrazione palestinese, sostenuta da una forza internazionale, assumerebbe le responsabilità civili e di sicurezza.

È questa la ragione per cui Donald Trump ha definito «storico» l’accordo annunciato il 30 luglio. Ma è anche la ragione per cui sarebbe prematuro considerarlo già acquisito. Quello emerso dai negoziati del Cairo non è ancora un trattato di pace né un’intesa operativa sottoscritta da tutte le parti. È una cornice politica nella quale Washington, Hamas e Israele continuano ad attribuire significati differenti persino alle parole fondamentali.

La Casa Bianca parla di disarmo. Hamas, almeno pubblicamente, parla di raccolta e deposito delle armi. Israele pretende che gli arsenali vengano eliminati prima di ogni ulteriore ritiro. Il movimento palestinese sostiene invece che la consegna potrà cominciare soltanto dopo la cessazione delle operazioni israeliane, il ripiegamento delle truppe e il ripristino di consistenti flussi di aiuti. Israele, inoltre, pur essendo stato consultato durante i negoziati, non risulta firmatario dell’intesa annunciata da Trump.

La distanza fra queste posizioni non è una questione terminologica. È il cuore politico dell’intero negoziato.

Il paradosso della simultaneità

Il problema di Gaza non è mai stato individuare, in astratto, gli elementi di una soluzione. Un cessate il fuoco stabile, il rilascio degli ostaggi, il ritiro israeliano, la fine del governo di Hamas, una nuova amministrazione palestinese e la ricostruzione della Striscia compaiono da tempo in quasi tutte le proposte diplomatiche.

La difficoltà è stabilire la successione degli atti.

Israele non intende ritirarsi lasciando sul terreno una forza armata capace di ricostituirsi e riprendere le ostilità. Hamas, al contrario, considera la rinuncia preventiva alle armi una resa senza garanzie, che lo esporrebbe all’eliminazione militare e politica prima che l’esercito israeliano abbia abbandonato il territorio.

La roadmap cerca di spezzare questo circolo vizioso attraverso una successione di passaggi sincronizzati. Secondo il testo consultato dall’Associated Press, le armi della polizia di Gaza verrebbero inizialmente trasferite al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, l’organismo tecnico palestinese sostenuto dagli Stati Uniti. Soltanto in una fase successiva comincerebbero il deposito e la messa fuori servizio delle armi pesanti, degli impianti di produzione e della rete dei tunnel, parallelamente al ripiegamento delle forze israeliane.

Funzionari del Board of Peace hanno indicato un orizzonte compreso fra 200 e 350 giorni, ma questa tempistica non sarebbe contenuta nel testo dell’intesa. Il comitato palestinese, inoltre, non prevede di poter entrare nella Striscia prima di almeno due mesi.

La pace, dunque, dipenderebbe da una complessa catena di reciprocità: a ogni consegna di armi dovrebbe corrispondere un arretramento israeliano; a ogni area evacuata dovrebbe seguire il dispiegamento di forze palestinesi o internazionali; a ogni avanzamento del processo dovrebbero accompagnarsi maggiore accesso umanitario e progressiva riattivazione dei servizi.

È una costruzione tecnicamente razionale, ma politicamente fragile. Basta che una delle parti giudichi insufficiente il passo compiuto dall’altra perché l’intero meccanismo si blocchi. E proprio su questo punto le posizioni restano opposte: Hamas afferma che Israele deve prima rispettare gli impegni assunti con il cessate il fuoco di Sharm el-Sheikh; una fonte politica israeliana sostiene che non vi sarà alcun arretramento oltre la cosiddetta linea gialla prima della completa smilitarizzazione della Striscia.

Non è ancora chiaro neppure che cosa debba accadere materialmente agli arsenali. Immagazzinare le armi sotto controllo palestinese non equivale a distruggerle o renderle permanentemente inutilizzabili. L’esperienza dei processi di pacificazione dimostra che inventari, accesso ai depositi, verifica indipendente, trattamento delle munizioni e distruzione delle infrastrutture militari sono elementi inseparabili dalla fiducia politica.

