Ebrei ultraortodossi contro lo Stato di Israele: storia, teologia e geopolitica di un dissenso che interroga il sionismo


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di Giulia Boschi

Le immagini provenienti dal quartiere di Mea Shearim, a Gerusalemme, dove centinaia di ebrei ultraortodossi hanno sventolato bandiere palestinesi e scandito slogan religiosi contro il sionismo, hanno riacceso un dibattito antico quanto lo Stato di Israele stesso. Al di là dell’impatto mediatico, si tratta di un fenomeno che non può essere liquidato come episodico o folkloristico: esso affonda le proprie radici in una frattura profonda, di natura teologica e storica, che attraversa il mondo ebraico da oltre un secolo.

Per comprendere la portata di questo dissenso è necessario risalire alla nascita del sionismo moderno, alla fine del XIX secolo, quando Theodor Herzl elaborò un progetto politico destinato a cambiare radicalmente la condizione ebraica. Il sionismo si propose come risposta alla persecuzione e all’antisemitismo europeo, trasformando l’ebraismo da identità religiosa diasporica a soggetto nazionale dotato di aspirazioni statuali. Questa riconfigurazione, tuttavia, non fu accolta unanimemente. Una parte significativa dell’ebraismo ortodosso percepì il progetto sionista come una rottura rispetto alla tradizione, se non addirittura come una violazione dell’ordine divino.

Alla base di questa opposizione vi è una concezione teologica ben precisa: secondo alcune interpretazioni del Talmud, il ritorno del popolo ebraico nella Terra d’Israele e la restaurazione della sovranità politica non possono essere il risultato di un’iniziativa umana, ma devono avvenire esclusivamente per volontà divina, con l’avvento del Messia. In questa prospettiva, il sionismo rappresenta una forzatura della storia sacra, una secolarizzazione indebita di un’attesa religiosa. Come osservava Gershom Scholem, uno dei più importanti studiosi del pensiero ebraico, “il sionismo è, nella sua essenza, un movimento secolare che rilegge simboli religiosi in chiave politica”, generando inevitabilmente tensioni con l’ebraismo tradizionale.

Il quartiere di Mea Shearim costituisce uno dei luoghi in cui questa tensione si manifesta con maggiore evidenza. Fondato nel XIX secolo, esso rappresenta ancora oggi un bastione dell’ebraismo haredi, caratterizzato da una rigorosa osservanza religiosa e da una marcata distanza dalla modernità laica. Qui il rifiuto del sionismo non è una posizione recente, ma il risultato di una continuità storica che precede la nascita dello Stato di Israele. Già durante il periodo del Mandato britannico e dopo la Dichiarazione Balfour, settori dell’ebraismo religioso palestinese si opposero apertamente al progetto di una patria nazionale ebraica, temendo che esso avrebbe snaturato l’identità religiosa del popolo ebraico.

Con la creazione dello Stato di Israele nel 1948, sancita anche attraverso il conflitto noto come Guerra arabo-israeliana del 1948, questa opposizione non scomparve, ma si riorganizzò in forme comunitarie e ideologiche più strutturate. Tra i gruppi più noti vi sono i Neturei Karta, fondati a Gerusalemme nel 1938, che rappresentano l’espressione più radicale e visibile dell’antisionismo religioso. Essi non riconoscono la legittimità dello Stato di Israele e sostengono che la sovranità ebraica debba essere sospesa fino alla redenzione messianica. In alcuni casi, la loro posizione li ha portati a partecipare a manifestazioni pro-palestinesi e a stabilire contatti controversi con attori internazionali ostili a Israele, suscitando forti critiche anche all’interno dello stesso mondo ebraico.

È tuttavia essenziale collocare questo fenomeno nella giusta prospettiva. I gruppi ultraortodossi apertamente antisionisti rappresentano una minoranza esigua, priva di un reale peso politico nelle dinamiche interne dello Stato israeliano. La maggioranza degli ebrei, sia in Israele sia nella diaspora, riconosce lo Stato e ne accetta l’esistenza, pur con differenti orientamenti ideologici. Eppure, la rilevanza di queste manifestazioni non risiede nei numeri, bensì nel loro significato simbolico e nella loro capacità di influenzare il discorso pubblico.

Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, immagini di ebrei che sventolano bandiere palestinesi assumono un valore altamente evocativo. Esse vengono spesso utilizzate per sostenere la distinzione tra antisionismo e antisemitismo, una distinzione che è al centro di accesi dibattiti diplomatici, accademici e mediatici. In questo senso, la presenza di gruppi ebraici antisionisti fornisce argomenti a chi contesta le politiche israeliane, contribuendo a complicare ulteriormente il quadro interpretativo.

Al tempo stesso, queste manifestazioni rendono visibile una frattura interna che precede e trascende il conflitto contemporaneo. Esse richiamano l’attenzione su una tensione irrisolta tra religione e politica, tra una visione escatologica della storia e una concezione moderna dello Stato-nazione. Come ha sottolineato lo storico Yakov Rabkin, “l’opposizione ebraica al sionismo è tanto antica quanto il sionismo stesso, ma è stata in gran parte marginalizzata nella narrazione dominante”.

Se si osserva la vicenda in una prospettiva più ampia, ciò che emerge non è tanto la rilevanza politica immediata di queste proteste, quanto la loro capacità di riportare alla luce una questione di fondo che accompagna la storia ebraica contemporanea: il rapporto, mai del tutto risolto, tra religione e sovranità. In altri termini, il problema non riguarda soltanto il consenso o il dissenso verso lo Stato di Israele, ma il modo stesso in cui l’identità ebraica viene declinata nello spazio politico moderno.

È forse proprio questo il punto che rende episodi come quello di Mea Shearim degni di attenzione. Essi non alterano gli equilibri geopolitici, né mettono in discussione la stabilità dello Stato israeliano. Tuttavia, obbligano a riconoscere che il sionismo, pur avendo vinto sul piano storico e istituzionale, continua a convivere con una tradizione religiosa che non si lascia facilmente assorbire nelle categorie della modernità politica.

In questa coesistenza, talvolta silenziosa e talvolta conflittuale, si coglie una delle chiavi più profonde per comprendere non solo le tensioni interne al mondo ebraico, ma anche le ambiguità e le contraddizioni che ancora attraversano il Medio Oriente contemporaneo.

Bibliografia essenziale

Yakov M. Rabkin, A Threat from Within: A Century of Jewish Opposition to Zionism, Zed Books, 2006
Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi
Shlomo Avineri, The Making of Modern Zionism, Basic Books
Anita Shapira, Israel: A History, Brandeis University Press
Encyclopaedia Judaica, voci “Zionism” e “Neturei Karta”
Documenti storici relativi alla Dichiarazione Balfour


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