Gas dalla Giordania per la Siria: un accordo energetico tra emergenza elettrica e nuove geometrie regionali


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Siria e Giordania hanno formalizzato un nuovo tassello della cooperazione energetica regionale con un accordo che prevede l’invio di gas naturale verso la Siria attraverso il territorio giordano, con l’obiettivo immediato di dare ossigeno a una rete elettrica che, dopo anni di guerra e manutenzione insufficiente, continua a garantire in molte aree del Paese solo una fornitura intermittente: la Banca Mondiale descrive un sistema nazionale “crippled” che in media limita l’elettricità disponibile a circa 2–4 ore al giorno, con impatti diretti su acqua, sanità, filiere agroalimentari e abitazioni, tanto da aver spinto l’istituzione a finanziare un programma di emergenza per ripristinare linee e sottostazioni e rafforzare la governance del settore.

L’intesa operativa tra la Syrian Petroleum Company e la National Electric Power Company giordana, firmata a Damasco, quantifica le consegne in circa 4 milioni di metri cubi al giorno (circa 140 milioni di piedi cubi), ma le prime indicazioni diffuse da fonti ufficiali giordane e riprese da media regionali parlano di flussi effettivi iniziali più variabili, nell’ordine di decine di milioni di piedi cubi al giorno; in parallelo, alcune ricostruzioni basate su fonti governative siriane collocano l’accordo dentro un pacchetto più ampio valutato fino a 800 milioni di dollari, segnale che non si tratta di un intervento spot bensì di una fornitura che punta a stabilizzarsi nel tempo.

Il nodo tecnico che rende possibile l’operazione è Aqaba: il gas arriva come GNL e viene rigassificato grazie alla FSRU Energos Force, installazione galleggiante collegata alla dorsale dell’Arab Gas Pipeline, il corridoio che interconnette Egitto, Giordania, Siria e, potenzialmente, Libano; Amman ha già chiarito che l’impiego di unità di rigassificazione è parte di un piano più strutturale per assicurare disponibilità di gas, e che sono in corso procedure per garantire continuità oltre le scadenze operative dell’asset attuale (o per sostituirlo con una nuova unità), proprio per evitare che colli di bottiglia logistici interrompano i flussi.

In termini di “numeri”, la portata dell’accordo va letta con realismo: analisi specialistiche ricordano che la domanda di gas per sostenere la generazione elettrica siriana è molto più alta dei volumi che il Paese riesce normalmente a reperire (studi del Carnegie Endowment citano un fabbisogno giornaliero nell’ordine di decine di milioni di metri cubi, a fronte di disponibilità storicamente ben inferiori), quindi l’effetto più plausibile nel breve è una riduzione parziale dei blackout e un aumento graduale delle ore di servizio nelle aree servite dalle centrali alimentate a gas, più che una “normalizzazione” rapida del sistema.

Il quadro geopolitico è altrettanto determinante: parte dell’operazione si innesta su iniziative di supporto finanziario e politico di attori regionali (in passato Doha ha annunciato forniture e sostegni per aumentare la produzione elettrica siriana e alleviare i tagli, anche tramite accordi con Amman e in collaborazione con organismi internazionali), mentre sullo sfondo resta la questione sanzionatoria, perché i pagamenti, le transazioni energetiche e la manutenzione delle infrastrutture sono storicamente i punti in cui i progetti rischiano di arenarsi; in questo senso, l’emissione da parte dell’OFAC statunitense della “Syria General License 24”, che autorizza alcune transazioni con istituzioni governative siriane e determinate operazioni legate all’energia (in forma time-limited), è un segnale rilevante perché riduce parte dell’incertezza legale e può facilitare accordi tecnici e finanziari indispensabili alla continuità delle forniture.

L’accordo Siria-Giordania si configura come una misura di stabilizzazione, non una soluzione definitiva; però è una misura “abilitante”, perché aggancia la Siria a un’infrastruttura regionale collaudata (pipeline + rigassificazione), introduce un meccanismo di fornitura potenzialmente prolungabile e, soprattutto, crea le condizioni minime per far funzionare gli interventi di ripristino della rete sostenuti da organismi multilaterali, senza i quali anche gas e combustibili rischiano di trasformarsi in generazione “a singhiozzo” su un sistema di trasmissione e distribuzione ancora fragile.


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