Nell’Irlanda del Nord, la commissione indipendente incaricata del disarmo aveva il compito preciso di rendere gli arsenali paramilitari permanentemente inaccessibili o inutilizzabili. Gli standard delle Nazioni Unite sottolineano inoltre che un processo di disarmo può funzionare soltanto se inserito in una strategia politica più ampia, capace di comprendere la smobilitazione degli uomini, la loro reintegrazione e la trasformazione delle organizzazioni armate.

A Gaza, per ora, si discute soprattutto delle armi. Molto meno definito è il destino delle migliaia di combattenti, dei quadri intermedi e delle strutture territoriali costruite da Hamas in quasi vent’anni di governo.

La trasformazione di Hamas

La decisione attribuita a Hamas sarebbe potenzialmente più profonda della semplice consegna di un arsenale. Il movimento islamista dovrebbe accettare di separare la propria sopravvivenza politica dalla capacità militare, rinunciando al principio sul quale ha fondato buona parte della propria legittimità: l’idea che soltanto la resistenza armata possa costringere Israele a concessioni sostanziali.

Non significa necessariamente la scomparsa dell’organizzazione. Potrebbe rappresentare, al contrario, il tentativo di conservarne una parte attraverso una mutazione politica.

La scelta di Khalil al-Hayya come nuovo leader generale di Hamas, formalizzata il 20 luglio, era stata interpretata come un segnale di irrigidimento. Al-Hayya appartiene alla componente originaria di Gaza, mantiene legami consolidati con l’Iran ed è generalmente considerato più intransigente del rivale Khaled Meshaal. È però anche il principale negoziatore del movimento e l’uomo che meglio conosce i rapporti con Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti.

Il fatto che l’apertura sul disarmo sia maturata sotto la sua guida non costituisce necessariamente una contraddizione. Una leadership percepita come fedele alla tradizione armata può avere maggiori possibilità di imporre una concessione dolorosa alle strutture interne e alle fazioni combattenti. Al-Hayya potrebbe inoltre aver concluso che la conservazione dell’apparato militare non sia più compatibile con la sopravvivenza del movimento.

Hamas esce dalla guerra devastato sul piano militare e amministrativo, sottoposto a una crescente pressione regionale e contestato anche da una parte della popolazione di Gaza. All’inizio di luglio aveva già annunciato lo scioglimento della propria struttura di governo civile e la disponibilità a trasferire le funzioni amministrative a un organismo tecnico. Israele aveva liquidato quel passaggio come insufficiente, sostenendo che qualsiasi governo civile sarebbe rimasto subordinato a Hamas finché il movimento avesse conservato le armi.

L’intesa sul disarmo tenta di rispondere proprio a questa obiezione. Ma apre un’altra incognita: chi garantirà che tutte le brigate, le cellule locali e le altre formazioni palestinesi obbediscano alla direzione politica?

Un accordo con la leadership di Hamas non produce automaticamente il disarmo dell’intero territorio. Alcuni nuclei potrebbero rifiutare la trasformazione politica, nascondere parte degli arsenali o confluire in gruppi più radicali. Senza un programma credibile di reintegrazione e senza un orizzonte politico palestinese, la smilitarizzazione rischierebbe di frammentare la violenza anziché eliminarla.

Per questo la sorte futura del braccio politico di Hamas non è un dettaglio. Se il movimento venisse escluso da qualsiasi attività politica anche dopo aver deposto le armi, i suoi dirigenti avrebbero pochi incentivi a portare a termine il processo. Se invece gli fosse consentito di trasformarsi in una formazione non armata, il disarmo potrebbe diventare parte di una più ampia ricomposizione palestinese. Sarebbe una prospettiva controversa per Israele, ma difficilmente eludibile in qualsiasi modello realistico di pacificazione.

Il dilemma di Netanyahu

Sul versante israeliano, l’accordo investe direttamente la strategia costruita da Benjamin Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023.

Il governo ha indicato per anni la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas come condizione essenziale per la sicurezza di Israele. Un disarmo verificabile del movimento permetterebbe a Netanyahu di sostenere di aver raggiunto l’obiettivo centrale della guerra. Ma il prezzo sarebbe il ritiro da territori che l’esercito israeliano continua a controllare e la rinuncia, almeno formale, a una presenza militare permanente nella Striscia.

Il dilemma è reso più acuto dalle elezioni politiche fissate per il 27 ottobre. I sondaggi indicano una possibile sconfitta del primo ministro, pur senza delineare una maggioranza alternativa certa. Netanyahu resta inoltre dipendente da una destra nazionalista e religiosa che ha ripetutamente respinto qualsiasi accordo capace di preservare Hamas come soggetto politico o di imporre un ritiro completo da Gaza.

Il premier potrebbe tentare di presentare l’intesa come la certificazione della vittoria israeliana: Hamas consegna le armi, perde il governo di Gaza e accetta una supervisione internazionale. Ma i suoi alleati più radicali potrebbero descrivere il ritiro come l’abbandono di un vantaggio militare e il preludio alla ricostituzione della minaccia.

L’ambiguità della roadmap può quindi risultare temporaneamente utile a Netanyahu. Gli permette di sostenere il principio del disarmo senza assumere immediatamente un impegno definitivo sul ritiro. Al tempo stesso, però, è proprio questa ambiguità a rendere Hamas riluttante a consegnare gli arsenali.

Una pace sostenibile richiederebbe una scelta che la politica israeliana ha finora evitato: decidere se l’obiettivo sia garantire la sicurezza di Israele attraverso una Gaza demilitarizzata e governata da palestinesi, oppure mantenere un controllo territoriale diretto e prolungato. Le due opzioni non possono essere perseguite indefinitamente nello stesso momento.

Il Board of Peace e il problema della legittimità

La nuova architettura istituzionale immaginata dagli Stati Uniti cerca di colmare il vuoto lasciato dalla distruzione dell’amministrazione di Gaza e dalla debolezza dell’Autorità nazionale palestinese.

Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza dovrebbe occuparsi dei servizi pubblici e della ricostruzione civile. Una forza internazionale di stabilizzazione dovrebbe sostenere la smilitarizzazione e formare una nuova polizia palestinese. Il Board of Peace, presieduto da Trump, eserciterebbe la supervisione politica e finanziaria.

La Casa Bianca ha formalizzato questa struttura nel gennaio 2026, nominando Ali Sha’ath alla guida del comitato tecnico e affidando all’ex inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov il ruolo di alto rappresentante per Gaza. Il generale statunitense Jasper Jeffers è stato indicato come comandante della forza internazionale.

Il modello dispone di una copertura internazionale: la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza ha autorizzato il Board of Peace e la forza di stabilizzazione, con tredici voti favorevoli e le astensioni di Cina e Russia. La stessa risoluzione richiama il diritto palestinese all’autodeterminazione e la prospettiva statuale.

Ciò non elimina, tuttavia, il problema della legittimità.

Il Board è un organismo fortemente centrato sulla presidenza americana, con una significativa presenza di esponenti statunitensi e occidentali. Alcuni importanti alleati europei e diverse potenze emergenti hanno rifiutato di aderirvi; Brasile e Messico hanno motivato la loro posizione anche con l’insufficiente rappresentanza palestinese.

Il rischio è che la transizione venga percepita come un’amministrazione imposta dall’esterno, incaricata di governare Gaza senza un mandato popolare palestinese. Un organismo tecnico può riaprire scuole, ospedali e uffici pubblici, ma difficilmente può sostituire a lungo un’autorità politica riconosciuta.

La natura temporanea del sistema dovrà quindi essere reale e verificabile. Il Board potrà funzionare come ponte verso istituzioni palestinesi rinnovate, non come loro surrogato permanente. In assenza di elezioni, riconciliazione tra Gaza e Cisgiordania e progressiva restituzione della sovranità, la stabilizzazione rischierebbe di assumere i tratti di un protettorato internazionale.

La ricostruzione è già politica

La ricostruzione viene spesso descritta come la fase successiva alla sicurezza. A Gaza, invece, sarà parte integrante dell’accordo di sicurezza.

La valutazione realizzata congiuntamente da Banca Mondiale, Nazioni Unite e Unione europea stima in 71,4 miliardi di dollari il fabbisogno complessivo per la ripresa e la ricostruzione. I danni diretti alle infrastrutture raggiungono 35,2 miliardi. Oltre 371 mila unità abitative risultano danneggiate o distrutte, più della metà degli ospedali non è operativa e quasi tutte le scuole hanno subito danni.

La questione non è soltanto raccogliere il denaro. È stabilire chi controllerà le risorse, chi autorizzerà l’ingresso dei materiali, chi sceglierà le aree da ricostruire e quali garanzie impediranno che edifici e infrastrutture vengano nuovamente distrutti.

La ricostruzione può diventare il principale incentivo al disarmo: maggiore sarà l’avanzamento della smilitarizzazione, maggiori potranno essere gli investimenti e la restituzione del territorio alla gestione civile. Ma lo stesso meccanismo contiene un evidente pericolo. Se case, servizi e aiuti venissero subordinati indefinitamente a condizioni politiche non raggiungibili, la popolazione civile finirebbe ancora una volta per sostenere il costo del confronto tra Israele e Hamas.

Nonostante il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, le operazioni militari non sono cessate. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, al 22 luglio 2026 erano stati segnalati 1.180 morti palestinesi e 3.810 feriti dall’entrata in vigore della tregua.

Il dato spiega perché per gli abitanti di Gaza l’annuncio diplomatico non coincida ancora con la pace. Finché proseguiranno attacchi, restrizioni e sfollamenti, sarà difficile convincere la popolazione e le strutture armate che la transizione sia realmente cominciata.

Una svolta possibile, non ancora una pace

L’accordo annunciato da Trump rappresenta comunque un cambiamento sostanziale. Hamas sembra avere accettato almeno il principio secondo cui il futuro di Gaza non potrà essere fondato sul mantenimento di un esercito parallelo. Israele viene posto di fronte alla necessità di collegare la propria sicurezza non all’occupazione indefinita, ma a un sistema di garanzie internazionali. Gli Stati arabi coinvolti nella mediazione assumono una responsabilità diretta nella stabilizzazione dell’enclave.

Il ruolo congiunto di Egitto, Qatar e Turchia è particolarmente significativo. Il Cairo controlla il principale accesso meridionale alla Striscia e considera essenziale impedire sia il trasferimento forzato dei palestinesi nel Sinai sia la ricostituzione dei circuiti di contrabbando. Doha conserva i canali più consolidati con la dirigenza di Hamas. Ankara dispone di influenza politica sul movimento e può contribuire a legittimare il compromesso nel mondo islamico. Washington, infine, rimane l’unico attore dotato di una leva sufficiente su Israele per associare concretamente il ritiro al disarmo.

Anche il più ampio indebolimento dell’asse regionale sostenuto dall’Iran può aver ridotto lo spazio di manovra di Hamas. Ma nessuna pressione esterna potrà sostituire una soluzione politica palestinese.

La questione decisiva resta infatti assente dalla maggior parte degli annunci: quale sarà l’approdo della transizione? Una Gaza disarmata ma isolata dalla Cisgiordania, amministrata indefinitamente dall’esterno e priva di una prospettiva statuale rimarrebbe esposta a nuove forme di radicalizzazione. La sicurezza israeliana non può essere separata per sempre dalla sovranità palestinese, così come la ricostruzione di Gaza non può essere separata dalla soluzione del conflitto nel suo complesso.

Il significato storico dell’intesa non dipenderà quindi dal numero di fucili depositati nelle prime settimane. Dipenderà dalla capacità di creare un processo irreversibile nel quale nessuna delle parti possa ottenere tutto senza adempiere ai propri obblighi.

Ogni tranche di armi consegnate dovrà produrre un ritiro verificabile. Ogni arretramento israeliano dovrà essere seguito dall’ingresso di un’autorità palestinese credibile. Ogni passo nella smilitarizzazione dovrà accompagnarsi alla riapertura dei servizi, all’arrivo degli aiuti e all’avvio della ricostruzione. E ogni misura transitoria dovrà avvicinare, anziché allontanare, la restituzione della piena responsabilità politica ai palestinesi.

Solo allora l’annuncio dell’accordo potrà essere considerato l’inizio della fine della guerra. Fino a quel momento resterà ciò che oggi realmente è: il tentativo più avanzato di trasformare una tregua armata in una transizione politica, ancora sospesa tra la diffidenza dei protagonisti e la possibilità, per la prima volta concreta, che nessuno dei due possa più tornare alla situazione precedente.


Condividi su